Ricordando Ghislain Lafont

di:
dottorandi

Jean François Niceron, Anamorfosi (Ritratto di Luigi XIII davanti al crocifisso), Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma.

Il 9 giugno 2022 a Roma si è tenuta la prima edizione della “Lectio Ghislain Lafont”, in memoria del compianto teologo e preparata con una particolare attenzione a dottorandi e dottorande, coinvolti infatti in un seminario che ha preceduto la lectio.

I giovani studiosi hanno accolto con entusiasmo l’invito a partecipare, vedendo nell’evento un’occasione per uscire dal lavoro solitario a cui la ricerca dottorale spesso obbliga.

L’evento è stato organizzato dalla LUMSA, dalla Pontificia Università Gregoriana e dal Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. L’incontro per dottorandi si è svolto a partire dal testo del teologo benedettino «Que nous est-it permis d’espérer?» (Paris, 2009), pubblicato in italiano con il titolo «Che cosa possiamo sperare?» (Bologna, 2011): una trentina di giovani dopo aver lavorato personalmente sul testo, ciascuno secondo il proprio ambito di ricerca, ha condiviso impressioni, idee e approfondimenti, sperimentando uno stile di lavoro e di studio coerente con quello che padre Lafont ha portato avanti in vita.

A seguire ha avuto luogo la conferenza di Jean-Luc Marion dal titolo «Vedere l’essere altrimenti» («Voir l’être autrement»). Marion, che avrebbe dovuto intervenire solo nella seconda parte del pomeriggio, ha voluto partecipare anche al seminario, lo ha inaugurato confrontandosi lui stesso con il pensiero di Lafont, e si è messo in ascolto partecipe degli interventi successivi.

Il seminario è stato un lavoro in cui, nelle possibilità del tempo e dello spazio offerti, la tesi sostenuta in «Che cosa possiamo sperare?» ha trovato forma e pratiche. La tesi sostenuta dall’autore è che nel nostro contesto storico ci troviamo di fronte alla fine della civiltà fondata sul primato del “logico”. Di fronte a questo cambiamento epocale si può auspicare anche la fine di una riflessione teologica svolta esclusivamente in forma individuale.

È ciò che si è realizzato durante l’incontro, come ben espresso dall’immagine del “poliedro”, proposta da Evangelii gaudium n. 236, «confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità». La diversità delle ricerche e dei modi di pensare, ha permesso di toccare con mano la fecondità della proposta di Lafont di recuperare il simbolico come primato del legame nella struttura e nella vita del reale, nel desiderio e nel sapere umani.

Un luogo d’incontro, un luogo di scambio

Confronto è la parola che meglio descrive la prima parte della lectio: un momento in cui i dottorandi dei tre atenei hanno presentato una molteplicità di riflessioni sia in ambito teologico che filosofico, sollevando temi come la sacramentalità, il legame con alcuni nomi della filosofia novecentesca, la prospettiva di genere e il futuro della riflessione teologica.

Un intervento è stato dedicato ad approfondire la proposta lafontiana dello spazio simbolico inteso non solo come spazio per eccellenza dell’umano, ma anche come opportunità per ripensare il teologico e il politico nello spazio comune. In questo tentativo, la dottoranda che ne ha parlato ha sottolineato l’importanza di tre luoghi: quello del rito che mostra un’eccedenza rispetto al mero dato, quello della parola, che costruisce una narrazione comune e infine quello dell’etica che unisce personale e comune attraverso una espropriazione.

Un altro dottorando ha mostrato come il simbolico secondo Lafont sia la proposta di un paradigma di ri-comprensione del reale nata nel pensiero del teologo francese come risposta alla consapevolezza di una crisi che investe tutte le dimensioni della persona umana, con il fine di saldare nuovamente il legame tra reale, esperienza e sapere.

Il religioso e il politico sono i luoghi per eccellenza di generazione del simbolico, dove attraverso la memoria e il fare si costruisce il comune. Lo spazio aperto dal simbolo offre un’opportunità al sacro e al religioso, di pensarsi e ripensarsi come elementi di una comunità che non è solo di vita ma anche di fede.

A fare da ponte tra lo spazio dedicato ai dottorandi e quello della lectio del celebre filosofo francese ci sono stati gli interventi dei tre organizzatori, nonché discepoli di Lafont.

Il primo a prendere la parola è stato il prof. Andrea Grillo, che ha evidenziato la consapevolezza in Lafont della necessità per una buona teologia di avere un attento tatto per la contingenza: l’umano, il creato e la libertà sono i luoghi da valorizzare, le realtà da far crescere e accompagnare attraverso una teologia che sia inquieta (nel senso di vitale, che risponde agli stimoli del presente) e immaginativa (e quindi generativa).

La prof.ssa Stella Morra ha poi evidenziato come la teologia inquieta debba per sua natura essere anche dialogante, aperta a un confronto pubblico e condiviso con le altre discipline. Da discepola ha poi sottolineato come il compito sia quello di andare oltre ma insieme al maestro, attraverso una logica inclusiva e pubblica che sappia comunicare una parola densa di significato anche a chi non si pone all’interno del mondo della teologia.

Infine, il prof. Stefano Biancu ha sottolineato come la comunanza di pensiero tra Ghislain Lafont e Jean-Luc Marion non sia solo di linguaggio (entrambi riflettono su termini quali dono, amore e comunione) ma anche sulla convinzione che attraverso dono, amore e comunione si riesca a dare una parola di significato sull’umano.

Jean-Luc Marion: anamorfosi e altrove

Jean-Luc Marion ha parlato in italiano; il suo è stato un discorso che si sosteneva su parole come altrove, ridondanza, espropriazione: queste tre bastano per notare che il filosofo si è posto subito nel solco della dislocazione, tema tanto caro al padre Lafont e fondamentale in «Che cosa possiamo sperare?».

In quel volume Lafont cercava un’alternativa sostenibile all’Uno di Platone e all’Essere di Aristotele, un terzo possibile che consentisse di scalzare dal podio il sapere e recuperare il pensiero simbolico. Lo ha trovato nella parola, intesa non come contenuto ma come relazione. Così ha potuto proporre una sorta di logica della conversazione, che è un altrimenti: conversare vuol dire venire continuamente spostati da sé.

E Jean-Luc Marion ha conversato, ha intrattenuto un preziosissimo colloquio tra sé e il padre Lafont, pur senza mai esplicitamente citarlo; ha intrecciato la propria finissima fenomenologia della donazione a una teologia della parola che per il teologo francese è il nodo tra una cristologia e una teologia politica. Il luogo comune (nel senso di condiviso, ma anche di familiare) tra le riflessioni di due pensatori come Marion e il compianto Lafont, forse è proprio questo luogo altro, questa continua sottrazione.

La proposta cristiana offerta per la vita si inscrive in questa (il)logica:  «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso», che è in fondo la contraddizione di sé, l’alternativa incalcolata, insperata. «Da altrove viene la salvezza», ha sostenuto Marion «e tutto ciò che proviene da altrove avviene come dono».

C’è una parola ricercata ma chiarissima che Marion ha scelto, per rendere la dinamica dell’altrimenti: “anamorfosi”, che significa letteralmente “ri-formazione”, ma che in geometria fa riferimento a quel particolare effetto di proiezione di una figura fuori da sé, cosicché la nuova figura è in ogni punto corrispondente alla precedente, ma del tutto de-formata.

È un fenomeno che spesso si realizza per riflessione e rifrazione, e dunque ha a che fare con sguardo e prospettiva, con la vista: «vedere l’essere altrimenti» è «vedere l’essere da altrove». È un altrove che mi proietta, è sempre da un altrove che parto, la mia forma è sempre una nuova forma rispetto a un’altra che non so e mi sorprende, precedendomi e spostandomi. L’altrove è la figura della speranza, l’eccesso grazie al quale si può anche perdere l’essere, anzi si deve.

Nell’anamorfosi, «per ogni essere la questione ultima (o prima) non riguarda se è o non è, ma come e in quale modo ciò che è (o non è) si s-copre alla luce di Dio». C’è in ballo un come, una relazione, una postura. E infatti Marion ha chiuso il suo intervento citando 2Cor 12,9: «Ti basta la mia grazia», che è esattamente la dichiarazione di un come o di uno stile di Dio. Nulla di più adeguato alla domanda: che cosa possiamo sperare?

Intanto speriamo che occasioni preziose come questa si moltiplichino nel grato ricordo di maestri come padre Lafont, che tanto hanno avuto a cuore la formazione di giovani teologi e teologhe. La seconda edizione della “Lectio Ghislain Lafont” è prevista l’anno prossimo presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, e l’anno successivo sarà ospitata dalla Pontificia Università Gregoriana.

Un’alternanza di luoghi e voci, una dislocazione e circolazione di intelligenze, che rende onore al padre Lafont e fa della sua memoria un innesco virtuoso del pensiero teologico.

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Un commento

  1. Mabel Mercado 7 luglio 2022

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