Francia: vita religiosa e abuso spirituale

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Decisi ad affrontare la crisi che la Chiesa attraversa fino nelle sue radici, un centinaio di superiori di comunità religiose si sono ritrovati con vittime e psicoterapeuti, lunedì 9 dicembre a Parigi. Per iniziativa della Conferenza dei religiosi e religiose di Francia, hanno riflettuto sull’abuso spirituale, sui mezzi per  prevenirlo e per aiutare le vittime a ricostruirsi.

«Questa persona utilizzava molto la parola di Dio, e per me la parola di Dio era tutto… Così, in seguito, come raggiungevo quel luogo, per me così prezioso, il ricordo di quella persona mi ritornava, era là». Anche se lontana dal sacerdote che ebbe tanta influenza su di lei, questa vittima testimoniava i disastri che può causare un accompagnamento spirituale deviante. Una influenza così intima da falsare l’intero rapporto con Dio.

Nel corso delle rivelazioni di questi ultimi anni, è emersa una evidenza: l’abuso non è sempre sessuale ma, nel contesto della Chiesa, è sempre spirituale e le sue conseguenze possono essere così profonde, nella vittima, come  quelle della pedocriminalità. «L’essere è completamente frantumato, anche a livello della fede, un qualcosa della morte è stato seminato a livello dell’anima», raccontava un’altra vittima.

Una deriva sottile e diffusa

È su questa deriva molto più sottile, ma anche più diffusa, che si è soffermata la Conferenza dei religiosi e religiose di Francia (Corref) nel corso di una  giornata di studio a Parigi. Superiori di comunità, vittime, psicoterapeuti, giuristi… erano un centinaio i presenti, nonostante gli scioperi, ad affrontare il problema.

Influenza? Abuso di coscienza? Non è semplice definirlo. Ma questo abuso di fiducia all’interno della Chiesa è tanto più grave, per il domenicano Gilles Berceville, uno degli intervenuti, in quanto «attenta alla forza motivante dell’essere umano, della sua ricerca di senso». Diverso dall’abuso di coscienza, l’abuso spirituale è «una manipolazione della fede». Appare quando «la menzogna, l’inganno, l’usurpazione» abusano della «libertà della fede, dell’incontro vivo col Cristo, della generosità del desiderio di dare tutto per trasformarli in sottomissione servile e silenziosa» ha sottolineato Véronique Margron, presidente della Corref, aprendo i lavori.

«Molte donne guardando il documentario d’Arte sulle religiose abusate si sono dette: Io non mi sarei mai lasciata trattare così! In ogni abuso c’è questo fenomeno di influenza: se la persona fosse capace di rendersi conto, fuggirebbe, quindi è necessario che la coscienza sia addormentata», ha detto la dottoressa Isabelle Chartier-Siben, psicoterapeuta, esperta di vittime e presidente dell’associazione C’est-à-dire che aiuta le vittime di abusi fisici, psichici e spirituali, in un intervento importante, descrivendo i meccanismi dell’influenza spirituale.

Come evitare l’abuso spirituale?

Diversi superiori di comunità o maestre di novizie si sono detti tormentati dalla stessa inquietudine: «Come prendere coscienza che sono io stesso nell’abuso ? Chi mi aiuterà a vivere l’autorità in modo giusto ?». I gruppi del pomeriggio sono stati l’occasione per riflettere sulle condizioni necessarie – ma insufficienti – per evitare di scivolare nell’abuso spirituale. «Credo di sapere quello che vuole Dio per la persona che ho davanti o quale sia il suo bene ? È importante rispondere no», ha rivelato un frate di Saint-Jean. «Ho bisogno io stesso di incontrare questa persona? Posso sentirmi presto indispensabile… Qui è necessario poter ancora rispondere no», ha aggiunto un altro relatore.

Molti hanno sottolineato l’importanza della psicologia, di una supervisione, anzi, di un lavoro su se stessi. A condizione di incominciarlo il più presto possibile, perché una volta designati come responsabili, mancano il tempo e la disponibilità per farlo.

Come ricostruirsi? Quanto alle vittime, esse hanno sottolineato l’importanza di un immenso rispetto nell’accompagnamento, perché chi ha subito un abuso spirituale, è presto assalito dal senso di colpa ed è «sensibile a ogni forma di obbligo spirituale». «Il mio accompagnatore mi ha aiutato molto dicendomi di smettere di pregare, di andare a Messa», testimonia una di loro, sottolineando quanto tempo sia necessario per «distinguere l’immagine falsamente indotta di Dio e il vero Dio che rispetta la mia libertà». Non «eliminare le tappe» parlando subito di perdono, ha ricordato anche uno psicoterapeuta, ma prendere il tempo del lutto e di un lavoro psicologico di fondo.

Nostra traduzione di un articolo pubblicato da La Croix

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