Tracciare solchi

di:

pav1

La “tempesta” che investe la barca dei discepoli, a cui il documento Salvare la fraternità – insieme fa riferimento, è sotto gli occhi di tutti. Da anni ormai si leva il lamento della crisi, del calo delle vocazioni, del calo di matrimoni e battesimi, dei citofoni che restano muti o che rispondono “no, grazie” durante i tentativi di benedizione natalizia.

Ormai in tanti si sono adattati a radunare chi la desidera in chiesa, una sera d’Avvento, oppure a far compilare appositi moduli per richiederla su appuntamento. A volte i tentativi di rattoppare le assi da cui entra l’acqua che appesantisce sempre di più la barca sono oggettivamente goffi, ma di chi è la “colpa”? Parola ostile e forse fuori luogo.

Siamo diventati tiepidi, la fiamma della cristianità garantiva da secoli una buona dose del calore necessario e ora che l’ossigeno le è mancato, anche i nostri lumi si affievoliscono. E poi c’è il buio profondo degli scandali, dell’inadeguatezza, dell’ipocrisia, che pare davvero impossibile da fendere, con quella flebile fiaccola che ci è rimasta.

La tempesta

Leggendo l’appello Salvare la fraternità – insieme, che osa riorientare le nostre menti e i nostri cuori sperduti, non si può non pensare alla tempesta vissuta dai discepoli con Gesù.

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mc 4,35-41).

Nel brano vi sono due domande dei discepoli, terrorizzati, alle quali rispondono due ulteriori domande del Maestro: è il tono a fare la differenza.

La paura e l’angoscia che attanagliano i discepoli – e noi con loro – agiscono così: concentrano l’attenzione su “noi stessi”, sul “nostro io” che non regge di fronte alla perdita di appigli sicuri, a cui manca la terra sotto ai piedi; in ultima istanza, attraverso tali stati d’animo, la paura ultima della morte diviene certezza. Qui, sulla barca, si sta per morire, il caos è insostenibile, i flutti sempre più alti, nel frattempo il Maestro dorme a poppa, su un cuscino. Perché non interviene?

La delusione delle nostre aspettative nei suoi confronti è talmente forte da farci perdere ogni ritegno, ogni sua parola già ascoltata è come se non fosse mai stata pronunciata: ora importa solo di me e della mia salvezza (in opposizione a qualsiasi sentimento di fraternità), e tu, Maestro, devi svegliarti al mio comando. La goffaggine dei discepoli così simile alla nostra.

Il Maestro, in quanto tale, fa l’esatto contrario: prima agisce, poi parla. Fa cessare il vento, placa le onde e successivamente sposta la nostra attenzione dal nostro piccolo io ad un orizzonte più ampio: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.

Anzitutto, la presa di coscienza del fallimento, della paura, della mancanza di fede proprio da parte di coloro che si sentono i più vicini, i più preparati, i cavalieri senza macchia del grande esercito. L’unica colpa eventuale è proprio questa, l’essersi sentiti invincibili: eventuale, perché il Maestro “sgridò” il vento, mentre a noi semplicemente “disse”.

La ragione profonda della tempesta risiede in noi stessi, non nella mancanza dei mezzi o nei deliri (pur presenti) della “società di oggi”. Troppo facile scaricare lì la nostra frustrazione. L’essersi sentiti al sicuro delle chiese piene, dei convegni, dell’autorevolezza pubblica della propria parola, del “governo della città secolare”: ecco i bastioni in rovina, le assi della barca da cui entra acqua. La tempesta è arrivata, puntuale, a sollevare le onde e a far emergere potente la tentazione che si cela in ogni successo, il punto debolissimo della fortezza (anche Satana tenta il Signore riguardo a ciò, v. Lc 4,1-12).

L’inquietudine

Tuttavia, anche a tempesta sedata, l’inquietudine non passa, anzi cresce: prima le onde e il vento, ora quel Maestro che pensavo al mio servizio, a mia immagine e somiglianza, che dorme e che, destatosi, chiede a me le ragioni della tempesta più destabilizzante, quella dell’anima.

Noi tutti infatti sappiamo bene che la risposta è semplicemente: “sì, ancora non abbiamo fede”. Benché ogni volta, al sopraggiungere di un grande timore, Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete” (Mt 17,7). I bastioni hanno certo protetto, ma non hanno rafforzato la creta dei nostri vasi.

Non abbiamo fede perché abbiamo scambiato (di nuovo) la fede per un possesso esclusivo, un benefit per pochi eletti e non una grazia continua elargita a tutte le genti senza misura. Anche a chi, come quel Manfredi che Dante incontra nell’Antipurgatorio, pecca per una vita intera, per poi rendersi all’ultimo istante “a quei che volentier perdona”, poiché “la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei” (Purg. III, 118-123). La medesima “bontà infinita” manderà un angelo a lottare con un demone per assicurarsi anche l’anima di Bonconte di Montefeltro, salva “per una lagrimetta” scesa all’ultimo respiro “nel nome di Maria” (Purg. V, 85-108).

E così per molti altri “lontani”, una folla di anime morte “in contumacia” agli occhi degli uomini, ma accolte senza esitazione nelle “gran braccia” del Padre di tutti. Non è mancanza di giustizia: la loro lentezza nel pentimento esige comunque un contrappasso, e neppure lieve. Si tratta di una giustizia altra, così come altro, più ampio, è lo sguardo al quale il Maestro ci invita sempre e di nuovo.

È forse proprio a tale alterità che oggi siamo chiamati a volgerci nuovamente e alla quale il testo dell’appello indica: abitare il mondo, certo, ma con un altro stile. Più dimesso e per questo più incisivo, che si rivela prima nell’agire quotidiano e poi nella parola. La parola è sempre mediazione, rispecchia ciò che la suscita: per questo è pressoché immediata la sua credibilità o la sua ipocrisia.

Sono del resto durissime le parole di Gesù nei confronti dell’opacità farisaica: “Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,39-41).

L’esercizio del pensiero

Chi poi esercita quello che Heidegger ha chiamato “il mestiere del pensiero” dovrebbe fare particolarmente attenzione all’uso della parola, riscoprendo il valore del silenzio, talvolta lungo, che precede l’apparizione di parole significanti. Nei frammenti di Aurora, Nietzsche scriveva così: “Chi deve un giorno annunciare molto, tace molto dentro di sé. Chi deve un giorno accendere un lampo, ha bisogno a lungo – di essere nuvola”. Un atteggiamento che certamente va contro i ritmi e i criteri che oggi vengono richiesti dalla stessa ricerca intellettuale, eppure atteso, forse preteso, da un altro tipo di pensiero che, ci si augura, possa presto apparire e al quale l’appello ci invita. Un pensiero che si compie con spirito di servizio e con metodo, pensiero dalla parola trasparente che lascia intravedere l’alterità che abita la fitta e complessa trama del reale, che dirige lo sguardo del lettore/ascoltatore senza pretenderne il possesso esclusivo.

Non si tratta più di creare schieramenti (“o con noi o contro di noi”), poiché non ce n’è mai stata ragione: l’annuncio o è per tutti o non è, il seminatore lancia la semente ovunque, poiché tutti sono figli del Padre, dunque fratelli e sorelle nostri.

Sempre Heidegger concludeva la sua Lettera sull’«umanismo» con un’immagine suggestiva: “Con il suo dire, il pensiero traccia nel linguaggio solchi poco vistosi. Essi sono ancora meno vistosi dei solchi che il contadino, a passi lenti, traccia nel campo”. Un pensiero chiamato dunque a tracciare solchi, dove il seme possa cadere e germogliare: il contadino sa poi bene che il merito dell’apparire o meno dei germogli non è mai del tutto suo.

Molti sono i fattori che non possono ricadere sotto il suo controllo, pena un delirio di onnipotenza che rovinerebbe tutto il lavoro già compiuto. Il contadino esperto conosce bene sia la fatica del tracciare solchi, magari in un terreno duro e inospitale, sia la fede – disarmata e disarmante – nell’attesa del germoglio.

Veniamo dunque invitati ad un pensiero che riacquista la parola dopo, o durante, lo sconvolgimento apportato dalla tempesta e ancor più dallo stile con il quale il Maestro risponde alla nostra invocazione, mentre siamo in balìa delle onde e di noi stessi: Perché siete così paurosi?

Solo rispondendo con grande sincerità a questa domanda anche la parola del pensiero credente (quanto ci insegna la grande tradizione medievale a riguardo!) riacquisterà credibilità e anche autorità, certo un’autorità diversa da quella umana: non maggioritaria, non nostalgica dei (gloriosi?) tempi che furono. Allora, forse, pensare significherà di nuovo indicare, tracciare un sentiero, un solco, affinché altri colgano quell’esperienza originaria a partire dalla quale ogni dire viene suscitato: l’esperienza dell’ “essere-nel-mondo” assieme ad altri e soprattutto di uno scarto, ovvero di quell’ulteriorità incolmabile, ma più presente della realtà stessa, che rende l’uomo umano, ovvero piccolo, limitato, manchevole.

È in un tale esperire originario che assume del tutto e senza riserve la nostra umanità, che si rende forse udibile il passaggio di un invito: Venite e vedrete (l’inizio di ogni ekklesia: chiamare a sé, invitare).

È in un tale esperire che l’uomo si riscopre libero di abitare la realtà in modo trasparente e non opaco, libero di agire e di parlare non per mostrare se stesso ma per mostrare, eventualmente, uno stile altro: Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Giac 2,12-13).

È, infine, nella riscoperta di ciò che si potrebbe chiamare l’esperienza originaria che suscita ogni pensiero e ogni parola che potrebbe concentrarsi il lavoro di quei “saggi” ai quali l’appello si rivolge in modo particolare. Per riscoprirsi fratelli e sorelle occorre infatti riscoprire la propria comune origine: a partire da quest’ultima, potrà forse allora scaturire non un “nuovo” ma un altro inizio per la Chiesa e per noi tutti. Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap 21,5).

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