Quale attualità per il tomismo?

di: Ghislain Lafont

Tommaso d'Aquino

Nella congiuntura alquanto razionalista della fine del XIX secolo, papa Leone XIII, desideroso di promuovere una teologia in cui la rivelazione cristiana avesse il suo posto e in cui la ragione umana potesse soddisfare il proprio desiderio di coerenza, ha proclamato san Tommaso d’Aquino “dottore comune della Chiesa”, il che ha comportato che, progressivamente, la teologia insegnata sia divenuta quella di san Tommaso, e che, nel momento in cui si presentavano nuove questioni, queste fossero trattate “secondo lo spirito di san Tommaso”. La fondazione a Roma, nello stesso periodo, di seminari nazionali e di collegi o atenei nelle vicinanze delle case generali dei vari istituti religiosi, doveva facilitare la diffusione del tomismo e quindi di una teologia “comune” della Chiesa.

Il beneficio immenso dell’enciclica Aeterni Patris è stato di aver messo in contatto generazioni di preti e di cristiani con i testi di un pensatore in cui oggi viene riconosciuta, ben oltre la stessa Chiesa cristiana, una delle menti più illuminate, lucide, geniali della filosofia occidentale e, probabilmente, di quella umana.

Eppure tale decisione ha dei limiti. Ne vedo tre: ha fatto del “tomismo” una sorta di regola o di standard teologico – il ché sarebbe anche legittimo – ma al contempo ne ha fatto la garanzia di ortodossia che, per contraccolpo, ha generato dubbio, diffidenza, ostilità verso tutto ciò che non era o non appariva “tomista” o, viceversa – in altri ambienti – ha generato un rigetto per san Tommaso d’Aquino.

In secondo luogo, si è capito che non c’è un solo tomismo: dal XIII secolo in poi, i testi e le dottrine di san Tommaso sono stati oggetto di opposizioni, di discussioni, di commentari: tutti stati segnati dalle preoccupazioni teologiche o confessionali, ma anche filosofiche, delle epoche successive e hanno così portato a interpretazioni di san Tommaso molto diverse.

Anche a Roma, il “tomismo” insegnato presso l’Università Gregoriana dei Gesuiti non è stato lo stesso di quello insegnato presso l’Università domenicana, sua vicina, l’Angelicum, anzi. Esiste dunque un tomismo?

Infine, e forse soprattutto, con lo sviluppo della ricerca teologica da 150 anni a questa parte, ci si è accorti che non solo le teologie sono plurali (la quale cosa si è sempre saputa, sebbene forse non la si sia mai completamente accettata), ma che esse hanno il diritto e il dovere di esserlo, perché nessun pensiero, per quanto geniale, può esaurire la ricchezza e la complessità, tanto del dato rivelato quanto dello spirito umano di fronte a ciò che occorre pensare.

San Tommaso pensa la teologia come una “scienza”, vale a dire una messa in ordine la più coerente possibile di ciò che è da pensare (il che implica che si cerchi di definire di quale coerenza si tratti: san Tommaso lo ha fatto in maniera sorprendente nelle riflessioni “critiche” di cui la sua opera è disseminata). Tommaso ricerca e stabilisce un ordine di sapienza, il ché appartiene all’ordine della visione.

San Bonaventura pensa la teologia come un “itinerario”, un percorso, una scala da salire per pervenire a una unione della mens con Dio. L’occhio non tenta di inglobare un insieme, ma di guidare lo spirito in un processo. Gli elementi di conoscenza sono come dei gradini o dei corrimani. L’Eros, ovvero l’Agape, è più determinante del sapere. Ci sono certo delle sovrapposizioni possibili tra queste due forme di pensiero, ma di nessuna di esse si può fare a meno; su questo o quel punto, esse possono essere finanche incompatibili.

Oggi è possibile perlomeno una terza prospettiva: la teologia indica una “storia” della salvezza nel tempo e nello spazio così come li percepiamo oggi. Essa si rifà alle scienze esatte e alle filosofie del divenire. Poiché questa prospettiva si è aperta “di recente”, avendone Copernico dischiuso la porta, non c’è ancora un “dottore comune” da designare, ma forse un precursore di riconoscere: Pierre Teilhard de Chardin. Le teologie non possono omettere questo nuovo spazio di pensiero, come non possono ricusare la prospettiva precedente. Esse cercano di costruire qualcosa: un ordine, un percorso, una guida – sempre alla luce delle richieste poste dalla Rivelazione e dall’intelligenza umana, al fine di vivere e di dire Dio, Cristo, il mondo e gli uomini.

Per allargare il discorso oltre il tomismo, direi, senza dubbio, che non riusciremo mai a risolvere il problema esposto da Platone nel suo dialogo Parmenide. Non riconcilieremo mai perfettamente l’Uno, termine desiderato e irraggiungibile del percorso, con l’Essere, espressione immutabile e impossibile dell’ordine intelligibile, né (nella nostra epoca), l’Uno e l’Essere con il Tempo che va dall’origine alla fine, entrambi impensabili. Ogni “scuola” di pensiero e di azione dovrebbe essere considerata come “germinale”: essa si giustifica per la sua capacità di generare, di legare e di liberare. Mi piacerebbe pensare Gesù Cristo, morto e risuscitato, Figlio di Dio, come la Realtà di questa riconciliazione, nell’orizzonte di tutti i nostri sforzi germinali.

In conclusione, vorrei proporre che, sì, san Tommaso resti uno dei dottori comuni della Chiesa – il principale se si vuole – ma non il solo. Ciò che ci spetta fare oggi non è del tomismo, ma della teologia.

Il testo qui ripreso è stato scritto a seguito della giornata di studio Attualità del tomismo, organizzata dall’Accademia cattolica di Francia (Parigi, Collège des Bernardins, 10 settembre 2016). L’espressione “tomismo germinale” si deve al prof. Emmanuel Tourpe. Il testo è stato pubblicato sul blog dell’autore, «Des moines et des hommes» (qui), il 18 settembre 2016.

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Un commento

  1. Mauro La Spisa 5 gennaio 2019

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