Per una teologia veramente utile

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Uno degli aspetti di maggiore differenza dell’attuale contesto ecclesiale rispetto a quello immediatamente postconciliare è la diversa incidenza del contributo delle discipline teologiche nella riflessione e nella prassi delle comunità cristiane.

Il Vaticano II ha permesso di sperimentare la capacità riformatrice del pensiero dei grandi teologi del ’900, al punto che molte Chiese locali hanno dato vita a percorsi di divulgazione di tali loro intuizioni perché divenissero patrimonio comune. Allora non era in discussione che le idee, anche quelle complesse, siano necessarie per cambiare la Chiesa.

Dopo cinquant’anni dall’evento conciliare la ricerca teologica è oggetto di ben minori aspettative e interesse, come dimostra sia l’esiguità delle risorse effettivamente dedicate a questo servizio, sia l’incidenza molto modesta che essa ha sulle scelte ecclesiali.

Dietro a questo cambiamento vi sono ovviamente ragioni culturali, come la fatica tipicamente postmoderna a confrontarsi appassionatamente su qualunque verità.

Del resto, nelle comunità cristiane odierne i problemi più scottanti non sono quelli della fede creduta e vissuta, ma piuttosto quelli organizzativi. I ministri ordinati sono sempre più sovraccaricati da questioni amministrative e da problemi relazionali, e spesso devono dare per scontata l’adeguatezza della visione di Dio, dell’umano, della Chiesa e del mondo che hanno maturato negli anni della loro formazione. Anzi, in questi ultimi anni sembra prendere ancora più piede una visione semplicistica del cristianesimo in cui tutto si riduce ad alcune formule elementari e a tanta bontà.

In questo quadro la riforma della Chiesa non può che ridursi al miglioramento della testimonianza al mondo nella linea del servizio e all’offerta generosa della Parola e dei sacramenti a coloro che già sono cristiani. L’approfondimento della comprensione della fede, cosa di cui si occupano le discipline teologiche, non può servire a granché.

Anche il mondo della ricerca teologica, però, ha avuto una sua responsabilità nella genesi di questa mentalità. Anche in questo contesto, infatti, come in molti altri ambiti dell’umano, può entrare il germe dell’orgoglio intellettuale – qui indissolubilmente legato al carrierismo accademico –, che spinge a sviluppare riflessioni estremamente complesse, al limite incomprensibili anche dagli specialisti, semplicemente per esibire la propria superiorità sia nei confronti dei problemi teologici sia sui propri lettori. Ora, questa teologia non può favorire la riforma della Chiesa perché è autoreferenziale e non è declinata in chiave pastorale.

Proprio su questo punto il padre Congar ci offre alcune riflessioni illuminanti. La prima attitudine da custodire per la riforma della Chiesa «ci sembra collegata all’esercizio del primato della carità e della dimensione pastorale. Si tratta, infatti, pur mettendo qualcosa in questione nella Chiesa, di non mettere in questione la Chiesa stessa; cercando di purificare la Chiesa, di non fare del purismo; parlando di un “ritorno alle fonti”, il che implica un’attività dell’intelligenza, di non sfociare in un programma astratto, senza radici nel suolo della tradizione e dunque senza linfa. Si tratta, infine, di non deviare, sospinti dal gioco della sola intelligenza. […] L’opera dell’intelligenza disgiunta dalla carità induce facilmente a misconoscere la realtà concreta e “costituita” della Chiesa. Al contrario, le riforme riuscite nella Chiesa sono quelle che si sono fatte in funzione dei bisogni concreti delle anime, in una prospettiva pastorale, nel clima della santità» (Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1972, 194).

Non basta dunque occuparsi delle fonti bibliche, patristiche o liturgiche per riformare la Chiesa, se questo genera una proposta astratta e svincolata dall’esperienza cristiana concreta. La riflessione teologica che si riduce ad un sofisticato gioco intellettuale, anche se di ermeneutica delle fonti più preziose, perde completamente la sua capacità trasformatrice.

Questo, evidentemente, non significa che la teologia debba riflettere solo su questioni pratiche o di immediata comprensione. Lo stesso padre Congar ha al suo attivo numerose opere certamente non divulgative, ma delicate a questioni teologiche specialistiche.

Non si tratta, insomma, di farsi capire necessariamente da tutti, ma di lasciarsi interrogare da quella prassi che è costituita da tutti, affinché il proprio contributo, per quanto complesso possa essere, nasca dalla realtà ecclesiale e per questo possa contribuire a plasmarla.

Purtroppo, in alcuni contesti accademici proprio questo orientamento pastorale della teologia è stato visto come alternativo al suo carattere scientifico. Essa avrebbe dovuto accostarsi alle fonti e riflettere su di esse guidata dalle sole domande ritenute importanti dagli specialisti, per poi riversare sul vissuto ecclesiale quanto elaborato in vitro.

Questo approccio, che ovviamente genera insofferenza, va scongiurato soprattutto ai nostri giorni, dal momento che – è inutile negarlo – la riflessione teologica deve ormai legittimare se stessa non solo sul fronte della società, nella quale non di rado è dileggiata come un sapere devozionistico privo di spessore, ma anche all’interno della Chiesa.

L’onere della prova che la ricerca teologica sia utile per il vissuto ecclesiale spetta oggi ai teologi e alle teologhe.

Costoro, però, non sarebbero all’altezza della sfida se, quasi mossi dalla paura di restar fuori dal coro, si limitassero a ripetere quello che molti altri hanno già affermato senza alcun bisogno di basi teologiche. Il compito di evitare una comunicazione tautologica, in cui si ribadiscono affermazioni ovvie che chiunque potrebbe fare, deve essere custodito soprattutto da chi fa ricerca. Questi deve sforzarsi di mostrare come proprio la teologia che ha reso possibile il Vaticano II sia ancora capace di offrire una comprensione originale e creativa del presente e delle strade che lo Spirito ci invita a percorrere.

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Un commento

  1. Tommaso Cavazzuti 4 giugno 2020

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