Buona salute ma molti se ne vanno

di: Antonio Dall'Osto

Nel corso della LVII Assemblea dei superiori maggiori d’Italia che si è tenuta a Salerno dall’8 al 10 novembre sul tema Fedeltà e perseveranza, a cui hanno partecipato 120 superiori maggiori di tutti gli ordini religiosi presenti in Italia, sono stati forniti alcuni dati sull’andamento attuale della vita consacrata.

«Nel suo insieme – ha affermato mons. José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica – la vita consacrata è una realtà che gode buona salute: ha vitalità, esprime significatività ed è scuola di santità. Ma è innegabile che ci sono dei lati oscuri, come gli abbandoni che, come dice papa Francesco, sono un’emorragia tra frati e suore. Problema preoccupante non solo per il numero – tra il 2015 e il 2016 ci sono stati in media ogni anno 2.237 abbandoni nel mondo – ma «anche per l’età in cui si verificano, tra i 20 e i 40 anni, quando possono ancora dare molto della loro vita».

I Paesi che hanno avuto maggiori abbandoni sono stati Brasile, India, Messico, Polonia, Italia e Spagna. È un processo che dura da tempo, anche se negli ultimi anni gli abbandoni restano costanti; processo dovuto ad alcuni fattori quali il disincanto, è come se venisse meno quell’attrazione che aveva fatto scegliere la vita religiosa; e, dunque, un malessere, una «scontentezza cronica – accidia – che rende deserta l’anima»; ancora, una «anemia spirituale che accade quando la preghiera perde senso e l’eucaristia è trascurata». A queste si aggiunge, a volte, «la ricerca di esperienze affettive che diventa una via di fuga».
Oggi ci vuole una «vita consacrata sveglia» – ha sottolineato mons. Carballo – capace di cogliere le sfide attuali; una realtà “profetica”, che trasmetta gioia, vicinanza e comunione, speranza: una vita consacrata alleggerita dalle strutture e sempre più a servizio della missione; realtà in uscita verso le periferie esistenziali e del pensiero.

Ma perché gli abbandoni? Mons. Carballo ha risposto: «Tra le cause sicuramente la difficoltà di vivere i voti, di condividere la vita di fraternità; e da queste, la profonda crisi spirituale e di fede, che ne consegue. C’è poi la paura di assumere impegni definitivi, in un mondo che vive la crisi delle società sempre più “liquide”, come spiegano i sociologi: cioè “si vuole sempre lasciare una porta aperta, e questo non favorisce impegni a lunga scadenza”. Ma le nostre sono anche società del benessere, ha affermato il segretario della Congregazione, società che “stanno andando verso un profondo cambiamento dei valori”: sono queste le sfide che ci troviamo ad affrontare»
Per quanto riguarda il mondo giovanile, mons. Carballo ha osservato che i giovani di oggi appartengono, non tutti, a quella che ha definito la «generazione selfie», cioè sono la prima generazione dei nativi digitali; una generazione narcisista – sembrano di non appartenere a nessuno – consumista, che ha perso «la categoria del mistero» ed è segnata «da una cultura debole».
Riproporre la validità della scelta vocazionale, significa avere una vita consacrata che «creda, ami e spera» – ha aggiunto – una vita di libertà evangelica, di povertà, «senza nulla di proprio»; di castità, «una fecondità che genera figli nella Chiesa». C’è bisogno, ancora, di una formazione appropriata ai nostri giorni, che si apra ai valori umani, alla fede pratica; una formazione permanente, «evangelicamente esigente e motivata»; una formazione inculturata. Bisogna promuovere una fedeltà che sia capace di ridare valore alla vocazione, una scelta che significa andare controcorrente rispetto a un mondo dove non c’è posto per il sacrificio, la rinuncia, né per altri valori simili. Promuovere ancora una formazione che sia capace di «mostrare la bellezza di Cristo nel proprio carisma».

Durante l’Assemblea sono stati proposti anche i numeri riguardanti i religiosi italiani. Al 1° gennaio 2016 (ultimo dato censito) erano 19.005. Di questi 15.643 residenti in Italia, mentre i rimanenti 3.362 operano all’estero. Gli stranieri nei conventi italiani sono invece cresciuti dal 5% del 1999 all’11% del 2016. Si innalza anche l’età media: il 60% va dai 60 agli 80 anni. Non diminuisce però l’impegno sul campo: sono 1.136 le parrocchie affidate a religiosi attraverso un accordo con l’istituto e 147 a titolo personale. A ciò si devono aggiungere 665 santuari o chiese non parrocchiali, 477 oratori, 171 strutture pastorali, 89 centri di missioni al popolo e 207 case di spiritualità.

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