Caporello e Câmara: l’enigma del silenzio

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Corro il rischio, ancora una volta, di pensare un’improbabile analogia che, nonostante le caratteristiche assolutamente diverse e divergenti delle due biografie coinvolte, ci offrirebbe indizi di somiglianza in almeno un’importante attitudine.

Sto dicendo nuovamente di due vescovi: il vescovo emerito di Mantova, Egidio Caporello, recentemente defunto, e il grande vescovo brasiliano Helder Câmara.

E l’attitudine che mi permette di associarli non riposa nelle loro parole o nelle strategie pastorali decisamente diverse, ma nei loro silenzi, nello stesso tempo eloquenti e occultanti: enigmi invalicabili dell’intimità delle persone, ma che, nonostante tutto, provocano il nostro desiderio di intendere e capire.

Helder Câmara

Dom Helder, rimase in un silenzio radicale, proteggendo la sua biografia dalle curiosità dell’opinione pubblica, della stampa e del mondo accademico, rimanendo silenzioso anche nell’ambito delle intimità confidenziali. E questo per almeno due volte.

La prima occasione del suo silenzio fu nel 1964, quando terminò il suo ruolo di segretario generale della Conferenza Episcopale Brasiliana (CNBB), da lui fondata, e, nonostante i successori rappresentassero una linea pastorale alternativa alla sua, non disse nemmeno una parola critica o ostile.

Il secondo silenzio ebbe luogo in congiunture molto dolorose. Nel 1985, quando, per raggiunti limiti di età, mons. Helder diventò vescovo emerito di Olinda e Recife, Roma nominò al suo posto mons. José Cardoso, inviato espressamente per distruggere nei minimi dettagli tutta la pastorale creata nei vent’anni dell’episcopato di Câmara, che si raccolse in un sereno silenzio.

Non disse una parola contro Cardoso e, interrogato alcune volte su questo, affermava solamente che il risentimento non abitava il suo cuore.

Quanto accadde a Recife era l’esempio doloroso di una stagione ecclesiastica in cui il Vaticano affrontava la pastorale ispirata dalle teologie della liberazione. Non si condannavano solamente i teologi e le teologhe, ma si scatenava un’offensiva che colpiva la realtà ecclesiale di base in tutta l’America Latina. E Helder stava zitto, gioioso, senza odio e senza nemici.

Egidio Caporello

Negli stessi anni, in Italia avvenne qualcosa di simile, anche se, apparentemente, meno drammatico. E qui, se non mi sbaglio, incontriamo analoghi silenzi da parte di Egidio Caporello, che, nel giugno del 1986, venne nominato vescovo di Mantova, una storica e significativa diocesi, ma assolutamente irrilevante nel panorama ecclesiale italiano.

Sorprese quella nomina, perché Caporello era stato segretario generale della CEI dal 1982 al 1986 e certamente Mantova non traduceva in termini di carriera ecclesiastica l’antico adagio promoveatur ut amoveatur, cioè sia promosso affinché sia rimosso.

E nel suo caso, come per quanto accadde anche al cardinal Anastasio Ballestrero, presidente della CEI, appare inevitabile parlare di rimozione forzata. Infatti, nel 1985, venne nominato presidente della CEI il cardinal Ugo Poletti, vicario del papa per la diocesi di Roma e al posto di Caporello subentrò mons. Camillo Ruini, che, per più di vent’anni, sarà il protagonista delle strategie, più politiche che pastorali, della Chiesa italiana.

Tutto è cominciato con la rottura del convegno ecclesiale di Loreto, che segnò una radicale inversione di rotta della pastorale, dettata dalla lettura della politica mondiale – e quindi italiana – di Giovanni Paolo II e articolata, il più delle volte tra le quinte, da mons. Ruini.

Se Ballestrero pare si lasciasse scappare in qualche occasione una frecciata critica contro il nuovo corso, mons. Caporello invece rimase sempre silenzioso su questi fatti storici che lo riguardavano da vicino.

Non dirà assolutamente niente su questa vicenda in cui si sono scontrate due ipotesi pastorali alternative: una ancora fedele al Concilio, bene espressa dall’intervento di Bruno Forte a Loreto, che identificava la storia umana come spazio del Vangelo, senza integralismi, senza intransigenze, in una relazione dialettica tra la parola di Dio e la storia, senza ricadute in riduzionismi politici; l’altra ipotesi orientata da altre preoccupazioni come l’anticomunismo prima della fine dell’URSS, e, successivamente, dalla necessità di una battaglia culturale e politica contro la secolarizzazione e in difesa dei cosiddetti valori innegoziabili, minacciati dalle leggi civili sull’aborto e sull’eutanasia, sull’esclusività del matrimonio monogamico tra persone eterosessuali.

Posizioni che comportarono l’appoggio di settori significativi della Chiesa ad una DC ormai in crisi e in procinto di scomparire e, poi, al berlusconismo con annessi e connessi. Sono tematiche che, reinterpretate da nuovi attori, permangono nell’attualità come fonti di polarizzazione e di conflitti nel mondo cattolico.

I silenzi di questi due vescovi ci mostrano, forse, l’unica maniera di poter convivere con la conflittualità. E ci mostrano il cammino per salvare la Chiesa dall’odio e dall’inimicizia.

Due storie

Mi pare che, anche nel caso del vescovo Caporello, nonostante i limiti pastorali del suo servizio, si salvi la perla preziosa del suo umile e amoroso silenzio.

Santi – questi – in una piccolezza accolta con un sorriso, sia il grande profeta latino-americano, sia il meno noto e ricordato vescovo emerito di Mantova: grandi nell’umiltà di considerarsi non come protagonisti della storia, bensì sconfitti da ingiustizie con improbabili o discutibili riferimenti al Vangelo di Gesù, semplici comparse alle quali non è dato di coltivare rigidità ideologiche e risentimenti, dotati della grazia del perdono con autenticità e gioiosa grandezza d’animo.

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Un commento

  1. anima errante 14 ottobre 2022

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