Teologia della liberazione: Ratzinger non era il problema

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ratzinger

Joseph Ratzinger era considerato un grande oppositore della teologia della liberazione. Ma l’esperto latino-americano ed ex capo della Misereor, Josef Sayer in questa intervista invita a guardarsi dai giudizi affrettati. I principali avversari erano altri. Il teologo pastoralista Josef Sayer mette in guardia contro giudizi affrettati circa il rapporto di Joseph Ratzinger con la teologia della liberazione. I suoi oppositori erano soprattutto l’organizzazione cattolica, strettamente conservatrice, Opus Dei, e gli Stati Uniti. Nel 2007 Benedetto XVI. disse che l’“opzione per i poveri” era fondata sulla cristologia, la dottrina sul significato di Gesù. La frase «fu come un colpo di fulmine», afferma l’81enne Sayer in questa intervista. Sayer era diventato un operatore per lo sviluppo nel 1980, prima nelle Ande peruviane, poi, dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1982, divenne parroco in una parrocchia dei bassifondi di Lima. Nel 1988 gli fu offerta una cattedra di teologia pastorale a Friburgo, in Svizzera. Successivamente lavorò come direttore generale dell’organizzazione episcopale di assistenza Misereor.

– Prof. Sayer, Joseph Ratzinger è stato professore per tre anni a Tubinga, dove lei ha studiato. Che esperienza ne ha avuto come professore?

Io ho studiato con Ratzinger a Tubinga e, nel 1968, ho sostenuto con lui gli esami. Per noi studenti Ratzinger era un professore molto ricercato. Abbiamo trovato eccellenti le sue lezioni. Erano preparate molto bene. Ciò che era importante per noi a Tubinga è che egli aveva anche buoni rapporti con la facoltà protestante, dove noi ascoltavamo soprattutto lezioni di esegesi – in modo del tutto naturale.

– Le amiche e gli amici della teologia della liberazione giudicano Ratzinger in modo molto critico perché ha reso la vita difficile a teologi come Leonardo Boff o a Jon Sobrino.

Bisogna distinguere! Prima del 1968, la teologia della liberazione non esisteva ancora. In quel tempo, in primo piano c’era il Concilio Vaticano II (1962-1965). Quello che abbiamo apprezzato in Ratzinger è che fu consigliere conciliare del cardinale Frings, il quale, durante il Concilio, aveva preso una netta posizione proprio in relazione alle caparbie dichiarazioni della Congregazione per la dottrina della fede.

– Non c’è qui una contraddizione con le successive posizioni di Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e il suo ruolo in relazione alla teologia della liberazione?

Probabilmente lei si riferisce alla sua prima Istruzione sulla teologia della liberazione. Ma poi ce ne fu una seconda. E, dalle mie conoscenze personali, mi sono fatto una visione più differenziata. Da un lato, all’inizio degli anni ’80, anche la Commissione della Fede della Conferenza episcopale tedesca, guidata da Karl Lehmann, era anch’essa ambivalente su questo tema. Dall’altro, è importante notare che non esisteva una teologia della liberazione. Sotto questo titolo si potevano trovare varie correnti. Una massima comune diceva: «Tutto ciò che viene da Roma è stato prima portato a Roma».

– Cosa intende dire con questo?

Sono amico da molto tempo di Gustavo Gutiérrez. Era evidente che i suoi oppositori dell’America Latina intervenivano in maniera risoluta contro di lui a Roma.

– Lei vede i principali oppositori della teologia della liberazione in America Latina e non a Roma?

È esattamente di questo che si tratta. C’erano anche latinoamericani nella Curia romana che agivano contro la teologia della liberazione. La teologia della liberazione criticava i potenti economicamente e politicamente. Intervenivano anche circoli attorno all’allora presidente degli Stati Uniti secondo cui la teologia della liberazione non doveva essere solo tenuta sotto osservazione, ma combattuta.

Sotto Ronald Reagan, apparve il documento segreto – Santa Fe –, che chiedeva di combattere la teologia della liberazione, perché danneggiava i presunti interessi degli Stati Uniti.

La teologia della liberazione era quindi una spina nel fianco di questi circoli. Non rientrava assolutamente nel loro modo di vedere. Questi circoli intervenivano a Roma perché non accettavano dei cambiamenti socio-politici nelle loro posizioni privilegiate e nel loro sistema.

– Lei qui non riferisce forse la narrazione standard della teologia della liberazione?

Niente affatto, posso documentarlo dalla mia esperienza personale. Gustavo Gutiérrez e l’allora vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana seppero che io avrei avuto una cosiddetta vacanza in Germania. Mi pregarono di passare per Roma e di consegnare personalmente una lettera a Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

– Di cosa parlava questa lettera?

Ratzinger avrebbe potuto farsi un’idea precisa di cosa fosse la teologia della liberazione. Non avrebbe dovuto ricevere posta solo dai delatori e dai denigratori.

– Lei ha consegnato la lettera a Ratzinger?

Sì! Ho trovato Ratzinger molto aperto e interessato e per nulla un ostinato intransigente. Egli poi si recò in Perù. Quanti professori o vescovi dell’Europa hanno compiuto la stessa cosa per farsi una propria opinione? Qualche tempo dopo, è intervenuto anche Oscar Rodriguez del Consiglio episcopale latinoamericano CELAM, che, insieme a Ratzinger, organizzò a Valendar, in Germania, un colloquio di più giorni sulla teologia della liberazione.

Oltre ai rappresentanti del CELAM, vi presero parte un manipolo di esponenti della teologia della liberazione e altre due persone della Congregazione per la dottrina della fede. Gustavo Gutiérrez tenne la relazione principale.

Egli mi ha confermato che Ratzinger aveva reagito in maniera comprensiva e aperta. Niente a che vedere con l’immagine di un duro oppositore della teologia della liberazione, come a volte viene ritratto. Ostinati furono, invece, l’arcivescovo dell’Opus Dei di Lima e quelli della sua parte, che continuamente intervennero contro Gutiérrez e contro la teologia della liberazione creando problemi a Roma

– Con chi esattamente?

Deve tener presente che, all’epoca, in America Latina, c’erano teologi decisamente favorevoli anche all’uso della forza per attuare i cambiamenti. Ma personalità di primo piano come Gustavo Gutiérrez non erano d’accordo. Nella sua opera principale – Teologia della liberazione – egli si servì anche delle categorie dell’analisi marxista allora comuni, che i suoi oppositori sfruttarono poi abilmente come argomento presso Giovanni Paolo II, il quale proveniva dal blocco orientale, e bollarono Gustavo di essere marxista. Gutiérrez ribatté che, se uno usa la teoria di Sigmund Freud, non deve essere ateo solo perché Freud era ateo.

 – Lei parla di oppositori della teologia della liberazione e di Giovanni Paolo II, ma come si è comportato Ratzinger?

Il segretario personale di Ratzinger mi ha detto che egli, in qualità di prefetto, si è schierato a favore di Gustavo Gutiérrez e di aver chiuso il processo contro di lui. Per esperienza personale, posso dire anch’io che, quando Ratzinger visitò il Perù, nel 1986, si mostrò estremamente interessato a saperne di più sulle condizioni sociali ed ecclesiali.

Durante il viaggio di ritorno da Machu Picchu, dove era stato invitato con altri vescovi del Perù, ho potuto raccontargli per circa un’ora come era la condizione delle campesinas e dei campesinos delle mie comunità delle Ande. La situazione era ancora completamente segnata dalle conseguenze della dominazione coloniale! Gli ho anche illustrato quali modelli di Chiesa coloniale erano ancora presenti in maniera aggressiva.

– Come ha reagito Ratzinger sentendo questo?

Ratzinger ha fatto molte domande ed è rimasto visibilmente scioccato dai modelli anti-evangelici che regnavano nella Chiesa, contro i quali erano rivolte le riforme desiderate dalla teologia della liberazione. Riforme che furono portate avanti dalle conferenze di Medellin e Puebla, culminate nell’“opzione per i poveri”.

Questa opzione costituisce di fatto il nucleo centrale della teologia della liberazione e ha rappresentato la categoria chiave in molti dibattiti. Gli oppositori di questa teologia volevano far cadere, con l’aiuto di Roma, questa opzione, marcatamente contraria al sistema politico ed economico imperante.

 – Cosa significa questo nel rapporto di Ratzinger con la teologia della liberazione?

Non dobbiamo mai dimenticare che Ratzinger ha svolto il ruolo decisivo nella discussione e nel chiarimento del contenzioso con Roma. Nel 2007 era papa. Come papa, Benedetto ha inaugurato la V Conferenza Generale del CELAM ad Aparecida nel 2007 con un incisivo discorso di apertura. Gli oppositori volevano far cadere una volta per tutte l’opzione per i poveri. Ma Benedetto, teologo ovunque riconosciuto e in quel momento papa, decise di chiudere definitivamente il dibattito affermando, proprio all’inizio della Conferenza, che “l’opzione per i poveri” è radicata nella stessa cristologia.

 – Come è avvenuto?

Quella frase fu come un colpo di fulmine! In questo modo mise fine alla disputa ideologica che durava da anni e gli avversari della teologia della liberazione dovettero lasciare il campo. Alcuni di loro abbandonarono addirittura in anticipo la Conferenza perché non volevano accettare il documento finale.

 – In Benedetto XVI c’è più Francesco di quanto pensiamo?

Il documento finale di Aparecida è stato redatto dal card. Jorge Mario Bergoglio. Egli era stato eletto dalla Conferenza come presidente della commissione redazionale. Naturalmente, il documento include l’opzione per i poveri, e si riferisce al discorso di apertura di Benedetto. Inoltre, i membri della commissione redazionale includevano cardinali influenti come Oscar Rodriguez e Carlos Aguiar, ex presidente del CELAM.

Fu poi Benedetto a dare al documento finale di Aparecida anche il suo placet, ciò significa che egli ha accettato le peculiarità della Chiesa dell’America Latina non sostenendo in alcun modo le posizioni degli oppositori.

I critici frettolosi in Europa dovrebbero prendere atto di queste fatti e non perpetuare sbrigativamente, come pappagalli, certi pregiudizi.

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3 Commenti

  1. Paolo 24 gennaio 2023
  2. Fabrizio Mastrofini 16 gennaio 2023

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