Consacrati dentro il mistero della Chiesa

di: Fabrizio Mastrofini

«Il 42° convegno del “Claretianum” (13-16 dicembre 2016) – Nel “noi” dei discepoli di Gesù (VC 29). La vita consacrata nel mistero della Chiesa – ci ha fatto pensare alla nostra condizione essenzialmente ecclesiale. La vita consacrata è importante, in primo luogo, perché è un fatto che appartiene alla storia bimillenaria della Chiesa. In Occidente l’essenza del nostro stile di vita è inteso come una donazione totale attraverso i tre consigli evangelici, che si realizza nella Chiesa, una Chiesa che crede nel dialogo, che vuole vivere e agire in comunione, avvicinandosi sempre di più al cuore del Vangelo». Lo ha sottolineato padre Xabier Larrañaga, cmf, preside del “Claretianum”, nella conclusione della tre-giorni di lavori. Il convegno annuale, svoltosi a metà dicembre, come di consueto, è stato ricco di partecipanti, di interventi, di spunti di riflessione.

Al termine dei lavori, abbiamo rivolto alcune domande a padre Larrañaga, chiedendogli prima di tutto una valutazione sull’insieme del convegno.

– Padre Xabier, quali sono stati gli spunti più interessanti?

Ancora una volta ci viene detto che la Chiesa è un mistero di comunione, che le forme di vita cristiana sono complementari. L’identità è esistenza, non viene definita, ma descritta e tessuta. L’identità non è qualcosa che “ho”. È qualcosa che “facciamo”.

– Secondo lei, questa formula dei convegni annuali è ancora valida?

Questi convegni sono utili. Contribuiscono alla formazione di tante sorelle che aspettano con piacere questo incontro annuale. Ci sono delle persone consacrate che non riescono a trovare altri momenti formativi al di fuori di questi giorni di incontro e di riflessione condivisa.

– «Mutuae relationes… ancora?» era il titolo di una relazione. In effetti sembra che i nodi nei rapporti tra vita consacrata e diocesi non si risolvano mai. È un’impressione corretta?

Dire «non si risolvono mai» forse non sarebbe giusto. I rapporti non sono facili, ma esistono, e sono buoni. Che cosa manca? La conoscenza reciproca, non solo un’ecclesiologia completa nei suoi contenuti (le varie forme di vita cristiana), ma studiata da tutti i seguaci di Gesù, in modo che siamo in grado di conoscere, non solo la nostra vocazione, ma anche quella del resto dei battezzati. Sarebbe auspicabile che anche noi, persone consacrate, fossimo meglio conosciuti dai laici e dai ministri ordinati.

– Lei ha concluso il convegno. Quali sono stati, a suo avviso, i contenuti più importanti?

Direi che si possono sottolineare otto aspetti.

  1. La Chiesa è una realtà nelle mani di Cristo, e non il contrario. L’ecclesiologia deve essere arricchita con l’antropologia e andare più in là dei suoi limiti giuridici e strutturali.
  2. I doni gerarchici e carismatici sono cooriginari, coessenziali e coestensivi, perché vi è un’unità di fondo nella Chiesa, un “noi” dei discepoli (cf. VC 29; 1Cor 12,4-6).
  3. La vita consacrata deve aiutare la Chiesa locale a superare una pastorale clericale, una pastorale ormai senza futuro, la pastorale di una Chiesa clericale senza clero. Se riduciamo la comunità a determinati meccanismi faremo di essa una semplice corporazione, chiusa in se stessa e malata.
  4. Solo la missione rende possibile la guarigione del gruppo, nonché il suo diventare comunità. Non è una questione di funzioni. Si tratta piuttosto di integrare e di unire, il che è più difficile. Ma, vivendo vite parallele, siamo e saremo sempre più deboli.
  5. La vera cooperazione nella Chiesa è un processo di apprendimento in cui, tramite il confronto con la realta, accolgo la diversità. L’identità non è qualcosa che ho, è piuttosto ciò che vado tessendo con gli altri.
  6. Il nuovo documento sulle Mutuae relationes prenderà in considerazione i rapporti tra i vescovi e i consacrati e le consacrate. In linea di massima i rapporti tra la vita consacrata e i nostri pastori sono buoni. I problemi si verificano nello spazio delle preoccupazioni specifiche, in cui non sempre entra la luce dei nostri migliori desideri.
  7. Abbiamo bisogno di una solida formazione ecclesiologica, che ci permetta di conoscere tutte le forme di vita cristiana. Le mutue relazioni non cercano una distribuzione equilibrata del potere, ma il servizio umile nel proclamare il Vangelo di Gesù.
  8. Ecco perché l’esenzione dei consacrati non dev’essere intesa come un vantaggio particolare che isola. La storia della Chiesa insegna che i privilegi, così intesi, indeboliscono sempre, perché ci assimilano al mondo che si chiude in se stesso. Mediante l’esenzione, la Chiesa ci dice che essa ci apprezza, che siamo Chiesa, che la vita consacrata appartiene alla sua sostanza, in un luogo particolare, ma che noi non siamo una sua creazione, ma dono di Dio, dono dello Spirito alla Chiesa. Essa questo lo sa e quindi costituisce e promuove la vita consacrata.
Carismi e Chiesa locale

Con questo inquadramento generale, ecco alcuni dei temi trattati in maniera specifica. Prima di tutto, il tema dei carismi dei consacrati e la Chiesa locale. Ogni carisma – è stato notato – è al servizio di questo “noi” che è la varietà, la vastità, la complessità della Chiesa. Perciò, il carisma è autentico quando esso è ecclesiale. I carismi dilatano il cuore della Chiesa locale, in modo che essa non sia racchiusa nelle coordinate spazio-temporali. I carismi mettono in evidenza il carattere pellegrino-escatologico della Chiesa locale. Ma la Chiesa locale, con il suo ancoraggio nella storia di un luogo, con la sua tradizione, offre ai carismi un sano e necessario realismo. Questi non devono andare perduti in un vano sogno a occhi aperti.

L’opzione missionaria

È vero – è stato detto durante i lavori e ribadito dal preside del “Claretianum” nella conclusione – che la ricerca di una Chiesa più autentica ha coinciso con la diminuzione del numero dei suoi fedeli. Ma non perdiamo questa opportunità. L’opzione missionaria di papa Francesco conta su tutti noi, ognuno con il suo dono. Non dobbiamo cadere nella tentazione di omologarci al resto della Chiesa locale. Siamo invitati a uscire, ma facciamo tanta fatica a venire fuori. Tante volte guardiamo la strada, così come appare sulla mappa, ma ignoriamo il panorama.

Secondo papa Francesco, la premessa la si trova nella gioia. Se ce l’hai… uscirai. La gioia non è una regola, come non lo è il Vangelo. La forza del Vangelo è la misericordia, figlia della gioia, di un vedere che tocca le ferite e parla al cuore.

La vita consacrata deve aiutare la Chiesa locale a superare una pastorale clericale, una pastorale ormai senza futuro, la pastorale di una Chiesa clericale senza clero. Se riduciamo la comunità a determinati meccanismi, faremo di essa una semplice corporazione, chiusa in se stessa e malata. Solo la missione rende possibile la guarigione del gruppo, nonché il suo diventare comunità. Non è una questione di funzioni. Si tratta piuttosto di integrare e di unire, il che è più difficile. Ma vivendo vite parallele siamo e saremo sempre più deboli. Si tratta della sorpresa del Vangelo. Non capiamo questa logica: siamo in pochi, quindi, andiamo in uscita. Impariamo a stare tra la gente, a guardare il panorama, dimenticando per un attimo la mappa.

Collaborazione e le “Mutuae relationes”

Ogni vero processo di collaborazione nella Chiesa – è stato ribadito – nasce dalla risposta a una domanda che non deve essere data per scontata: per chi e perché sono qui? La risposta a questa domanda non si trova in me. Devo cercarla tra i fratelli che mi circondano. La vera cooperazione è un processo di apprendimento in cui, tramite il confronto con la realta, accolgo la diversità. L’identità non è qualcosa che ho, è piuttosto ciò che vado tessendo con gli altri.

Abbiamo anche sentito la chiamata a collaborare fra di noi, consacrati e consacrate. I nostri carismi sono doni di comunione, fatti di parole e di gesti sempre aperti. Non è per niente facile la collaborazione. Senza una solida spiritualità di comunione, non diventeremo forti. Il nostro tempo è tempo propizio, precisamene perché siamo deboli. La nostra debolezza è grazia. La debolezza ci porta a chiedere aiuto, ad unirci con altri, ad uscire da noi stessi.

Quanto alle Mutuae relationes, il segretario della Congregazione per la Vita Consacrata ha confermato che ci sarà un nuovo documento. Le mutue relazioni – ha spiegato il preside riassumendo il dibattito su questo argomento – si avverano solo se ci sono delle persone che si ritrovano in un umile esercizio di ascolto e di reciproco rispetto. Il nuovo documento prenderà in considerazione i rapporti tra i vescovi e i consacrati e le consacrate. In linea di massima i rapporti tra la vita consacrata e i nostri pastori sono buoni. I problemi si verificano nello spazio delle preoccupazioni specifiche, in cui non sempre entra la luce dei nostri migliori desideri.

Tutto ciò che appartiene alla vita consacrata fa parte della Chiesa, e i nostri doni carismatici convivono con altri doni carismatici, come quelli gerarchici, e noi non siamo gli unici beneficiari della carezza dello Spirito. Noi camminiamo in una Chiesa che è Madre, che è comunione, e la nostra giusta autonomia non ci mette al di fuori della via ecclesiale, ma su di essa, affinché il camminare di tutta la Chiesa possa sentire il tocco gentile della speranza. Ma per vivere in questo modo, abbiamo bisogno di una solida formazione ecclesiologica, che ci permetta di conoscere tutte le forme di vita cristiana. Le mutue relazioni non cercano una distribuzione equilibrata del potere, ma il servizio umile nel proclamare il Vangelo di Gesù.

La “multiculturalità”

Impariamo a relazionarci nella comunità di cui facciamo parte. I grandi principi ecclesiologici si applicano nella comunità. E lì che noi percepiamo le concrete difficoltà. Il cambiamento epocale in cui siamo immersi ci permette di vedere la ricchezza della condizione umana. Siamo consapevoli che viviamo in un mondo ricco di sfumature. Ma ciò che appare come un potenziale arricchimento non nasconde le sue difficoltà. Dobbiamo continuare a motivare, toccando i cuori dei fratelli, affinché il loro interessamento personale non venga meno; dobbiamo prendere cura dei mezzi tecnici, in modo che il mezzo non diventi impedimento. Le relazioni interculturali devono essere reali, non virtuali. Queste comunità multiculturali possono diventare un segno della presenza del Regno.

Nuove forme?

Infine, per quanto riguarda le «nuove forme» di consacrazione nella comunione ecclesiale, si è detto, tra l’altro, che possono venire comprese alla luce di una visione arricchita del carisma. Si considera la comune vocazione alla santità come criterio di discernimento dell’ecclesialità delle aggregazioni laicali. Non si tratta, quindi, di diventare una nuova famiglia religiosa, ma di vivificare il popolo di Dio nella splendida varietà delle vocazioni e nell’unità dello Spirito di Cristo; nemmeno si tratta di costituire una realtà separata dal mondo, ma di sottolineare la comune dignità cristiana fondata sulla grazia del battesimo. Le nuove forme di consacrazione sono espressione della cultura dell’incontro a cui papa Francesco richiama.

Al termine dei lavori, il preside del “Claretianum” ha annunciato che il convegno dell’anno prossimo si svolgerà nei giorni 12, 13, 14 e 15 dicembre e avrà per tema “Vita Consacrata e cura della casa comune. Quale stile di evangelizzazione?”.

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