Pandemia, fragilità e Chiesa

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Il ripensamento delle relazioni, un nuovo “humanum” sotto le vesti del virtuale da accogliere ed evangelizzare, una ministerialità laicale da formare, l’esperienza del limite, la narrazione e la condivisione esistenziale della malattia e della sofferenza, l’identità del sacramento dell’unzione degli infermi: una grande ricchezza di spunti è emersa nel seminario voluto da cinque istituzioni accademiche teologiche italiane, che si sono confrontate con le sfide che questo tempo lancia.

Pandemia, fragilità e Chiesa è il nodo che cinque istituzioni accademiche teologiche italiane hanno deciso di affrontare in un seminario di ricerca che ha preso il via a novembre 2021 e si concluderà ad aprile 2022. Una ventina di docenti di due Facoltà teologiche (del Triveneto e dell’Emilia-Romagna) e di tre Istituti superiori di Scienze religiose (di Padova, della Toscana e dell’Emilia) si sono messi a confronto con le sfide che questo tempo pone alla Chiesa e alla società.

Fragilità, vulnerabilità, limite e post-umano

«Già prima della pandemia e ancora di più dal suo interno, si è sviluppata la presa d’atto dell’importanza di una presenza cristiana nel mondo che sappia incidere fino ai processi sociali di accudimento e alle dinamiche economiche e politiche (la “dimensione sociale” dell’evangelizzazione, come la chiama papa Francesco in Evangelii gaudium n. 18). Ma è proprio qui che, forse, dobbiamo fare i conti con una profonda difficoltà che il Covid-19 ha portato alla luce e che potrebbe non essere solo una parentesi: lo scacco delle relazioni e – in particolare – delle relazioni legate alla pastorale della Chiesa» afferma Angelo Biscardi, docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana.

In un tempo di grandi richiami alla concretezza corporea e alle relazioni, è proprio la possibilità di incontro corporeo che ha subìto uno scacco radicale. È stato colpito uno degli elementi di maggiore forza dell’immaginario collettivo della società del benessere. «La socialità spinta alla massima intensità, velocità ed estensione (vita notturna e viaggi), anche virtuale (il web e i social) equivale per tutti a sviluppo della persona, della società, dell’economia – spiega Biscardi –. Ora i corpi sono diventati pericolosi (rischio di contaminazione) e irraggiungibili (separazione fisica)».

Dove impotenza e solitudine dominano la situazione di fragilità che si è venuta a creare, Biscardi individua luoghi in cui può manifestarsi la testimonianza dei credenti per una “Chiesa in uscita”. E lancia alcune sollecitazioni sul piano pastorale. «I più prossimi ai malati sono gli operatori sanitari – spiega –, coloro che richiederebbero forse le attenzioni pastorali più importanti in ordine a una ministerialità laicale da formare, per una Chiesa che non si sostituisce con proprie iniziative istituzionali a quanto già può accadere attraverso l’esercizio ordinario delle attività professionali».

Di fronte alla fragilità delle famiglie in ordine all’educazione cristiana e alla capacità di mantenere una vita di preghiera a integrazione (o persino alternativa) di quella liturgica, le mura domestiche sono un’altra importante frontiera.

Infine, i mezzi di comunicazione: «È difficile non ammettere come abbiano giocato un ruolo fondamentale nella tenuta collettiva in tempo di pandemia. Non possono allora diventare un’altra frontiera professionale entro la quale può darsi la “Chiesa in uscita”?».

Sul versante antropologico c’è un nodo che merita attenzione. Nel tempo della riscoperta del corpo, di un corpo di cui mettere in evidenza la nobiltà delle capacità e delle possibilità, è necessario reintegrare una dimensione di limite nella relazionalità stessa, ovvero la solitudine ultima di fronte alle grandi sfide come la malattia e la morte. «Con questo siamo rinviati alla drammaticità della responsabilità personale della propria apertura a Dio – afferma Biscardi – e a un orizzonte di senso ultimo, assoluto, non demandabile ad alcuna istituzione religiosa né alla rete di relazioni più care».

Un ultimo passaggio sul valore del virtuale sottolinea: «Al di là dei richiami per mettere in guardia rispetto alla de-corporeizzazione (soprattutto rispetto al problema delle liturgie on line), non dovremmo forse integrare questo aspetto come anch’esso facente parte di ciò che l’uomo può fare e che è nelle sue possibilità “naturali”? È questa una “alleanza pericolosa” con la tecnologia che strizza l’occhio al post-umanesimo?».

Siamo di fronte, forse, a una nuova declinazione dell’humanum da accogliere e da evangelizzare, come è accaduto per ogni passaggio dell’evoluzione tecnica umana (telefono, televisione, web). «In questo humanum – ha concluso Biscardi – c’è anche l’esperienza del virtuale che si offre come una sfida antropologica alla teologia dell’incarnazione. Tanto più se consideriamo che il virtuale appartiene alla sfera del reale a pieno titolo, quando ci troviamo di fronte a tecnologie che comportano una forte componente immersiva e sinestetica».

«Quando sono debole, allora sono forte»

Un uomo crocifisso è quanto di più impotente (e folle) si possa pensare, secondo i criteri del mondo. Eppure Gesù Cristo è la forma della salvezza. Maurizio Marcheselli, docente presso la Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, riprende il tema del limite citando alcuni testi di san Paolo (1-2 Corinzi).

«La salvezza di Dio ha agito nell’uomo Gesù crocifisso: infatti lo ha resuscitato. La potenza di Dio – che si vede nel crocifisso – è la potenza che alza l’umiliato, che fa vivere il morto, che dà forza allo schiacciato. Il fatto che il crocifisso sia la forma storica della salvezza significa che, per salvarsi, l’uomo deve riconoscere la propria radicale impotenza e insipienza per accettare una salvezza che può solo soccorrerlo dall’esterno» afferma Marcheselli.

E prosegue: «La condizione di limite, di debolezza, di infermità è condizione strutturale dell’essere umano: essa non ha nulla a che vedere con il peccato, discende piuttosto dal dato della creazione. La croce, in questi testi paolini, non è altro che la manifestazione estrema del limite quale condizione che contraddistingue intrinsecamente la persona umana. E che costituisce l’unica condizione in cui si esplica la potenza di Dio. La theologia crucis paolina non ha nulla a che vedere con l’esaltazione della sofferenza, essa è piuttosto la celebrazione del limite come condizione strutturale dell’essere umano, a partire dalla quale unicamente gli è possibile sperimentare la salvezza, che non può essere altro che qualcosa di ricevuto dall’esterno».

Malattia e cura: la forza della narrazione

«Il primo segno di civiltà è un femore rotto e guarito, indice di una cura». Questa espressione dell’antropologa americana Margaret Mead è citata da Dario Vivian, docente presso la Facoltà teologica del Triveneto, per introdurre il tema della cura degli ammalati nel contesto antropologico ed ecclesiale contemporaneo. «La malattia è un’esperienza pan-umana e trans-culturale, che si differenzia nelle diverse società ed elaborazioni culturali – spiega –. Le modalità di esprimere la sofferenza implicata nella malattia sono il risultato di processi psicosomatici, che ricevono e trasmettono codici culturali. I significati, soggettivi e intersoggettivi, della malattia emergono dalle narrazioni di storie, in un quadro simbolico condiviso, e permettono di ricomporre un ordine di significati individuali e sociali».

Nella cura, per il malato e per chi gli sta vicino, appare necessario relazionarsi con i passaggi possibili nella malattia: dalla negazione alla reazione all’accettazione. E anche con i messaggi che giungono al malato, avvertito come “peso”, come “lavoro” da svolgere o come “valore” di cui prendersi cura. «Il contesto culturale ha accentuato un processo di reificazione del corpo del malato: la salute diviene merce e il paziente un cliente; l’oggettività del dato biologico è separata dalle relazioni umane; i corpi malati sono confinati in spazi e tempi altri e separati dai sani. A volte sono le cure a richiederlo, a volte è la società a confinare una realtà che non vorrebbe fosse la propria».

L’icona biblica del buon samaritano richiama la realtà del corpo ferito (la malattia come specchio della condizione umana), soccorso (oltre la visione eroica della cura: lavoro che con-sola e con-forta), guarito (entro un orizzonte di speranza affidabile). Il corpo malato è anche il corpo sociale ed ecclesiale: c’è bisogno di guarigione che sia anche conversione.

In chiave ecclesiale, «favorire narrazioni di vita come condivisione esistenziale fa sì che malattia e cammino di cura diventino patrimonio comune – afferma Vivian – intrecciandosi alle narrazioni bibliche e all’annuncio pasquale. A noi cristiani tocca il compito di traghettare verso l’intuizione che c’è Cristo a condividere la sofferenza, verso l’apertura al trascendente. Quanto abbiamo visto nelle corsie degli ospedali nei momenti più bui della pandemia deve spingerci a recuperare una sacramentalità allargata, che non si fermi unicamente nel momento celebrativo, e a riplasmare la solidarietà nella forma della carità “dossologica” (assolutamente gratuita) e politica».

Il malato nella Chiesa

Un’evidenza, fra le tante, a cui ci ha messi di fronte questo tempo di Covid è la quasi totale marginalità della dimensione spirituale rispetto alla guarigione e alla “salus” dei corpi. «Nella gestione quasi unicamente biomedica della pandemia – afferma Fabio Frigo, docente presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova – è paradossale che la figura del medico, nel caso concreto il virologo, sia diventato il detentore di una parola che può salvare e può illuminare e guidare le coscienze».

Questa evidenza rappresenta per la Chiesa una sfida e spinge a ripensare i modi, i tempi e gli spazi per un recupero della prossimità fisica ferita dal tempo di pandemia. «La lettura personale o familiare del vangelo domenicale, la preghiera fatta prima di pranzo o della cena attorno a un lume, dieci minuti di catechesi dei genitori ai figli, solo per fare qualche esempio – spiega –, rappresentano momenti di fede più efficaci, seppur certo più esigenti, rispetto alla proposta della messa domenicale trasmessa in tv dalla Chiesa parrocchiale e seguita comodamente dalle famiglie sul sofà di casa».

L’esperienza vissuta dovrebbe inoltre stimolarci a ripensare la presenza dei malati nella Chiesa: non più “oggetto” di cura ma veri e propri “soggetti” dell’annuncio della fede e quindi dell’azione ecclesiale.

Di fronte all’aumento e alla diffusione delle cosiddette “malattie dello spirito”, quali la depressione e altri disturbi psichici, ci si potrebbe infine chiedere «se l’unzione degli infermi non possa rappresentare una valida offerta di un gesto sacramentale che dica vicinanza, cura, guarigione e attenzione da parte della Chiesa nel caso di una malattia grave della psiche. Ciò colmerebbe – conclude Frigo – un vuoto di prassi per una situazione esistenziale (appunto, le malattie psichiche) per cui, come Chiesa, non disponiamo di un’azione specifica, lasciando libero il campo a figure poco professionali (maghi, santoni, cartomanti, indovini…) a cui a volte si appellano anche i malati cristiani».

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