Riformare è tornare alle origini?

di: Massimo Nardello

riforma origini

Una delle convinzioni più radicate all’interno delle comunità cristiane è che qualunque riforma della Chiesa debba consistere in un ritorno all’inizio. In tale visione, soltanto riscoprendo continuamente le fonti bibliche e la prassi evangelica della Chiesa delle origini è possibile riqualificare le forme e gli stili delle comunità cristiane odierne.

Uomini nuovi per una riforma efficace

Tale convinzione, ovviamente, ha un’ottima fondazione teologica, dal momento che il Nuovo Testamento rappresenta il riferimento normativo per la fede e la prassi ecclesiale, e anche gli scritti dei padri, pur in misura differente in quanto non ispirati, offrono una visione ecclesiologica molto autorevole.

Eppure la riforma della Chiesa non può consistere semplicemente nel ritornare all’indietro, buttando via duemila anni di storia e di riflessione nei quali, nonostante i limiti e le fragilità dei credenti, il Signore ha realmente guidato il suo popolo e lo ha fatto crescere. Si deve tornare alle fonti, insomma, non per ripetere i modelli in esse attestati, ma per interpretarli, cioè per ricavare da essi nuove forme ecclesiali capaci di riqualificare la missione della Chiesa del nostro tempo.

Dunque, fermo restando la dipendenza radicale delle comunità cristiane dalla Tradizione della fede, che ha nella Scrittura il suo riferimento scritto e normativo, possiamo dire che la riforma ecclesiale suppone un pensiero creativo, capace di intuire una forma di Chiesa che, per certi aspetti, ancora non esiste e di identificare i passi concretamente possibili che possono orientare alla sua realizzazione.

Proprio su questo tema il padre Congar ha scritto un testo un po’ impertinente in cui mette a fuoco in modo molto disincantato una delle premesse che egli ritiene necessarie per questa riforma davvero creativa: «Una riforma di questo tipo non si accontenta di un ricorso a norme più profonde di quelle con le quali si riconducono all’ordine dei semplici abusi: essa suppone generalmente l’applicazione di forze fresche. È difficile immettere uno spirito nuovo in vecchie istituzioni: il peso dell’abitudine è troppo pesante. … Se si tratta di ravvivare lo spirito, di riformare tutto un sistema, e non soltanto di correggere degli abusi, sarà sovente necessario appoggiarsi a uomini nuovi, poiché spesso quelli che appartengono al sistema e che ne sono prigionieri, non hanno né il desiderio e neppure l’idea che lo si possa rimettere in questione». (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1972, 146).

Questo testo potrà sembrare ingeneroso nei confronti di coloro che, per molti anni, hanno speso la loro vita per cercare di far crescere le comunità cristiane all’interno di un progetto pastorale magari lungamente pensato e faticosamente realizzato. In realtà, il passaggio di padre Congar non legittima affatto un atteggiamento di svalutazione nei confronti di quello che è stato fatto in passato, né di quanto hanno operato le generazioni precedenti. Piuttosto egli prende atto che, come in ogni organizzazione, anche nella Chiesa a volte occorre un cambiamento strutturale, e che questo non può essere portato avanti da chi ha già giocato le proprie risorse, competenze ed energie in un progetto ormai superato. Non sempre, insomma, ci si può riciclare.

In questi casi servono persone nuove, che possano contare, oltre che su una provata maturità personale e competenza, anche su un’effettiva libertà di pensiero e di azione senza essere vincolati, né giuridicamente né affettivamente, da quello che hanno fatto i loro predecessori. Altrimenti il loro compito – già di per sé molto complesso, come quello di ogni riformatore – finirebbe per diventare impossibile.

La fatica di abbandonare il passato

Fortunatamente nella Chiesa vi è una grande attenzione a non urtare la sensibilità di persone che hanno speso la loro vita per l’edificazione delle comunità cristiane, e questo è sicuramente un atteggiamento lodevole. Occorre vigilare, però, che tale accondiscendenza non finisca per pregiudicare la qualità del lavoro delle nuove figure che entrano in campo, e quindi la stessa riforma che si intende portare avanti. Se questo avvenisse, questa riforma non porterebbe che a realizzare una brutta copia di quanto si è fatto in precedenza.

Come cristiani, quindi, dobbiamo abituarci fin da giovani a pensare che nella Chiesa ci sono molte persone più capaci di noi, più intelligenti di noi, più generose di noi, e che in situazioni di grande criticità esse potrebbero essere in grado di vedere soluzioni che noi non siamo neppure capaci di intuire, men che meno di portare avanti.

Se poi si arriva ad avere un certo potere decisionale, occorre ricordarsi che questa esperienza sarà comunque transitoria, destinata a finire quando – come è ovvio che sia – le proprie capacità e competenze non saranno più adeguate alle nuove sfide che la propria comunità ecclesiale dovrà affrontare. Così ci si preparerà anzitempo al momento in cui, per il bene delle persone, si sarà richiesti di fare un effettivo e reale passo indietro, per consentire a figure nuove di entrare in gioco con tutta la libertà di movimento che si meritano.

La fatica ad andare in questa direzione, che forse sta alla base di numerose difficoltà all’interno delle comunità cristiane, dipende sicuramente dalla maturità delle persone coinvolte in questi processi, ma anche dalla convinzione latente che la Chiesa, in fondo, non abbia bisogno di affrontare degli effettivi percorsi di riforma strutturale, tali cioè da darle una forma un po’ nuova in quanto più funzionale alla sua missione.

In queste circostanze il Signore ci parla attraverso la realtà dell’infecondità delle comunità cristiane, se questo segnale non viene negato o rimosso. È proprio dalla presa di coscienza che la capacità delle nostre comunità di generare nella fede e di formare dei credenti è in grave difficoltà che deriva il coraggio di affrontare tutti quei cambiamenti che risultano utili per riqualificare la loro missione.

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Un commento

  1. Lorenzo M. 23 gennaio 2020

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