Prof, scusi…

di: Marcello Neri
professore

Un’immagine dal film “Lezione ventuno” di A. Baricco

Sono anni che tengo una lezione nel modulo interdisciplinare «questioni etiche e normative». Confesso che è tra le lezioni in cui mi diverto di più, fin dagli inizi. È anche quella che mi permette, anno dopo anno, di andare in cerca di una teologia che sappia dire davvero una parola al nostro tempo, quello in cui realmente viviamo, quello a cui i nostri ragazzi cercano di dare forma o in cui si assimilano, senza accorgersene, assumendone tutti gli imperativi.

La feconda estraneità

Insomma mi diverto, è un piacere (teologico) lavorare con giovani lontanissimi da qualsiasi tipo di esperienza cristiana. Ed è una cosa che mi fa bene. Ma la cosa più importante è che questa mancanza di consuetudine con la fede e il cristianesimo ha una fecondità teologica che non scambierei con nessuna delle altre lezioni che tengo nel semestre.

Per me è una scuola preziosa, dove posso imparare la grammatica minima dell’esperienza e dei modi di vita delle generazioni più giovani; del tutto necessaria per poter solo immaginare parole e pensieri della fede che possano, in un qualche modo, raggiungere davvero quei loro vissuti. Un cammino fatto di ascolto, intuizione, lateralità, digressioni. Qualunque cosa uno abbia preparato prima di entrare in classe con i ragazzi viene scompigliato, ribaltato, dalla loro partecipazione al corso.

Al tempo stesso ti accorgi come le figure fondamentali del cristianesimo, se abbandonano la stereotipia del loro discorso oramai involuto in un linguaggio esoterico, e se si mette alla scuola di quella grammatica minima dell’umano reale che ti offrono i ragazzi e le ragazze, non sono solo dicibili ma anche in grado di generare sguardi pensosi e di trovare adesioni di cui abbiamo perso la memoria.

Né ostilità né indifferenza

Sostieni SettimanaNews.itE allora ti sorge il dubbio che i limiti della parola cristiana non siano tanto quelli della condizione del mondo contemporaneo, della profonda radice secolare del vivere dei nostri ragazzi, ma siano invece tutti racchiusi in se stessa, costretta da noi ad una angustia che stride col suo desiderio di essere rivolta a ogni uomo e a ogni donna.

Né la condizione del mondo né la radice secolare, nei ragazzi che ho davanti a me ogni semestre, sono ostili o portatori di un pregiudizio insuperabile verso le parole della fede.

Non è qui che possiamo trovare le ragioni del difetto, né una qualche giustificazione per coltivare l’annuncio solo fra una cerchia di uguali. I grandi codici con cui descriviamo il contemporaneo, secolarizzazione, scristianizzazione, globalizzazione, postmodernità e così via, per me hanno il volto di giovani donne e giovani uomini che ogni settimana, per due ore, si mettono lì a coltivare una sensibilità del pensiero e del giudizio sulla realtà in cui tutti viviamo.

Collaboratori della circolazione della Parola

Come puoi vedere in loro degli indifferenti? E non sono neanche poi così lontani come, tra noi, usiamo bollarli. Come si fa a non considerarli dei veri e propri collaboratori del tuo compito, che è quello della circolazione della Parola laddove l’umano vive realmente?

Perché lo sono realmente. Senza di loro, proprio di questi ragazzi e ragazze del tutto ignari di cosa sia la teologia e forse anche il cristianesimo, non mi riuscirebbe alcun lavorio teologico adeguato a questo tempo, che è anche il mio e quello del Dio di Gesù in cui credo con tenacia.

Certo, tu rimani il prof e loro gli studenti, si attendono giustamente qualcosa da te; ma questo non impedisce di imparare quello che si deve dire proprio da loro. Aprendo gli orizzonti di una domanda, approfondendo le ragioni di una persuasione, aiutandoli a interrogarsi su ciò che le potenze del mondo vogliono farci assumere senza resistenza alcuna.

Desiderio di conoscenza

E così, anche questo semestre, abbiamo iniziato il nostro corso. La suggestione di un percorso possibile e poi, subito, una deviazione inattesa.

Che suona più o meno così: «Prof, ho scelto questo corso, anche se c’è l’esame mentre in molti altri te la cavi con una breve presentazione, perché della religione oggi si parla solo in modo negativo. Ce la stanno vendendo come la causa di gran parte dei mali e delle violenze della nostra società. Viene usata per giustificare progetti politici anti-democratici o per abbandonare a sé stessi migliaia di esseri umani. Per questo sono qui, perché vorrei capire che cosa sia la religione; perché non credo fino in fondo che sia come essa viene rappresentata e, alla fin fine, non credo che sia neanche come io la penso, immerso come sono in questa negatività che la rappresenta».

Gli altri ragazzi sono subito d’accordo; uno tra loro è riuscito a dire quello che sentivano ma, forse, non riuscivano a formulare con altrettanta chiarezza. Belli nella loro onestà, desiderosi di comprendere oltre la semplice comunicazione di massa, con la giusta voglia di imparare, disponibili a un pensiero non omologato.

Di essere semplicemente confermati nel loro punto di vista non gliene frega niente, c’è già tutto un apparato intorno a loro che lo fa sistemicamente e li dissangua di ogni slancio e idealità.

Un sinodo sui giovani – ma come?

E lo chiedono al prof di teologia, cattolica per di più. Nessuna traccia di pregiudizio, solo voglia di mettersi al lavoro insieme.

Quando pensiamo ai giovani nella Chiesa, quando addirittura ci costruiamo attorno un Sinodo (di anziani…), proviamo a non dimenticarlo. Cerchiamo soprattutto di non creare altri ostacoli o di non dire semplicemente parole belle ma retoriche. Non solo ascoltarli, ma anche imparare da loro – ci possono portare in dono tesori preziosi e inattesi.

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