Una creazione libera

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La cultura postmoderna che caratterizza in modi diversi i vari paesi occidentali è nota per la sua ritrosia a identificare dei principi ultimi in grado di spiegare l’origine e il funzionamento di tutta la realtà, come pure dei valori etici universali che debbano normare l’esistenza di tutti gli esseri umani.

Tale cultura, infatti, preferisce pensare che questi riferimenti assoluti non possano essere identificati in alcun modo, e che anzi alimentino solo false aspettative di sicurezza che, in realtà, sono destinate a restare frustrate. Durante una pandemia come quella che stiamo attraversando, però, queste convinzioni potrebbero essere messe in discussione. Le esperienze drammatiche possono riaccendere alcune domande sul senso di quello che sta avvenendo e il bisogno ostinato di trovare delle risposte che siano convincenti sul piano razionale.

Il Dio della vita

Questi interrogativi, in fondo, sono di tipo teologico. Chi ha una visione radicalmente materialista della realtà rinuncia in partenza a trovare un significato alle cose che succedono, credendo di vivere in un cosmo che evolve in modo casuale anche distruggendo degli esseri viventi come noi. A chi però porta nel cuore il dubbio o la certezza che esista un Dio creatore del mondo e buono ogni vicenda spaventosamente dolorosa non può che suscitare interrogativi inquietanti, a maggior ragione se non è indotta dalla malvagità umana ma da dinamiche del tutto naturali.

Perché viviamo in un mondo così imperfetto e violento che molti animali devono distruggere altri esseri viventi per potersene nutrire e continuare a vivere, e in cui entità microscopiche come i virus possono finire per annientare degli organismi così complessi come i nostri corpi per potersi replicare? Il Creatore non avrebbe potuto realizzare un mondo migliore, più favorevole alla vita di tutte le creature?

Chi è cristiano e ha fatto esperienza dell’amore del Padre grazie alla fede in Gesù Cristo e all’azione dello Spirito Santo sa bene come il Dio trinitario sia principio di vita e non di morte. Dunque, anche se tutto resta misteriosamente nelle sue mani, non tutto ciò che accade viene da lui.

Il suo disegno d’amore può essere ostacolato dalla libertà delle sue creature, perché il Creatore non si impone sulla sua creazione, ma interagisce con essa nella linea della persuasione. Ovviamente egli impedisce che tale libertà creaturale faccia naufragare in modo irrimediabile il suo progetto di salvezza ma, nello stesso tempo, la rispetta anche quando produce esiti drammatici.

Il discorso “libertà”

Nella tradizione cristiana, però, tale libertà è stata riconosciuta solamente agli angeli e agli esseri umani, per cui può spiegare quel male che deriva dalle loro decisioni, ma non quello che caratterizza strutturalmente la natura in quanto è connaturale alle modalità del suo percorso evolutivo.

È forse anche per questo che, quando avvengono disastri epocali non imputabili all’umano, riemergono visioni distorte del cristianesimo che li intendono come castighi divini per i peccati dell’umanità. È un modo, per quanto rozzo e lontano della vera tradizione della fede, di trovare una causa a quello che accade e non restare senza risposte.

In realtà, come hanno messo in evidenza in via ipotetica le filosofie e le teologie del processo, si può parlare di una libertà anche nell’ambito non umano (o angelico) della creazione. In un certo senso, tutti i componenti della realtà, dai più piccoli ai più grandi, sono “liberi” di svilupparsi, cioè hanno un loro percorso evolutivo che è conosciuto ma non predeterminato da Dio in modo assoluto, e in cui godono di un ampio margine di autonomia.

Potrà sembrare strano parlare di libertà nell’ambito inanimato, perché ovviamente priva di qualsiasi consapevolezza e responsabilità morale. Se, però, non si accetta tale dimensione dell’intera realtà, si dovrebbe pensare che il Creatore abbia voluto positivamente entità come il coronavirus che ci affligge, con la sua capacità distruttiva della nostra specie.

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Nella visione processuale, invece, questi organismi sono il frutto di una creazione che evolve in modo autonomo, nella quale Dio agisce continuamente per fare sì che essa si attui sempre più secondo il suo disegno di amore e di vita ma su cui, normalmente, non si impone in modo deterministico, fino al compimento del suo Regno. Così proprio questo Regno non sarà solamente un dono suo, ma in qualche modo sarà stato desiderato, invocato e costruito anche dalle sue creature.

La forza della preghiera

Per questa ragione possiamo pregare Dio affinché ci liberi dalla pandemia che stiamo affrontando. Lo possiamo fare perché noi facciamo parte di questa creazione che anela al superamento della corruzione, e anzi ne siamo l’espressione più alta. Con la nostra richiesta – che, essendo per la vita e non per la morte, è certamente secondo il volere divino – chiediamo al Creatore di fare la sua volontà, cioè di rendere questo mondo più sintonico con il suo progetto d’amore e di vita.

Se egli agisce normalmente in modo persuasivo e non coercitivo sul mondo, la nostra preghiera di supplica è proprio ciò che serve per aprirgli le porte, per consentirgli di operare in questa umanità profondamente afflitta per farla vivere.

Potremmo pensare, però che, se l’intervento di Dio nel mondo dipende dalla nostra disponibilità a invocarlo e ad accoglierlo, siamo perduti. La nostra incapacità di fidarci di chi non vediamo e non possiamo controllare ci spinge più a rifiutare l’azione divina che ad invocarla.

Eppure non è così, grazie al Figlio incarnato. Anche Gesù, pur essendo Dio, appartiene a questa creazione grazie alla natura umana che ha assunto. Con la sua vita obbediente, la sua morte e la sua risurrezione egli ha accolto in modo pieno e insuperabile l’azione del Padre a vantaggio di tutta l’umanità e del cosmo intero, segnando in modo irrevocabile il suo destino di vita.

Noi, suoi discepoli – e in certa misura tutti coloro che inconsapevolmente si lasciano raggiungere dalla sua grazia – siamo chiamati “solamente” a riecheggiare la sua adesione al Padre – l’unica che può portare l’intero universo al suo compimento – con le parole della nostra preghiera e gli stili solidali della nostra esistenza, per affrettare quel compimento e prenderne parte.

Ciò che abbiamo appena celebrato nei giorni della Settimana santa, dunque, è molto vicino al mistero di dolore e di smarrimento che vediamo attorno a noi. Non, però, in quanto la sofferenza di Gesù ci ricorda la nostra o quella degli innumerevoli afflitti di questo mondo. In realtà, il suo dolore non è affatto come il nostro. È frutto della sua illimitata fiducia nel Padre, quella che rigenera questo mondo, una fiducia che in fondo noi non possiamo comprendere né replicare, ma solo contemplare e quindi cercare di imitare per sua grazia.

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Un commento

  1. Luca Fiandri 14 aprile 2020

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