Terzo, ricordati di santificare le feste

di: Vinicio Albanesi

III Comandamento

Le tre grandi religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo) fanno riferimento alla santificazione della festa. Indicazioni differenti, come per i giorni della settimana, con una radice religiosa comune. Per gli ebrei il sabato, che ricorda la creazione; per l’islam, il giorno della predicazione di Maometto dopo il grande mercato del venerdì, e la domenica, che ricorda il giorno della risurrezione di Gesù per i cristiani, oltre altre feste solenni secondo le varie religioni.

Nella tradizione cristiana la domenica è, per eccellenza, il giorno dedicato alla celebrazione eucaristica, diffusa ormai tra messe prefestive del sabato e quelle vespertine della domenica.

Tempo e festa

Riguardo alla tradizione cristiana, il Catechismo della Chiesa cattolica scrive: «La Tradizione conserva il ricordo di un’esortazione sempre attuale: “Affrettarsi verso la chiesa, avvicinarsi al Signore e confessare i propri peccati, pentirsi durante la preghiera… Assistere alla santa e divina liturgia, terminare la propria preghiera e non uscirne prima del congedo… L’abbiamo spesso ripetuto: questo giorno vi è concesso per la preghiera e il riposo. È il giorno fatto dal Signore. In esso rallegriamoci ed esultiamo».

E ancora, citando san Giovanni Crisostomo: «Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c’è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo. Là c’è qualcosa di più, l’unisono degli spiriti, l’accordo delle anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti».

Questa tradizione della santificazione delle feste è rimasta, anche se il numero dei cristiani abitualmente praticanti si affievolisce di tempo in tempo. Le statistiche parlano dell’11-13% dei battezzati in Italia, salvo poi salire di numero per le feste più solenni (Natale, Pasqua, Assunzione, Immacolata, il Patrono…, i funerali).

Ciascuno risponde a modo suo

Il precetto della domenica non è più vissuto come dovere serio, anche se il Catechismo della Chiesa cattolica insiste: «Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave» (n. 2181). Solo qualche persona anziana, confessandosi, ricorda di non aver partecipato alla messa domenicale.

La risposta è nell’interpretazione personale degli obblighi religiosi: ciascuno dà una propria risposta alle indicazioni della Chiesa. È un fenomeno che non riguarda solo la dimensione religiosa, ma si è allargato a tutte le letture dei fenomeni sociali: culturali, economici, scientifici, sportivi. Un iper io che, a seconda, nemmeno della conoscenza ma delle emozioni introitate, dirige verso conclusioni che spesso non hanno radice scientifica né razionale.

Il tutto alimentato da due grandi fenomeni: le culture di popoli che, con la globalizzazione, si sono avvicinate, offrendo prospettive spirituali molto diverse tra loro, e la diffusione di notizie, in tempo reale, di fatti, vicende, dettagli che riguardano tutto il mondo.

Il cristianesimo è oramai uno dei riferimenti dell’orientamento formativo delle persone. C’è di più: nella diffusione di notizie, dettagli, problemi, purtroppo la Chiesa viene ricordata o per i grandi appelli del sommo pontefice oppure – cosa desolante – per gli scandali da parte dei religiosi nel mondo (sesso, economia, potere).

Le indicazioni sugli obblighi (non solo per la santificazione delle feste) rimangono sedimentati nella memoria (spesso ferma alla prima comunione) oppure a sensazioni molto esterne e anche poco significative: il parcheggio, la temperatura (calda e fredda) della chiesa, l’omelia, la durata, i canti…

Appare ed è superficialità, ma la vita esterna delle persone è stata abituata a dettagli che ieri o avant’ieri non erano importanti. Quasi tutto è vissuto come evento: la messa domenicale è spesso solo stanca abitudine.

Il ruolo dell’omelia

Leggendo una riflessione su Teologia e postcristianesimo (Queriniana, Brescia 2017), l’autore, Carmelo Dotolo, suggerisce una spiritualità conviviale, liberante, riconciliatrice. Uno schema cultuale che sia prima di tutto vissuto, partecipato, attento alla dimensione profonda dei problemi dell’anima.

Non a caso nell’Evangelii gaudium papa Francesco dedica 24 paragrafi all’omelia.

Le indicazioni suggeriscono «Chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio, e anche dove tale dialogo, che era amoroso, sia stato soffocato o non abbia potuto dare frutto» (n. 137).

L’omelia «ci ricorda che la Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato. Inoltre, la buona madre sa riconoscere tutto ciò che Dio ha seminato in suo figlio, ascolta le sue preoccupazioni e apprende da lui» (n. 137).

«Nell’omelia, la verità si accompagna alla bellezza e al bene. Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica anche la bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene» (n. 142).

Predicare la Parola

Il predicatore «per primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscere l’aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui una mentalità nuova» (n. 149).

Il predicatore deve anche porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i fedeli hanno bisogno di sentirsi dire. Un predicatore è un contemplativo della Parola e anche un contemplativo del popolo. In questo modo, egli scopre «le aspirazioni, le ricchezze e i limiti, i modi di pregare, di amare, di considerare la vita e il mondo, che contrassegnano un determinato ambito umano», prestando attenzione al «popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti» (n. 154).

Dovrebbe essere un giorno di riposo

La santificazione della festa implica anche il riposo nei giorni stabiliti. Molto severe le pene nell’ebraismo e nell’islam. La cultura occidentale ha riempito il risposo di altro.

Di fatto, sono prevalse le manifestazioni della vacanza e dei servizi. Con un duplice effetto. Molti approfittano del riposo per godere del tempo libero; al contrario, molte più persone sono costrette al lavoro per l’apertura di aziende, centri commerciali, ristoranti, hotel, oltre i servizi essenziali (aerei, treni, ospedali…) che non rispettano la domenica ma, nel migliore dei casi, i lavoratori ottengono, ogni sei settimane, la possibilità di riposare la domenica. Gli ultimi fenomeni delle consegne a domicilio (generi alimentari, fast food, e-commerce) hanno completamente stravolto l’impostazione della settimana.

Si è ingaggiata la lotta tra produttori e consumatori: sono questi ultimi i vincitori di questa lotta perché ricattano gli stessi produttori. Nello spasimo del consumo, sono i clienti che hanno in mano le biglie. Addirittura nello sport è prevalsa la regola del massimo profitto, fino ad arrivare a eventi sportivi alla vigilia di Natale o di Pasqua.

Lo schema settimanale suggerito dalla Genesi con il riposo del settimo giorno, durato duemila anni, non esiste più.

Di fronte a tali cambiamenti lo schema del culto e dei principi della liturgia è rimasto fermo: con appena qualche accorgimento quando è possibile. Eppure la dimensione dello spirito non è scomparsa. Contro ogni previsione, un recente studio di Franco Garelli su La condizione del clero in Italia (cf. Orientamenti pastorali, 11/2019), oltre ad aver sottolineato la diminuzione del clero in Italia e il suo invecchiamento, rivela che una quota non indifferente di popolazione (25%) riconosce di parlare di tanto in tanto con un sacerdote (o una figura religiosa) di questioni personali (di fede, umane e familiari) per un confronto o un discernimento cui attribuisce particolare importanza.

È l’indicazione per una religiosità non scomparsa: le parrocchie, la messa domenicale, le festività non sono inutili, ma accompagnano i problemi spirituali delle persone. Forse è giunto il momento di adattare i tempi della preghiera collettiva a forme partecipative che le persone, spesso, sono costrette a vivere.

Vinicio Albanesi: I Comandamenti

Decimo, non desiderare la roba d’altri.

Nono, non desiderare la donna d’altri.

Ottavo, non dire falsa testimonianza.

Settimo, non rubare.

Sesto, non commettere atti impuri.

Quinto, non uccidere.

Quarto, onora il padre e la madre.

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