Sul fine vita: dare il nome alle azioni

di: Aimone Gelardi

Eutanasia

Sorpresa, forse tardivo postumo di deformazione professionale,  di fronte al «nessun commento» apposto  dalla redazione di SettimanaNews alla stimolante riflessione  di  Vinicio Albanesi del 12 luglio scorso V. Lambert: dignità del morire e nichilismo impertinente.

Stessa provata dopo la lettura di “Eutanasia: nuovi pensieri” di Lorenzo Prezzi sempre su SettimanaNews di metà settembre 2016, per non citare altri articoli di ieri e persino il sopraggiunto pezzo di Mastrofini del 13 luglio u.s., a ruota con quello di Albanesi.

Quando il pensiero rimane senza discussione

Massi erratici, verrebbe da dire, redatti per fare pensare e discutere rimasti invece senza commento alcuno, come se assuefazione, impotenza, il tanto altro che incombe relegassero al mondo dei soli chierici iniziati tematiche di maggiore momento, come quello dei delicta maiora diventato ricorrenza banale persino nella stampa quotidiana.

Ci si chiederà perché tardivo postumo di deformazione professionale la sorpresa sulle mancate riprese di lettori e persino di esperti (teologi, sociologi, bioeticisti)? La sorte di grande parte degli articoli impegnativi che si producono, frutto di nobile inquietudine, privata o professionale, di menti attente ai temi forti di questi tempi particolari, è per lo più di non suscitare commenti pensati nell’agorà della comunicazione, frequentata da moltiplicate ciance sociologiche “di pancia”.

Chi ha studiato e insegnato teologia morale della vita fisica in seminario e altre istituzioni, come si diceva negli anni della seconda metà del 900, e poi bioetica, scritto e partecipato a confronti promossi in contesti ecclesiali e sanitari rimane segnato da attenzione (= deformazione professionale) per questi argomenti, così si sorprende per la solitudine in cui sono lasciati gli autori di testi mirati invece a suscitare riflessioni e dibattiti a più voci.

Risvolti bioetici ed esperienze di vita

Intendiamoci, dei risvolti bioetici dell’eutanasia, per stare al singolo tema che ci ha mosso a indirizzarci a SettimanaNews, si scrive quanto basta veicolando pensieri antichi e, per riprendere il titolo della riflessione di Prezzi, “nuovi pensieri”; manca la presa di coscienza della necessità di combattere «il nichilismo imperante che concentra nell’opinione personale l’ultimo giudizio su ogni questione, anche importante e per di più inappellabile» –  come scrive Albanesi –  che rende «diritto ogni opinione» in una comunità non (più?)  in grado nel suo insieme di «resistere a una tale frantumazione».

Nel gruppo parrocchiale di una città del nord fatto di ragazzi/e delle superiori e giovani universitari che ragionavano di domenica a partire dalla cronaca di una scelta eutanasica di cui si parlava in quei giorni, ricordo un uditorio diviso in due gruppi contrapposti e vivaci proprio a partire dai temi del dolore e dalla liberazione da quello intesa come diritto da un lato, come dovere e impegno civile a dall’altro e ciò a prescindere da qualsivoglia altra considerazione religiosa, etica, sociologica, solitudine / non-solitudine incluse.

Fine vitaNella classe di una scuola cattolica bolognese di prestigio, Giulia, neanche quindicenne, si è trovata a sostenere da sola il sentire dei credenti in fatto di vita, morte, eutanasia dopo essersi documentata con la serietà che sfoderano questi ragazzi, perché davvero, come dice Albanesi la «tutela della propria identità non può essere solista, anche perché bisognerebbe essere onnipotenti per non dover ricorrere all’aiuto di nessuno».

E questo vale sia per quanti vivono alle prese con il «dolore lancinante, profondo, continuo» in situazione di non vita, la liberazione dalla quale «è doverosa» e, aggiungo, comune al sentire umano che tuttavia si divide sulle modalità da mettere in essere in quelle situazioni di solitudine che non è solo assenza di presenze significative accanto al sofferente ma, ancor più deprivazione «di significati per continuare a vivere».

Non si può non convenire con Albanesi quando scrive che però «è da combattere il nichilismo imperante che concentra nell’opinione personale l’ultimo giudizio su ogni questione…».

Il discernimento della fede

Quanto alle Chiese che si confrontano con la deriva eutanasica attiva in tutto l’Occidente con esiti giuridici diversi, come sottolineava Prezzi, riprendendo i vescovi dell’Oberrhein, esse come la società sono appellate a una «nuova riflessione» che però «non può sfociare in una limitazione dei diritti dei morenti quando non corrispondono più agli ideali sociali dell’autodeterminazione, dell’indipendenza e della capacità di riuscita» (cf. Regno-doc. 1,2007,33).

Tra la missione del custodire il deposito del proprio sentire e quella di discernere nuove ragioni e argomentazioni per l’oggi sociale e culturale, le Chiese hanno il dovere di non condannare sbrigativamente e prendere sul serio attese e paure dei contemporanei che si concretano nella ricerca di una buona morte e chiedono risposte nuove e credibili, anche capaci di riconoscere, dove è presente, il positivo del desiderio di una buona morte, esse stesse  traendo dal proprio tesoro cose antiche e qualcosa di nuovo (cf. Mt 13, 44ss).

Eutanasia

Oggi, ormai, con il termine eutanasia si intende la soppressione deliberata di un paziente consenziente a motivo di una “pietà” sulla quale occorre non banalizzare né in un senso né nell’altro. L’atto eutanasico, si giustifica e definisce, a livello di intenzioni, come ricerca della morte ritenuta unica soluzione praticabile in una situazione di sofferenza insostenibili o stabilita tale, sia decidendo un intervento letale, sia omettendo quanto consente il protrarsi dell’omeostasi, cioè il flusso di energia e metaboliti che conservano immutato o quasi l’ambiente interno di un organismo, indipendentemente dalle modificazioni di quello esterno, che è quanto dire interrompere ventilazione, idratazione, nutrizione.

Fine vitaPer World Medical Association (1987) è un «atto volontario con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto» o tutore, con l’abbandono di ogni terapia (indiretta) o la somministrazione di farmaci letali (diretta) pratica in diffusione. Giuridicamente in Italia ricade sotto la fattispecie dei delitti previsti dal CP agli artt. 579 (omicidio del consenziente) e 580 (istigazione e aiuto al suicidio) ed è vietata dall’art. 36 del Codice di deontologia medica.

Da un punto di vista canonico equivale a omicidio o suicidio. Scriveva Giovanni Paolo II «confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale» (EV, 64).

Autodeterminazione come «diritto»

Se ieri il sentire diffuso aborriva l’idea di dare la morte attivamente o negativamente (con un’omissione che causa la morte), oggi non è più così per tutti. Si parla di diritto di autodeterminazione riguardo alla propria morte, di dovere di compassione fino a dare la morte o concorrere a quella di chi vive condizioni (definite) indegne di essere qualificate umane.

Ciò che la posizione cattolica rigetta rimandando al precetto divino non uccidere altri lo fa alla luce della sola ragione ritenendo l’eutanasia offesa alla dignità della persona umana, delitto contro la vita. Ma non si trascuri il fatto che oggi, in occidente soprattutto, «L’uomo ha tolto qualsiasi valore normativo dal proprio panorama di vita per mettere alla base della sua esistenza il proprio Io, che si è sostituito a Dio, alla Vita in sé sussistente» (Kelsen 1889-1976), ed è da questa premessa, che si argomenta, anzi si dice dovere argomentare sui diritti dei soggetti.

Sul finire del secolo scorso è sorta come una nuova sensibilità di fronte alle possibilità della medicina intensiva e delle tecniche di rianimazione. Il limite della morte è risultato spostato sempre più avanti, di conseguenza durata del morire, agonia, sofferenza sono state allungate. Così si chiede che la legge consenta l’eutanasia e si motiva la richiesta con la “dignità” del vivere e del morire, il “diritto” di decidere della propria fine.

Cos’è un diritto?

Ma il problema dei diritti suppone che sia chiaro che diritto non equivale a pretesa. Discussioni e pubblicazioni di giornalisti, filosofi, opinionisti e chierici negli ultimi tempi hanno richiamato i diritti distorti (titolo di un libro di P.G. Liverani), diritti confusi con pretese , senza individuare la vera radice di certi diritti, e senza trascurare che «le aspirazioni non sono diritti… che ad ogni diritto corrisponde un preciso dovere, che la coppia diritti-doveri è indispensabile per la tenuta del contesto civile, perché una società senza doveri resta in balia di egoismi individuali», come scrisse L. Violante sul settimanale de L’Osservatore Romano.

Le discussioni su questi temi forti spesso lasciano intravedere una visione antropologica confusa circa il senso che si dà alla propria vita e morte e a quelle altrui.

Si contrappone banalmente sentire laico a quello cattolico, favorevole l’uno, contrario l’altro per esempio all’eutanasia, ma non è detto che sia così: su certi valori credenti e non credenti la pensano allo stesso modo o sono inquietati dagli stessi interrogativi. G. Corbellini, sostenitore dello scetticismo morale radicale naturalistico e non relativista diceva in un’intervista: «Quando rileggo alcuni discorsi di Pio XII ai medici, li trovo esemplarmente lucidi». Norberto Bobbio, filosofo e giurista, al tempo del referendum sull’aborto (1981), diceva: «Quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”? E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

La Chiesa nei testi ufficiali di ieri e di oggi (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica ai n° 2270-2283) è sempre stata contraria a eutanasia, accanimento terapeutico aborto, in nome di una concezione della vita indisponibile e non manipolabile. In genere chi banalizza il sostegno a eutanasia, accanimento terapeutico etc. è conformato a un’etica dell’autonomia, che concepisce l’uomo come libertà non condizionata dalla natura, ma costruita sulla cultura del momento e che, quindi, può disporre, senza alcun vincolo, dei propri processi biologici.

Dietro orientamenti e richieste di eutanasia c’è una pietas presuntuosa, ma non diciamola affrettatamente falsa. E, però la severità del giudizio morale non tocchi spietatamente i singoli, di cui si devono riconoscere le buone intenzioni.

Ma perché nessuno più dice che, una volta che si è deciso legiferando, ci si dovrà ahimè confrontare con gli agguati dell’eterogenesi dei fini. Succede infatti che deciso un atto per un certo scopo, consegua di fatto qualcosa di diverso o anche opposto, quasi fosse stato deciso da altri.

Fine vita

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3 Commenti

  1. Angela 25 luglio 2019
  2. Fabrizio Mastrofini 24 luglio 2019

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