Chiesa evangelica: rinascono le comunità religiose

di: Antonio Dall'Osto

Mentre la Chiesa evangelica tedesca, nata dalla Riforma, celebra quest’anno i 500 anni della sua storia, è interessante domandarci, fra le altre cose, qual è stata l’evoluzione che hanno avuto al suo interno nel corso dei secoli i monasteri e le comunità religiose in Germania. Sappiamo che Lutero ebbe verso gli Ordini religiosi un atteggiamento molto critico da determinarne praticamente la scomparsa. Tuttavia, a partire dal secolo 19°, e soprattutto dal 20°, dopo la seconda guerra mondiale, nella Chiesa evangelica tedesca (EKD) si è verificata un’improvvisa fioritura di nuove comunità per cui ci si domanda, come scrive Nicole Grochowina della comunità evangelica – luterana Christusbruderschaft nella rivista di vita consacrata tedesca Ordens Korrespondenz, se sono da considerarsi un Unfall, un “incidente”, oppure sono frutto della riscoperta di un’eredità rimasta viva, ma per tanto tempo latente, nella Chiesa della Riforma. [1]

comunità religiose in Germania

Le critiche di Lutero

La rivista scrive che Lutero era contrario agli Ordini religiosi non tanto perché ne disprezzasse i valori spirituali, ma perché i voti che venivano professati, a suo parere, erano contrari ai comandamenti di Dio nel senso che negavano la libertà delle persone e la possibilità di vivere una vita in pienezza. Perciò, queste comunità erano da considerare una realtà dannosa.

È la ragione per cui egli chiese alla nobiltà di trasformare i conventi e i monasteri in scuole, perché, sosteneva, in essi si praticava l’idolatria e non c’era traccia del servizio divino. Affermava, anzi, che, tra i molti religiosi, non se ne trovava uno che fosse affidabile.

Nel 1521, nel trattato De votis monasticis in cui si occupò ampiamente della vita religiosa, scrisse che i voti erano in contrasto con la parola di Dio e la libertà. In una lettera a suo padre, parlando della sua esperienza, dice di averli professati forzatamente, spinto dalla paura delle morte, e aggiunge che, entrando in convento avrebbe peccato contro il quarto comandamento, compiendo un atto empio. Ma Dio lo avrebbe liberato traendolo fuori da questo stato e trasformato in una «creatura nuova». Scrive che, da quel momento, «non avrebbe più vissuto per il Papa, ma per Cristo» e che la sua coscienza era diventata libera, perché ora Cristo solo sarebbe stato il suo «abate, priore, padrone, padre e maestro».

Critica la vita religiosa perché si proponeva come uno stato più perfetto (status perfectionis) rispetto alla vita imperfetta della gente comune (status imperfections) e le rimprovera di essere in eclatante contraddizione con il voto battesimale. Scrive che è questo il voto decisivo, valido per tutti, quello che ci inserisce nella comunità di Cristo. Perciò, quando si tratta di seguire Cristo non esiste alcuna distinzione tra i vari stati di vita.

Per Lutero, lo stato religioso era perciò inutile e riteneva che fosse cosa buona anche la liberazione delle suore. Diceva che i religiosi crocifiggevano Gesù nei loro cuori. E nella Confessio Augustana, in un lungo capitolo dedicato ai voti monastici, arriva a dire che i voti sono cose «false e inutili» (falsa et inania) perché mettevano lo stato religioso al di sopra del comandamento di Dio. Per questa ragione non erano vincolanti.

Nascita delle diaconesse

Questa sua dottrina determinò praticamente in Germania la scomparsa dei conventi e dei monasteri. Soltanto dopo circa tre secoli di silenzio, nella seconda metà del secolo 19°, la vita religiosa cominciò a rinascere nella Chiesa evangelica. Di fronte alla povertà delle masse si poneva infatti con urgenza il problema dell’impegno della Chiesa evangelica nell’alleviare la loro triste condizione. Sotto la voce di «protestantesimo sociale» si collocano le comunità delle diaconesse e anche numerose altre associazioni benefiche, in cui vita devota e amore al prossimo dovevano andare di pari passo. Case e organizzazioni del genere, con al cuore sempre l’impegno sociale, sorsero ad Amburgo (1833), Kaiserswerth (1836) e a Neuendettelsau (1853).

Il fondatore delle diaconesse di Neuendettelsau, Wilhelm Löhe, spiegandone la finalità, diceva che si doveva parlare di una «diaconia femminile» poiché vedeva nei doni delle donne una particolare inclinazione a prendersi cura dei malati e di occuparsi del bene comune. A questo scopo riteneva importanti un seria formazione, un luogo dove vivere e anche una «benedizione»: Parlava di benedizione perché, secondo la tradizione luterana, rifiutava i voti.

È interessante da questo momento seguirne l’evoluzione, perché l’esperienza delle diaconesse diventerà emblematica anche per le comunità che sorgeranno in seguito.

Löhe si era accorto che la vita apostolica che egli aveva in mente per le donne necessitava di una inquadratura. Ma soltanto nel sec. 20°, dopo la seconda guerra mondiale, si cominciò a discutere animatamente, a mano a mano che l’impegno delle diaconesse, e non solo di loro, si espandeva, sul modo con cui approfondire la vita comune.

Le case delle diaconesse non costituivano certo un «incidente» nella storia della Chiesa evangelica, ma una risposta ai bisogni del tempo. Tuttavia, a causa dell’impegno attivo di servizio ai poveri e ai bisognosi, il problema di una vita communis più rimarcata passava in secondo ordine.

Un tentativo di stabilirla ebbe luogo, prima della seconda guerra mondiale, nel 1935 a Finkerwalde, nella Bruderhaus di Dietrich Bonhoeffer. Qualcosa del genere era avvenuto anche nella Michaelsbruderschaft (1931). Ma durante la Repubblica di Weimar (1919–1933) esistevano delle confraternite che non praticavano alcuna vita comune. Il principio su cui si basavano era o il servizio o la comunità di preghiera.

Bonhoeffer invece aveva elaborato un progetto che sottopose, con una lettera, all’attenzione di Karl Barth. Siamo nel 1936. Scriveva: «Come posso imparare a pregare? come posso leggere la Scrittura?». Era convinto che era possibile solo attraverso una vita e una preghiera vissute in comune. E che, alla preghiera e alla lettura della Scrittura, bisognasse aggiungere anche un «serio e sano lavoro teologico, esegetico e dogmatico.

Cercò di concretizzare questo progetto nel suo Seminario di predicazione, che fu però ritenuto illegale dalle autorità pubbliche del tempo. Già nel 1935 il ministro per gli affari ecclesiastici si era detto contrario che Bonhoeffer si dedicasse, oltre al suo servizio presso l’università di Berlino, anche a dirigere questo seminario, perché – diceva – che disturbava la serenità e il «suo tranquillo lavoro all’università».

Nel giugno di quell’anno il seminario fu trasferito da Berlino a Finkenwalde. Secondo il programma, formazione e vita comune dovevano andare di pari passo. Ma, il 29 agosto 1937, esso fu proibito dal gerarca nazista Heinrich Himmler, anche se poi continuò la sua attività fino al 1940. Purtroppo le circostanze in cui era sorto non permisero che questo progetto si sviluppasse. Bonhoeffer fu infatti internato nel lager nazista di  Flossenbürg dove, pochi giorni prima della fine della guerra, all’alba del 9 aprile 1945 fu impiccato.

Le sue idee, espresse soprattutto nel libro Vita comune continuarono a vivere e furono accolte con grande favore in numerose comunità evangeliche.

Un’eredità mai scomparsa

In seguito a questi sviluppi, non casuali, si può dedurre che, in seno alla Riforma, nella tradizione evangelica riguardante gli Ordini e le Fraternità, è stata sempre presente un’eredità, anche se rimase ai margini della coscienza comune. In effetti, lo stesso Lutero, pur essendo molto critico verso una vita basata sui voti, non era del tutto contrario all’esistenza delle comunità religiose. Infatti già nelle sue lezioni sui Salmi e nel commento alla Lettera ai Romani (1513–1516) affermava che la salvezza che viene da Dio non aveva bisogno di segni esterni per essere efficace. Gli Ordini religiosi perciò dovevano fare più attenzione alla giustizia divina e meno alle loro Regole, se non volevano allontanarsi dai comandamenti di Dio. Questa sua posizione non escludeva però in alcun modo l’esistenza degli Ordini religiosi. Negli anni del 1520 affermava che, in via eccezionale, la vocazione alla vita religiosa era un dono di Dio purché coltivasse una «vita devota». A suo parere infatti erano pochi coloro che l’avevano scelta «a causa del Regno di Dio».

Questo pensiero l’approfondì nel 1525 nell’introduzione alla Deutsche Messe in cui parla di un «terzo luogo» della Chiesa, oltre alla messa latina e alla liturgia tedesca, in cui potevano riunirsi tutti coloro che «desideravano essere seriamente cristiani».

Quanto costante sia stato questo pensiero in Lutero lo dimostra il fatto che, nel 1536, egli lo richiamò anche negli Articoli di Vittenberg. La sua critica sull’abuso dei voti e contro la presunta esclusiva perfezione dei monaci si ritrova anche qui, ma egli tuttavia riconosceva esplicitamente che «molti santi monaci avevano vissuto nei chiostri con retta intenzione».

Il punto più importante di Lutero – scrive Ordens Korrespondenz – era che chi entra in convento, deve farlo in piena libertà. Infatti, ciò che si compie per amore, è sempre cosa buona. Se, invece, ciò avviene per paura o per costrizione, allora si compie una scelta che non è cristiana, ma puramente umana. Tuttavia, se i voti sono professati in piena libertà, allora la vita del monaco ne viene rafforzata.

Pertanto, per Lutero, non si trattava di abolire la vita monastica, quanto piuttosto di verificare l’intenzione della persona che vi entrava, poiché se uno vive nell’Ordine «come ha fatto Cristo», allora può rimanervi. La verifica dell’intenzione poteva in quel caso condurre a professare nuovamente i voti – ma questa volta in piena libertà –, oppure convincere la persona ad andarsene.

Egli riteneva quindi che i conventi potevano continuare a esistere. Lo ribadisce anche nel Grande Catechismo del 1529, in cui osserva che, a prescindere dal voto di castità spesso infranto, la vita claustrale era pur sempre una realtà divina, per cui si poteva continuare a viverla.

L’idea del «terzo luogo» in cui impegnarsi liberamente per una vita con i voti per la gloria di Dio – scrive Ordens Korrespondenz – è sempre rimasta viva nella Chiesa evangelica nel corso dei tempi. Nelle comunità nate dopo la seconda guerra mondiale questa convinzione ha trovato una conferma. Esse hanno avuto anche il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa evangelica, che le ha incoraggiate ad andare avanti. Una trentina di anni fa, infatti, la Chiesa evangelica tedesca (EKD), dichiarò che queste comunità erano in sintonia con l’eredità della Riforma. E, più di recente, a partire dal 2007, si è cominciato a definirle «un tesoro della Chiesa evangelica», da promuovere e da rafforzare.

L’aspetto nuovo e rilevante comune a queste comunità è il loro orientamento ecumenico. Tra quelle sorte di recente possiamo ricordare: la comunità Marienschwesternschaft (1947) il Convento san Giovanni di vita comune (1947), la comunità Christusbrudesrschaft Selbitz (1949), la comunità Casteller Ring (1950) quella di Imshausen (1955), e nel successivo decennio (1960), la comunità Christusträger (1961), la Jesus-Bruderschaft Gnadenthal (1961) e quella di Adelshofen (1962).

Tra le comunità a impronta ecumenica, la più nota è senza dubbio quella di Taizé , sorta nel 1940 durante la seconda guerra mondiale. Nonostante le critiche che l’hanno circondata agli inizi, il suo fondatore, Roger Schutz, ha voluto che fosse un «laboratorio dell’unità» a sostegno del crescente movimento ecumenico, cosa che perdura fino ad oggi.

In conclusione – scrive Ordens Korrespondenz – le comunità evangeliche non sono affatto un Unfall, un “incidente” della Chiesa evangelica, ma la conferma di un’eredità presente nella Riforma. Oggi, esse costituiscono la «patria spirituale» del popolo credente, coltivano l’amicizia anche oltre i confini confessionali e continuano a promuovere l’eredità della Riforma con una loro propria caratteristica e configurazione.


[1] Nicole Grochowina, Evangelishe Communitäten, Unfall oder reformtorisches Erbe?, in Ordens Korrespondenz 1 2017.

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