Canto di un vescovo emerito

di:

Da sei anni ormai sono a Limoges.
Quando sono arrivato
Il presidente si chiamava Hollande
Il sindaco Rondet
Il papa Benedetto
Il vescovo Kalist
Il parroco Tequidt.
Sul presbiterio i miei vicini sono cambiati.
La segretaria della parrocchia non è più quella.
Io, resto.
L’avevo capito quando ero parroco:
sono i vecchi che durano più a lungo.
Sono stato dichiarato vecchio sei anni fa.
Senza dubbio continuo a invecchiare,
anche se non me ne rendo conto.
Un cambiamento improvviso:
Per la prima volta, nelle nomine di quest’anno
appaio come “ausiliare”.
Continuo a pensare che lo statuto di “vescovo emerito di …” è infelice
Perché, al di là delle singole persone, serve per dire l’assenza da una diocesi.
Fisicamente, più che fisicamente.
I preti in pensione restano nella loro diocesi.
I vescovi religiosi rientrano nell’ordine,
almeno se ne hanno voglia.
Il vescovo emerito è affidato alla natura.
Potete intendere “natura” come meglio volete.
Benedetto XVI ha trovato un giardino, anche se, dalle cronache,
il Vaticano sembra più un’arena che un paradiso.
Sono favorevole a porre un termine al ministero episcopale,
anche se un unico criterio, i settantacinque anni, è semplicistico.
Bisognerebbe che i vescovi in pensione atterrassero canonicamente da qualche parte.
E non solo come pensionati
o come “silurati” (limogé – Limoges)
Avete mai sentito parlare di un “cattolico emerito”?


Mons. Jacques Perrier è vescovo emerito di Tarbes e Lourdes
(Lettre aux Olim, estate 2018)

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