Si può “perdonare a Dio”?

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Si può “perdonare Dio”? Si può pensare a Dio come “colpevole” e bisognoso di perdono? Su un tema così particolare e anomalo è intervenuta la Commissione episcopale polacca con un apposito pronunciamento il 14 novembre scorso: Giudizio teologico sulla pratica del “perdono a Dio”. Il testo risponde a una deriva devozionale che i vescovi avvertono come progressivamente estesa e bisognosa di discernimento.

Seguire l’attività delle Commissioni teologiche episcopali sulla dottrina della fede permette di avvertire gli elementi considerati critici nel vissuto cristiano locale, ma anche di percepire i primi segnali di sensibilità trasversali. È stato il caso del documento croato-bosniaco su un movimento ecclesiale (cf. SettimanaNews: Croazia-Bosnia: Rinnovamento nello Spirito), come anche il giudizio dei vescovi francesi sulla Contro-riforma cattolica (cf. SettimanaNews: Francia: denuncia teologica al tradizionalismo).

I vescovi polacchi e la nuova devozione

I vescovi polacchi notano «un crescente interesse tra i fedeli per la pratica spirituale che invita a perdonare a Dio […] Essendo una pratica relativamente nuova, assente nei testi liturgici della Chiesa e in altre fonti classiche della spiritualità e pietà cristiana, deve essere attentamente esaminata sulla sua coerenza con l’insegnamento della Chiesa cattolica e, conseguentemente, o raccomandata o censurata».

Fra le possibili origini di tale sensibilità vengono indicate «le tendenze psicologiche contemporanee», ma è facile immaginare che un qualche rilievo possano avere le riflessioni teologiche sul Deus patiens, su Dio che “patisce”, come pure una maggior pratica delle pagine della Scrittura in cui l’orante si rivolge a Dio in forma drammatica o accusatoria. Talora il “perdono a Dio” è un rivestimento retorico per il più tradizionale atto di speranza o l’accettazione della volontà di Dio.

«Ci teniamo a sottolineare che… un tale cambiamento può portare a incomprensioni inutili e associazioni sbagliate. Quindi è meglio mantenere le espressioni tradizionali radicate nell’insegnamento della Chiesa cattolica: “accetto la volontà di Dio” e “confido in Dio”».

Il “perdono a Dio” nasce spesso da esperienze drammatiche, davanti al male innocente o incomprensibile, come la malattia e la disabilità, la perdita dei propri cari, l’esperienza della solitudine e derelizione. Esso interpreta una reazione emotiva davanti al male e porta il credente a esprimere apertamente il rancore e il rimpianto contro Dio.

Con effetti terapeutici positivi. «Un’ammissione così sincera a Dio di un rancore contro di Lui, e quindi la sua richiesta di perdono, avrebbe effetti terapeutici positivi, portando alla riconciliazione con se stessi e con il Creatore». Ma, più che interrogarsi sulla responsabilità di Dio, il dato maggiore è guarire i propri sentimenti, riparare il proprio rapporto con Dio nella richiesta di perdono.

Assente nella Scrittura e nella Tradizione

Nelle Scritture, sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento, non ci sono esempi del perdono a Dio. Il perdonante è sempre Dio. Così Gesù non chiede il perdono per il Padre, ma al Padre chiede il perdono per tutti. E anche nella tradizione – dicono i vescovi – non vi è traccia di una pratica del perdono a Dio. Un simile atteggiamento è anzi contrario alla dottrina rivelata circa la trascendenza di Dio, la sua Provvidenza e stessa logica del perdono.

«Che Dio permetta il male fisico o morale è un mistero che Dio illumina nel suo Figlio, Gesù Cristo, morto e risorto per vincere il male. La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene, per vie che conosceremo pienamente soltanto nella vita eterna» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 324). La pratica del “perdono a Dio” può suggerire che i piani del Creatore non siano necessariamente benevoli.

Inoltre, il perdono è strettamente legato al peccato. “Perdonare a Dio” potrebbe far pensare che Dio è il trasgressore e capace di compiere il male. Col paradosso che l’uomo diventerebbe il guaritore di Dio. Insomma, la formula “perdono a Dio” è la proiezione su Dio di comportamenti umani.

È vero che nelle Scritture vi sono espressioni estremamente sincere e drammatiche di dolore e di afflizione come questo di Giobbe: «Io grido a te, ma tu non rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta. Sei diventato crudele con me e con la forza delle tue mani mi perseguiti; mi sollevi e mi poni al cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera» (Gb 30,20-23).

«Salvami o Dio, l’acqua mi giunge alla gola. Affondo in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge. Sono sfinito dal gridare, la mia gola è riarsa; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio» (Sal 60,2-4). E così in molti altri salmi. Ma «i lamenti sono sempre accompagnati dal ringraziamento e dalla preghiera, espressioni di fiducia nella protezione di Dio».

Attraversare il dolore nella fede cristiana

«Considerando quindi che la pratica del perdono a Dio non si trova nella rivelazione e che contraddice l’insegnamento rivelato sulla relazione di Dio con l’uomo, sulla Provvidenza e sulla natura del perdono, va affermato che la pratica del “perdono a Dio” è incompatibile con la fede della Chiesa. Per questo non può essere intesa come espressione di una più profonda comprensione della Rivelazione di Dio.

Pertanto non si deve sostenere che, sebbene la pratica di perdonare a Dio non trovi ragioni nella verità rivelata, può comunque essere intesa come il risultato della nostra comprensione progressiva della Rivelazione».

Fare leva sui positivi effetti terapeutici significa ignorare che dal “falso” non può nascere se non un aiuto avvelenato. «La pratica di “perdonare a Dio” può istillare nel cuore di una persona una immagine di Dio come trasgressore onnipotente che abusa con malizia del suo potere».

Si può dare libero corso al dolore e alle parole che vorrebbero interpretarlo, attraversare il tempo dell’elaborazione del lutto, sapendo decantare il risentimento e la rabbia verso un rinnovato incontro con Dio attraverso il Figlio. Cristo ci ha «comprati a caro prezzo», chiamandoci a confidare nella sua grazia e potenza.

Il testo si conclude con una citazione della Lettera a Proba di Agostino: «Pertanto nelle tribolazioni, che possono giovare come anche nuocere, non sappiamo quello che ci conviene chiedere, e tuttavia, perché si tratta di cose dure, moleste e contrarie all’inclinazione della natura, seguendo un desiderio comune a tutti gli uomini, noi preghiamo che ci vengano tolte. Dobbiamo però mostrare di fidarci del Signore… Perciò, se accade proprio il contrario di quanto abbiamo chiesto nella preghiera, noi sopportando pazientemente e rendendo grazie per ogni evenienza, non dobbiamo affatto dubitare che era più conveniente per noi quello che Dio ha voluto, che non quello che volevamo noi.

Ce ne dà la prova il nostro divino mediatore, il quale avendo detto “Padre, se è possibile passi da me questo calice”, subito dopo, modificando la volontà umana, che aveva in sé dall’umanità assunta, soggiunse “Però, non come voglio io, ma come vuoi tu, o Padre”. Ecco perché giustamente per l’obbedienza di uno solo, tutti sono costituiti giusti».

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5 Commenti

  1. Gianni Criveller 6 dicembre 2020
  2. Pietro 4 dicembre 2020
  3. Mauro La Spisa 3 dicembre 2020
  4. Mauro La Spisa 3 dicembre 2020
  5. Nino Remigio 3 dicembre 2020

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