CCEE: presidenza a Bagnasco, sfide condivise

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Il cardinale Angelo Bagnasco, 73 anni, arcivescovo di Genova e presidente CEI dal 2007 (confermato per un secondo mandato nel 2012) è stato eletto presidente del CCEE, il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, costituito nel 1971 e alla cui guida era già stato un altro italiano, il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini (1986-1993). Vicepresidenti sono risultati il cardinale Vincent Nichols (71 anni), arcivescovo di Londra dal 2009 e dallo stesso anno presidente della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles (che molti alla vigilia davano come il più accreditato per guidare il Consiglio) e  mons. Stanislaw Gadecki, (67 anni) arcivescovo di Poznan e presidente della Conferenza episcopale polacca (Bagnasco e Nichols hanno partecipato entrambi agli ultimi 2 Sinodi, straordinario e ordinario, sulla famiglia).

L’invito di papa Francesco alla Chiesa europea

L’elezione è avvenuta nella tarda mattinata di sabato 8 ottobre nell’ambito dell’Assemblea plenaria CCEE che si era aperta lo scorso 6 ottobre nel Principato di Monaco, su invito dell’arcivescovo locale, mons. Bernard Barsi.

Un forte monito nella direzione di «una Chiesa gioiosa, misericordiosa e testimone di speranza» è venuto da papa Francesco che ha inviato un Messaggio letto dal nunzio apostolico, Luigi Pezzuto. Dopo un ringraziamento non formale al presidente uscente, il cardinale Péter Erdő, 64 anni, arcivescovo di Esztergom-Budapest e primate d’Ungheria, già relatore generale alla III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, che ha concluso il suo doppio mandato (2006-2016) alla guida dell’organismo europeo («Ella ha saputo servire con mitezza e lungimiranza, ponendo al di sopra di tutto la carità evangelica. Grazie per il suo zelo pastorale!») e l’invito a «proseguire con fiducia il cammino volto a rendere un servizio alle popolazioni del Continente, valorizzandone “i due polmoni”, quello orientale e quello occidentale. Sia vostra cura illuminare le coscienze dei credenti, offrendo loro criteri di giudizio e di discernimento, per non lasciarsi sviare da una cultura mondana», l’esortazione finale di Bergoglio era rivolta alla Chiesa in Europa, perché «possa diventare sempre più “Chiesa in uscita”».

Una riflessione sulle sfide della Chiesa in Europa

Dense di relazioni le giornate dell’Assemblea, che si conclude nella mattinata di domenica 9 ottobre con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Monaco presieduta dall’arcivescovo locale Barsi. L’esito dei lavori, com’è tradizione rigorosamente a porte chiuse, eccetto i saluti iniziali, sono stati via via comunicati attraverso conferenze stampa a fine mattinata.

Il nodo delle sfide al cattolicesimo europeo e il ruolo della Chiesa è stato affrontato in maniera articolata con una serie di interventi, tra i quali quelli del ministro degli interni del Principato, M. Patrice Cellario, e del prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet. L’analisi della situazione dei cristiani in Europa è stata affidata allo storico ed esperto di comunicazione austriaco Martin Kugler, coniugato e padre di 4 figli, mentre un cenno al Rapporto annuale della Santa Sede per l’Organizzazione e la sicurezza in Europa (OSCE) è stato fornito da don Michel Remery (classe 1973) e vicesegretario CCEE.

Non solo il terrorismo minaccia i cristiani d’Europa, è stato detto, anche il cambiamento culturale e alcune scelte parziali che appaiono talvolta “ostili” ad una certa tradizione di fede. Tuttavia il dramma del terrorismo (come quello dell’accoglienza ai profughi) ha tenuto banco nell’Assemblea e anche al di fuori. Toccante, infatti, si è rivelato per tutti il “pellegrinaggio” – «per esprimere la propria solidarietà al popolo francese e per pregare per la pace» ha detto il cardinale Péter Erdő – compiuto dai vescovi venerdì sera sulla Promenade des Anglais della vicina città di Nizza, teatro del sanguinoso attentato dello scorso 14 luglio con 86 vittime. Un lungo silenzio ha accompagnato la visita al memoriale costruito in ricordo.

Raccolti attorno al pastore di Nizza, André Marceau, e alla presenza del sindaco Philippe Pradal, i vescovi hanno sostato in preghiera corale. Sul versante istituzionale in precedenza erano stati ricevuti anche da sua altezza il principe (cattolico) Alberto II di Monaco.

… e la drammatica situazione in Medioriente

Ai lavori è intervenuto sabato pomeriggio anche il nuovo amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, il francescano mons. Pierbattista Pizzaballa che ha implorato le Chiese europee di «passare dalla fase dell’aiuto economico e assistenziale ad un atteggiamento più maturo». È vero che la stragrande maggioranza delle attività che la Chiesa gestisce in Terra Santa è possibile solo grazie agli aiuti proveninti dalle diocesi europee, ma è altrettanto vero che i cristiani laggiù hanno bisogno anche di guardare avanti con speranza perché «una cambiamento epocale non significa necessariamente la fine di una presenza» (un aiuto verrebbe da una ripresa dell’arrivo dei pellegrini, purtroppo in lento, ma continuo e inesorabile calo).

Pubblicato il bilancio di 10 anni di presidenza Erdő

Nel corso dell’Assemblea, il presidente uscente ha tracciato un bilancio degli ultimi 10 anni di attività CCEE. Un periodo di grossi cambiamenti e autentici rivolgimenti all’interno delle società europee, un periodo durante il quale l’organismo dei vescovi ha lavorato costantemente in tandem con la Comece, la Commissione dei vescovi accreditati presso l’Unione Europea, attualmente guidata dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera e presidente della Conferenza episcopale tedesca. Mai sono state lanciate accuse di sorta in direzione di Bruxelles o Strasburgo, ma sempre ha prevalso la volontà di dialogo e il rigoroso rispetto della diversità dei ruoli tra vescovi e rappresentanti delle istituzioni alla costante ricerca di punti di convergenza e dell’offerta, umile e discreta, di una qualche forma di collaborazione, soprattutto dal punto di vista culturale, inteso come valori di riferimento, da parte delle Chiese. Uno stile, quello del primate ungherese, che molti auspicano possa continuare, anche se sono note le posizioni più intransigenti di altri episcopati dell’Est europeo, come quello polacco, per fare un esempio.

Il cardinale Péter Erdő aveva già scritto un editoriale pubblicato lo scorso 12 settembre, ma in questa sede è stato presentato anche un volume, curato da Paolo Bustaffa, già direttore dell’Agenzia SIR, dal titolo L’incontro e la speranza, edizioni Cantagalli 2016, pp. 635.

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