Sinodalità e carisma teologico

di: Massimo Nardello

Qualche tempo fa una persona fortemente impegnata nella ricerca e nell’insegnamento teologico nell’area sudamericana, che però conosce bene anche la situazione ecclesiale del nostro paese, mi ha confidato che, a suo giudizio, in Italia abbiamo una teologia molto avanzata, ma che i cambiamenti sul piano pastorale sono lentissimi o inesistenti.

Un lavoro ignorato?

Queste parole mi hanno fatto riflettere, non solo perché le ho sentite molto aderenti alla realtà, ma anche per il fatto che esprimono bene la ragione di un certo disagio che talora si rileva tra i teologi e le teologhe dovuto alla percezione che il loro lavoro sia fondamentalmente irrilevante per la vita delle loro comunità ecclesiali e della Chiesa italiana.

In effetti, al di là di alcune figure che hanno raggiunto una certa notorietà e autorevolezza, per la loro competenza o per altre ragioni, normalmente quello che viene prodotto in ambito teologico resta all’interno di una cerchia specialistica abbastanza ristretta, senza essere né contestato né valorizzato nel tessuto ecclesiale, ma semplicemente ignorato.

Così può capitare che il dare alle stampe un’opera specialistica, magari frutto di anni di duro lavoro, finisca per assomigliare al lancio di un palloncino verso il cielo durante una festa parrocchiale: quando parte tutti lo applaudono, ma poi lasciano che scompaia nell’azzurro o tra le nubi, senza curarsene più.

Rapporto tra teologia e prassi pastorale

Questa difficoltà di rapporto tra teologia e prassi pastorale dipende sicuramente dalla notevole quantità di monografie e di articoli che vengono pubblicati anche in lingua italiana, cosa che rende impossibile la loro conoscenza integrale anche da parte di teologi professionisti.

Anche il linguaggio necessariamente complesso che la teologia deve impiegare può rappresentare un ostacolo alla sua fruizione, soprattutto da parte di chi non ha una buona preparazione di base.

Talora, poi, gli studiosi finiscono per focalizzarsi in modo autoreferenziale su questioni molto lontane dal vissuto della Chiesa, e questo non può che alimentare il loro divario con la base ecclesiale.

Ciò non toglie, però, che anche nel contesto ecclesiale italiano si avverta una crescente marginalizzazione della ricerca teologica, come dimostra il fatto che le numerose istituzioni che dovrebbero avere un carattere accademico dispongono di sempre meno docenti impegnati realmente a tempo pieno, e quindi nelle condizioni in cui lavora un “normale” ricercatore o docente universitario.

In realtà, sul piano dei principi, il ruolo della teologia nella vita della Chiesa è chiaramente riconosciuto come parte integrante di quella dinamica sinodale di cui essa vive. Ad esempio, il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa afferma: «Nella vocazione sinodale della Chiesa, il carisma della teologia è chiamato a svolgere un servizio specifico mediante l’ascolto della Parola di Dio, l’intelligenza sapienziale, scientifica e profetica della fede, il discernimento evangelico dei segni dei tempi, il dialogo con la società e le culture a servizio dell’annuncio del Vangelo. Insieme con l’esperienza di fede e la contemplazione della verità del Popolo fedele e con la predicazione dei Pastori, la teologia contribuisce alla penetrazione sempre più profonda del Vangelo» (n. 75).

Dunque, il compito dei teologi e delle teologhe è quello di promuovere all’interno del popolo di Dio una comprensione della fede che sia convincente sul piano razionale, capace di stimolare la conversione evangelica delle comunità e in grado di entrare nel dibattito pubblico. Sembra un ruolo imprescindibile per il vissuto ecclesiale, ma nei fatti non è sempre inteso in questo modo.

Manca l’ascolto della Parola

Ciò che il passaggio sopra citato dà per scontato è che le comunità cristiane vivano dell’ascolto della parola di Dio, cioè che in tutti i momenti della loro vita – e non solo in quelli dedicati alla preghiera – siano orientate dalla domanda su cosa sia il Vangelo e su ciò che esso richieda di fare nel momento presente. Quando questi interrogativi sono al centro dell’attenzione di una comunità, essa sente naturalmente il bisogno di arricchire la propria riflessione e di facilitare la propria conversione anche avvalendosi del contributo teologico. Purtroppo, però, le cosa non vanno sempre in questo modo.

Ad esempio, per alcuni cattolici l’azione pastorale dovrebbe consistere sostanzialmente nel custodire gelosamente quell’insieme di regole, di norme morali e di devozioni popolari (feste patronali, processioni ecc.) che hanno caratterizzato fortemente i decenni passati, come se mantenere le persone all’interno di una vita fortemente “strutturata” dalle pratiche religiose tradizionali significhi automaticamente sostenere la loro decisione di essere cristiane. In realtà, se manca l’annuncio evangelico e l’educazione alla fede, non è affatto così.

In altri casi, si fa riferimento ad una visione depauperata e banalizzata del Vangelo, magari ricavata in via esclusiva da presunte apparizioni o da improbabili maestri spirituali, che finiscono così per avere più autorità della Scrittura e dell’intera fede ecclesiale.

Soprattutto, però, le comunità rischiano di diventare organizzazioni che vivono per sé stesse, in cui cioè le persone partecipano solamente per le cose che possono fare (servizi ai poveri, animazione giovanile, organizzazione di momenti ricreativi ecc.), e non per il dono di Dio che possono ricevere. Così le questioni che assorbono l’attenzione diventano esclusivamente quelle pratiche, come i problemi organizzativi, la gestione dei conflitti, le difficoltà economiche, la manutenzione degli stabili, e così via.

È chiaro che in tutti questi casi una comunità cristiana non ha bisogno della teologia, e non perché questa sia troppo complessa, ma in quanto questa comunità non è realmente fondata sulla parola di Dio.

A questo punto, però, non è in gioco semplicemente il valore della riflessione teologica, ma la sua stessa identità ecclesiale.

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