Sinodalità e “sensus fidei”

di: Massimo Nardello

Uno dei temi più caratteristici dei documenti e degli interventi di papa Francesco che rivelano la sua profonda sintonia con il concilio Vaticano II è l’enfatizzazione della partecipazione attiva di tutti i membri del popolo di Dio alla missione della Chiesa e della necessità di quello stile sinodale che è necessario per valorizzare il loro contributo.

Una soglia da varcare

Questo aspetto è colto molto chiaramente dal recente documento della Commissione teologica internazionale sulla sinodalità, in cui si afferma: «Di qui la soglia di novità che papa Francesco invita a varcare. Nel solco tracciato dal Vaticano II e percorso dai suoi predecessori, egli sottolinea che la sinodalità esprime la figura di Chiesa che scaturisce dal Vangelo di Gesù e che è chiamata a incarnarsi oggi nella storia, in fedeltà creativa alla Tradizione. In conformità all’insegnamento della Lumen gentium, papa Francesco rimarca in particolare che la sinodalità “ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico” e che, in base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione. Ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio» (La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 9).

Dunque, per papa Francesco il compito missionario della Chiesa suppone la valorizzazione del senso di fede di ogni battezzato, cioè di quel dono dello Spirito Santo che gli consente di comprendere più pienamente il contenuto dell’esperienza cristiana e di tradurlo in modo più autentico nella sua vita (cf. LG 12).

Grazie a questo carisma, tutti i membri del popolo di Dio sono chiamati a dare il loro contributo per cogliere sempre meglio il cristianesimo e per “tradurlo” nella loro cultura, in modo che esso possa effettivamente risuonare come esperienza di salvezza per chi ancora non crede. Perché tale coinvolgimento possa attuarsi, è necessaria la sinodalità, cioè la capacità di ascoltare, valutare e valorizzare ciò che è creduto, pensato e vissuto da tutti i credenti attraverso processi di consultazione formale e nel dialogo più ordinario.

Anzi – secondo Francesco – questa sinodalità è la cornice nella quale interpretare il ministero gerarchico. Il suo compito di guida autorevole delle comunità consiste sostanzialmente nel discernimento di quanto emerge dal vissuto e dal “pensato” dei credenti, volto a valutare la sua congruenza con la fede e con le esigenze della comunione ecclesiale, e quindi nell’indicare ciò che risulta genuinamente evangelico come norma della vita cristiana della propria comunità.

Ma la prassi parrocchiale…

Forse, però, le convinzioni del pontefice espresse nel citato passaggio del documento della Commissione teologica internazionale possono lasciare perplesso chi svolge un ministero pastorale nelle comunità cristiane, non perché non siano condivisibili in linea di principio, ma per il fatto che sembrano difficilmente praticabili.

Normalmente, nelle parrocchie non ci si pone il problema di comprendere più pienamente cosa sia il cristianesimo, o quanto meno si ritiene che questo compito riguardi esclusivamente il pastore. Gli altri componenti della comunità devono lasciarsi mettere in discussione a livello personale dalle sue parole, soprattutto dalle sue omelie, ma poi il dibattito comunitario verte solamente su questioni organizzative, economiche e relazionali.

In altre parole, le questioni che effettivamente sono discusse riguardano la preparazione delle varie iniziative, il reclutamento di nuovi volontari, la composizione degli inevitabili conflitti, la raccolta di fondi, l’amministrazione del patrimonio, la manutenzione delle strutture, e così via.

È infrequente, ad esempio, che un consiglio pastorale sia dedicato a capire meglio un aspetto del Vangelo o le sue ricadute sulla prassi della comunità ma, quando questo avviene, il più delle volte si pensa che debba essere il pastore a chiarire le cose. Le cose della fede rientrano tra i suoi compiti esclusivi. In realtà, papa Francesco e il citato documento orienterebbero verso un modello differente, in cui le modalità specifiche dello stile evangelico che una comunità deve assumere nel proprio contesto culturale non sono stabilite solo dalla sua guida, ma emergono dall’ascolto di tutti i suoi membri, che pure hanno il dono dello Spirito.

Certo, sul piano dell’efficienza questo approccio crea grosse difficoltà. A fronte delle molteplici problematiche di una parrocchia, si è tentati di dare per scontate le questioni di fondo e di investire tempo e risorse per affrontare esclusivamente i problemi pratici, quelli di tipo organizzativo, economico e relazionale.

Mettere a tema il Vangelo in quanto tale e farne oggetto di un discernimento sinodale, in cui tutti i membri di una comunità possano valorizzare il loro senso di fede, esige non solo molto tempo e pazienza per imparare a capirsi, ma può rallentare fortemente i processi decisionali.

Ad esempio, se un’azienda deve costruire delle sedie, ma continua ad interrogarsi su cosa sia una sedia anziché concentrarsi sul processo produttivo, forse non concluderà granché. Le comunità cristiane, però, non sono delle fabbriche che devono realizzare un prodotto già prestabilito dal proprietario, ma luoghi in cui l’unico “titolare”, lo Spirito del Signore, rivela progressivamente a tutti che cosa credere e realizzare. Per questo, scavalcare la sinodalità in nome dell’efficienza porterebbe alla lunga ad andare sicuramente fuori strada.

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Un commento

  1. Angela 15 novembre 2018

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