Chiesa: superare il “si è sempre fatto così”

di: Massimo Nardello
riforma chiesa

Riduzione dei gesuiti (São Miguel das Missões, Brasile).

Sembra ovvio che, per sviluppare una riflessione teologica sulla riforma della Chiesa, si debba partire dalla sua identità ideale, quale è attestata nella Scrittura e nella più ampia Tradizione delle fede, per poi chiedersi quali processi si possano attivare per avvicinare a questo modello la forma e gli stili concreti delle comunità cristiane.

Un percorso a tappe

Y. Congar, però, ci invita a premettere a questo percorso alcune considerazioni su un tema che apparentemente non è rilevante per la riforma ecclesiale, cioè il modo in cui Dio agisce nella storia della salvezza. Così egli scrive: «Questo movimento [che va da Adamo alla città celeste] si realizza a tappe, nel corso di uno sviluppo che comporta delle realizzazioni successive e progressive. […] Esiste costantemente il pericolo che una tappa raggiunta rifiuti di lasciarsi superare, che il gruppo o gli uomini depositari della promessa, depositari del germe e del suo avvenire, s’attacchino come a qualche cosa d’invariabile e di definitivo alle forme nelle quali l’idea vivente si trova attualmente realizzata e che, tuttavia, il dinamismo stesso del germe e della promessa esige di superare» (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1972, 112).

Dunque, secondo Congar, il disegno della salvezza che va dalla creazione del primo uomo fino alla Gerusalemme celeste si realizza a tappe. Dio è come un sapiente educatore che non chiede alla sua Chiesa e all’intera umanità il meglio in assoluto, ma solo ciò che esse possono effettivamente fare e dare in un preciso tempo e luogo, cioè in una tappa del loro percorso.

Poi, però, a questa tappa ne segue un’altra, cioè si entra in una situazione nuova in quanto le richieste di Dio evolvono. Il passaggio da una tappa all’altra comporta un cambiamento insolito, che in precedenza non era possibile né richiesto.

La riforma della Chiesa consiste esattamente nel fare questo salto anomalo, questo passaggio complesso e talvolta sconcertante da una tappa all’altra. Non si tratta semplicemente di abbandonare stili cattivi e di crescere nella virtù, ma di entrare in una comprensione più profonda del Vangelo e quindi di introdurre dei cambiamenti nella forma delle comunità ecclesiali che non erano previsti in precedenza. Questo significa che non si può parlare di una fedeltà della Chiesa a Dio in termini assoluti, ma sempre relativi ad un preciso momento e luogo della sua esistenza.

In analogia al percorso individuale degli esseri umani, anche una comunità cristiana può essere chiamata a fare delle scelte che in precedenza non sarebbero state giustificate. Insomma, se ovviamente vi sono delle novità che distorcono l’esperienza cristiana, ve ne sono altre che rappresentano esattamente il modo di essere fedeli a Dio nel momento presente.

Come rileva Congar, però, non di rado i credenti tendono a ritenere definitiva e immutabile quella comprensione del cristianesimo e quella forma di Chiesa a cui essi hanno aderito. Vorrebbero quindi che la Chiesa restasse incollata alla “loro” tappa, per così dire, e che non procedesse oltre. In altre parole, ci si identifica con una forma molto concreta e delimitata di esperienza cristiana, fatta di un certo linguaggio, di determinate strutture (“la mia chiesa”, “il mio oratorio” ecc.), di specifiche forme di devozione, e così via. Nel caso dei pastori, poi, ci si può fossilizzare anche su un certo modo di fare pastorale, anche se non funziona più da tempo.

Solitamente queste persone reagiscono fortemente davanti alla proposta di accettare dei cambiamenti, perché vedono in questo una sorta di svalutazione di quanto hanno creduto e vissuto per molti anni. In realtà, il mettere in discussione determinati stili pastorali o forme ecclesiali non significa ritenerli sbagliati, ma semplicemente appartenenti ad una tappa ormai superata nel disegno di Dio.

Ricadute pastorali

Per esemplificare queste considerazioni, possiamo applicarle a due problematiche pastorali.

Anzitutto, le idee di Congar possono aiutarci a usare una certa cautela nel proporre la devozione ai santi. Se queste figure esemplari sono vissute in epoche passate, resteranno per sempre esempi di virtù, ma non potranno necessariamente costituire un modello di vita da replicare oggi in tutti gli aspetti del loro stile, perché essi sono esistiti in una tappa differente del cammino ecclesiale. Un prete, ad esempio, potrà trovare nel Curato d’Ars o in Giovanni Bosco degli esempi imperituri di fedeltà a Dio, ma non potrà ricalcare pedissequamente i loro stili spirituali e pastorali, dal momento che ciò che Dio chiedeva alla sua Chiesa quando questi santi erano in vita – la tappa che essi dovevano incarnare – è presumibilmente differente da ciò che domanda oggi alle nostre comunità cristiane.

Questo pone un problema complesso per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica che sono custodi di un carisma donato ad un fondatore che è vissuto in una tappa ormai superata del disegno divino. Se ogni vero carisma può certamente attraversare molte tappe, ciò non significa che esso possa essere vissuto negli stessi termini del passato.

rinnovamento pastorale

Ancora, per molte decenni si è potuto fare pastorale giovanile cercando di “tenere in parrocchia” dei giovani che erano culturalmente cristiani per il fatto di nascere nel nostro paese. L’obiettivo di questo approccio non era quello di convincerli a scegliere di essere cristiani e cattolici, ma di creare attorno a loro ambienti sani che non inficiassero la loro fede e in cui potessero approfondire il loro essere credenti. A tale scopo si sono costruite innumerevoli strutture per poter offrire ai giovani maggiori protezioni e motivazioni,

Oggi, però, questo mondo non esiste più. Le comunità cristiane solitamente non possono competere con altre organizzazioni sul piano dell’offerta ricreativa, ma soprattutto i giovani non si lasciano più plasmare così facilmente dall’ambiente in cui vivono (che in realtà sono molteplici), ma eventualmente chiedono di essere aiutati a scegliere se essere cristiani in un mondo in cui è normale non esserlo. Un ambiente sano non è più sufficiente. Questa situazione richiede che le comunità si riformino in modo da evangelizzare le persone, e non semplicemente da offrire loro spazi e strumenti di incontro, di socializzazione e di ricreazione.

È comprensibile che chi ha portato avanti il suo servizio ecclesiale in un altro tempo si pensi davanti alla difficile alternativa di assumere uno stile diverso – cosa talora impossibile per l’età o per abitudini inveterate – o illudersi che il mondo sia ancora quello di sempre e che le proprie strategie funzionino ancora.

Congar ci invita a pensare che quello che si è fatto in passato, quando la Chiesa stata vivendo un’altra tappa del suo percorso, è stato assolutamente positivo, anche se ora quell’approccio non funziona più. Si tratta quindi di favorire il passaggio a un’altra tappa, e nel caso non si sia in grado di accompagnarla, di lasciare spazio ad altre figure più adatte, ringraziando il Signore per il bene che si è fatto fino al presente.

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