Bose: una comunità morta?

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Avere frequentato per tanti anni Bose, avere conosciuto, per quanto possibile, Enzo Bianchi e Luciano Manicardi, da una parte, ma anche Amedeo Cencini, dall’altra, mi hanno portato in questi mesi a leggere con non pochi punti interrogativi tante cose scritte in merito al doloroso tempo che la Comunità monastica sta vivendo.

E ho messo a confronto quello che accade in Piemonte con la comunità in cui vivo, quella di dodici presbiteri che, proprio da Bose, hanno ricevuto un grande incoraggiamento e tanta simpatia per più di vent’anni.

Riduzionismi

Sento il desiderio di “difendere” la complessità di un’esperienza da letture che – a mio avviso – sono troppo unilaterali e credo che questo sguardo articolato debba essere preservato ogni volta che si ha a che fare con la vita umana, comunitaria o singolare. Forse lo sguardo sfaccettato risulta più difficile a chi ha minore esperienza di questo tipo di vita: occorre allora scegliere se astenersi dal sentenziare o entrare rispettandone la complessità.

Metto così in evidenza alcuni “riduzionismi” nei quali occorrerebbe non cadere per meglio cogliere quanto sta avvenendo, cioè un’avventura di fratelli e sorelle: umana, fragile e fallibile; ma anche straordinaria ed eccezionale.

Non solo storia

Una comunità ha la sua storia fatta di primi passi, timidi e spesso solitari o, tutt’al più, in piccoli gruppi; seguono poi l’entusiasmo e la fondazione, con la prima luna di miele; poi la crescita (con alti e bassi), la maturità e non si può non mettere in conto la possibilità della vecchiaia e della morte. Il passato è imprescindibile, perché non esiste né un presente né un futuro senza ciò che si è seminato.

Ma la logica è quella dell’eredità, del talento da trafficare più che del museo da conservare (questa immagine è offerta da papa Francesco). Il ritorno alle origini è come l’illusione di poter tornare alla nostra infanzia: non solo non è possibile ma, nel frattempo, si sono aggiunte nuove persone e nuove responsabilità (figli? debiti? professioni?) che non possono essere cancellate con un colpo di spugna.

Quello che siamo oggi proviene da ciò che siamo stati ieri e, nello stesso tempo, non è la replica consunta di quanto abbiamo vissuto: l’oggi pone delle domande e presenta delle esigenze che non si possono trascurare e che non erano prevedibili agli inizi. Si diventa adulti e anche anziani: il ritratto di una comunità non è la foto appesa il giorno in cui si è inaugurata una nuova casa o una chiesa, perché, nel frattempo, sono entrate persone che allora non c’erano e altre si preparano a lasciare oppure l’hanno già fatto.

Non siamo gli stessi di una volta e, a quelli che ci hanno conosciuto così e che ci rimproverano di essere cambiati, dobbiamo rispondere con un esercizio di coscienza serio per riconoscere ciò che abbiamo tradito e ciò che invece necessariamente non può più essere come allora.

Ma è inutile farsi archeologi o storiografi per rintracciare l’autenticità di “come sono andate davvero le cose”: quali cose? Una comunità è tante cose e, se non la frequenti per un po’, ne perdi molti pezzi perché non la vivi più da dentro…

Non solo carisma (della comunità e del fondatore)

Se inizia qualcosa di nuovo, significa che ce n’era bisogno e che qualcuno ci ha creduto più di altri. Nel mondo sono in realtà tantissime le persone coraggiose e fantasiose: una cosa nuova nasce per l’intuizione di qualcuno ma più ancora per la volontà di spenderci la propria vita. Una persona così è un visionario o – se vogliamo – un profeta: ha riconosciuto i bisogni del suo tempo e ha intravvisto qualcosa che ancora non c’era. Altri si sono poi aggregati e hanno reso possibile quello che un solitario non avrebbe potuto fare.

Ma è chiaro che la “paternità”, quella che va scritta all’anagrafe, sarà una sola. Poi diventa famiglia, nella quale tutti hanno il loro valore e la loro importanza. Nessuno può sostituirsi e nessuno può rifondare quello che è stato fondato una volta per tutte: è come il battesimo, lo si celebra una volta sola.

Poi, però, c’è la vita cristiana a venire, c’è la famiglia che arricchisce quell’intuizione originaria, che sarà mantenuta nella sua purezza solo se sarà modificata. Perché fedeltà alla tradizione significa anche coraggio dell’innovazione. Le aziende di famiglia sopravvivono se i discendenti hanno fantasia imprenditoriale; altrimenti tramontano.

Il carisma (e il carismatico) non può rimanere singolare, altrimenti è proprio lì che muore; il carisma è stata un’intuizione visionaria che rispondeva a un’epoca e, se oggi il tempo è cambiato, il visionario aiuterà altri ad esserlo perché i tempi cambieranno ancora, più e più volte.

Non solo regole

Per vivere assieme bisogna darsi degli orari: di alzata, di pranzo e cena, di preghiera… Vanno concordati e, mano a mano, si trova un’intesa anche su altri aspetti della vita insieme. Ma soprattutto si fissano i capisaldi, quelle consuetudini che si fanno “regola” e che magari un giorno vengono fissate sulla carta, nero su bianco.

Le regole servono soprattutto all’interno: tante di esse ad occhi profani appariranno come assurde, illogiche, fuori dal tempo e dal mondo, ma funzionano bene lì.

Molte regole poi non sono scritte e si impongono per ripetizione: non è detto che siano state scelte, ma le si è assorbite come gli odori che impregnano i vestiti. È vero che possono correre il rischio di farsi assurde e non di rado c’è chi, dall’esterno, vorrebbe che venissero esplicitate, pubblicate.

“Dobbiamo tutti sapere”: che cosa? Non sappiamo di tante famiglie come i soldi passano di mano in mano o cosa succede nei tempi personali: e va bene così. E, anche se le regole fossero esplicitate, chi riuscirebbe a farsi “censore” obiettivo? Ci sono dei diritti inviolabili delle persone, che il Vangelo, prima delle Nazioni Unite, ha riconosciuto. Questi sono importanti e questi vanno garantiti costi quello che costi; su tutto il resto, non dimentichiamo che ogni realtà trova un proprio equilibrio.

Ma le regole si fanno anche gabbia, briglia, quando non sono più sostenute dallo spirito fondativo; e poi le regole servono – purtroppo – agli “altri” (interni o esterni alla comunità) che non vedono l’ora di trovare le inevitabili contraddizioni tra il dire e il fare. Regole senza contesto sono come inchiostro su una lavagna: illeggibile.

Non solo relazioni e psicologia

Una comunità è tenuta insieme da una rete di affetti non meno che da un luogo fisico. Anzi, probabilmente è più vero il contrario: ci sono condomini (luoghi) nei quali neppure ci si conosce e comunità (affetti) che vivono in diaspora senza sciogliersi.

Gli affetti che scorrono dentro una comunità sono il suo colore: esistono comunità grigie, comunità scolorite e comunità “cacocromatiche” ossia male assortite.

La psiche diventa lo spazio in cui si traducono le grandi intuizioni e le relazioni possono fare davvero tanto, ma non saranno mai il tutto di una comunità che si fonda su una profezia. Qualcuno sarà anche arrivato all’interno di una comunità a rimorchio di altri; personalità dipendenti ne esistono sulla faccia della terra… Ma una comunità di persone a rimorchio o dipendenti non potrà mai stare in piedi.

Non sono le relazioni a tenere su una comunità, né è il loro deteriorarsi per presunti complessi edipici (davanti ai quali molta psicologia contemporanea sorride) a farla cadere.

Non sono così illuso da non sapere che esistono “assunti di base” che tengono assieme le persone anche quando lo scopo si è perduto. Ma questo è più facile nelle folle che nelle comunità di vita. La vita comunitaria è troppo impegnativa da pensare che l’appagamento psichico sia sufficiente per portarla avanti. Potrà anche essere la pigrizia o la paura a cementarla, ma una comunità viva è tale perché ha dello spirito, che attinge allo Spirito. A qualcuno Bose sembra una comunità morta?

Non solo politica

Una comunità non è mai disincarnata: nasce in macrosistemi che la includono e che spesso ne hanno determinato il suo sorgere. Non avremmo avuto una Riforma, il Vaticano II, il Sessantotto, ma nemmeno certi partiti politici senza un grembo sociale di un certo tipo. Ogni ideologia ha i suoi punti di riferimento, i suoi filoni, il suo impatto sulla società. Importa al proprio interno elementi vitali e veleni nocivi, si fa amici e sostenitori così come nemici e detrattori.

Se questo può valere per i grandi movimenti della storia, mutatis mutandis vale anche per le comunità. Se non si è banali, è inevitabile dividere (dunque scandalizzare).

Ma una comunità non sta in piedi solo grazie all’appoggio strategico di qualcuno “importante” né in virtù della sua collocazione geopolitica. Un’esperienza audace può attirare invidie altrui, persino calunnie: ma queste di solito rafforzano più che sgretolare. Il nemico più pericoloso è interno alla comunità più che esterno.

Osmosi

Una comunità non vive per uno solo di questi livelli, ma sulla capacità di passare da un livello all’altro, in un intreccio continuo, attenta a spostare il peso ora su un piede e ora sull’altro, a seconda di dove ci sia più bisogno. Salvo accorgersi che un livello rimanda sempre all’altro, perché i valori fanno presto a disincarnarsi dalle relazioni, l’attenzione all’esterno assorbire tutte le energie che servono all’interno, le norme a prevalere sulle intuizioni e le intuizioni a creare strappi interni.

La vita umana è complessa e così quella comunitaria, perché comunque composta da uomini. La salvezza non viene dai carri né dai cavalli, dice il Salmo: non dallo psicologo né dall’Abate illuminato che arriva in visita; non viene da statuti chiari e procedure definite; non viene dall’epurazione donatista delle mele marce e nemmeno da un mese di esercizi spirituali. Uno di questi sarà, tutt’al più, il punto di partenza: ma anche qui il gergo si fa scivoloso, perché sarebbe come parlare di ri-nascita in una storia di vita personale. Si nasce una volta sola e da lì la vita è un continuum che si sviluppa, con tappe, passaggi di vita, scelte decisive… Ma la vita rimane una sola.

Una comunità non si rifonda, non rinasce: ci sono adattamenti dovuti a cambiamenti interni o esterni. Il corpo umano si adatta a virus, cambi climatici, fratture: gli si può inoculare un vaccino, ma sarà comunque la sua risposta immunitaria a preservarlo dal virus. E gli anticorpi prodotti saranno diversi per numero e forse persino per tipologia, da persona a persona.

La salvezza viene da Dio: e la chiave della salvezza cristiana, da sempre, è la carne dell’uomo: dunque, tutta quella complessità che abbiamo sopra visto e che è, a sua volta, solo un’altra classificazione semplificatoria e perfettibile.

Integrare, fare osmosi nella sequela del Cristo, vale per ogni cristiano a qualunque vocazione egli appartenga. Bisogna fare tanta Lectio divina che sia lectio humana (come dice il titolo di un vecchio volume): un cristiano che legga Il nome della rosa soffre nel sentire religiosi darsi mazzate usando come clava la Scrittura… Ma ci vuole anche una bella dose di perdono, perché gli angeli stanno principalmente in cielo e, se scendono in terra, lo fanno solo per un breve periodo, altrimenti ne rimarrebbero contaminati. Se la croce di Cristo non ha sradicato il peccato dalla terra, non lo potrà fare neppure la più perfetta delle Regole o delle Costituzioni.

Questa divina umanità rifluisce anche su una tavola e magari su qualcosa di buono lì condiviso; nella cura di un albero da contemplare nelle diverse stagioni; nella visione di un bel museo o di un bel film.

Ma i corpi si deteriorano e anche le menti: i neuroni cominciano a morire molto presto e le articolazioni seguono la stessa via, perdendo progressivamentela loro funzionalità. La vita professionale, la bellezza del lavoro… lasciano un giorno il posto alla pensione e ad un senso di inutilità che non è facile da sopportare né in chi lo vive in prima persona né in chi è accanto. Eppure ci sono tramonti meravigliosi che contempleremmo all’infinito: peccato che il sole passi dall’altra parte e segua la notte.

Poi c’è tutto l’intreccio di giudizi e sentimenti, ammirazione e invidia, compassione e disprezzo. Gli possiamo dare il nome di affetti oppure mozioni, senza disgiungerle troppo dal modo in cui guardiamo l’altro e dai pensieri che ne ricaviamo. In quel mondo entra certamente la “maturità umana”, che però non è un dato acquisito o uno status di partenza ma sempre un divenire, un continuo adattamento degli uni agli altri e di cuore e mente alla realtà e al Vangelo.

Per quali ragioni cambia il nostro modo di guardare l’altro? Non credo che dipenda in modo esclusivo dalla storia o dal carisma, dalle relazioni o dalla politica, dai peccati personali o comunitari.

Quando siamo partiti, avevamo uno sguardo benevolo sull’altro: vero, magari all’inizio era favorito dall’idealizzazione, ma non possiamo dimenticarci che era comunque uno sguardo benevolo. Il rischio è che nel tempo si sia fatto torvo: forse per poca fede o per invidia, forse per non più giovinezza o per qualcosa di altro…

Come si fa a ritrovare questo sguardo limpido? Non lo so, ma nessuno mi toglie l’idea cementata dall’esperienza che il cuore stia lì.

E poi vado a prendere in prestito quello che scrive uno che l’ha vissuto più di me:

«Colui che non ama non conosce la sofferenza della separazione, la sofferenza inflittagli dalla Chiesa che egli ama. Dal mondo, che pure egli sa animato dallo Spirito. In che cosa consiste la terza croce? Consiste nel continuare o nell’imparare ancora una volta ad aprire le braccia proprio là dove la vita ci ferisce. Di fronte al lutto, alla separazione, all’incomprensione, al tradimento, all’ingiustizia, la tendenza spontanea consiste nel richiudersi, ripiegarsi su se stessi, sulla propria solitudine o sofferenza. È molto comprensibile! Ma il grande rischio è di inasprirsi, nutrire del risentimento, inaridirsi, contraddire gli impegni assunti e… fuggire. È possibile invece un’altra via».[1]

La frase proseguirebbe, ma non è il caso di banalizzarla senza avere letto per intero il testo.


[1] C. Salenson, Pregare nella tempesta, Qiqajon, Magnano 2008, 39-40.

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19 Commenti

  1. Rosalia Zito 7 marzo 2021
  2. Enrico 26 febbraio 2021
    • Giovanni R. 2 marzo 2021
      • Elisabetta 3 marzo 2021
        • Alfredo Bianco 3 marzo 2021
  3. Alfredo Bianco 26 febbraio 2021
  4. Gian Luca 24 febbraio 2021
    • Gian Piero 25 febbraio 2021
  5. Gian Luca 23 febbraio 2021
  6. Salvatore 23 febbraio 2021
  7. Cesare pavesio 23 febbraio 2021
  8. Marcello Neri 23 febbraio 2021
  9. Fabio 23 febbraio 2021
  10. Giovanni R. 23 febbraio 2021
    • Franco 23 febbraio 2021
  11. Fabrizio Mastrofini 23 febbraio 2021
    • Elisabetta 23 febbraio 2021
      • Gregorio Narboni 24 febbraio 2021
        • Gian Piero 26 febbraio 2021

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