J.R. Carballo /2: Il Covid e i voti religiosi

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La consacrazione, il carisma, la fraternità intercomunitaria erano tra i temi trattati nella prima parte dell’intervista (cf. SettimanaNews, qui)  a José Rodríguez Carballo, ofm, arcivescovo segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. In questa seconda parte egli affronta il vissuto dei voti religiosi in tempo di pandemia.

 – Mons. Carballo, come è possibile comporre Covid e voto di povertà? Vi sono molte strutture che la pandemia rende economicamente insostenibili (scuole, monasteri, parrocchie). Come riprendere il significato del voto di povertà? Quale appello dello Spirito al servizio dei poveri?

Effettivamente, il Covid ha messo a dura prova anche le finanze e il mantenimento di tante comunità religiose e delle loro opere apostoliche, comprese molte comunità di vita contemplativa. In molti casi è stato necessario attingere ai fondi che l’Istituto o la Provincia avevano accumulato negli anni con sforzo e sacrificio. In altri casi è stato necessario chiudere opere che per anni erano state gestite dai consacrati. Molte strutture sono state vendute a prezzi non sempre equi. In questo senso, la pandemia è per molti religiosi e consacrati un’esperienza di espropriazione, di povertà e di minorità, esperienza spesso dolorosa.

Ma, oltre a questa esperienza di povertà materiale, in questo tempo di pandemia abbiamo anche sperimentato la povertà in forme mai immaginate prima: il distanziamento sociale, l’uso di mascherine che cancellano il nostro sorriso e buona parte della nostra comunicazione verbale, l’isolamento, la paura di essere contagiati e di contagiare…

Tutte queste sono facce della povertà che abbiamo dovuto vivere in questo tempo di pandemia e che probabilmente non avremmo mai immaginato nel momento in cui abbiamo fatto il voto di povertà.

Dal nostro “non avere”, “dal nostro non potere” abbiamo scoperto nuovi modi di vivere la povertà a favore dei più poveri: abbiamo sentito il bisogno di farci vicini, di farci prossimi dei poveri e dei bisognosi, di dare il nostro tempo a chi vive solo ed emarginato.

Abbiamo anche capito che le strutture devono essere al servizio della missione a favore degli altri e che la nostra presenza e le nostre opere devono portare il segno del servizio, della gratuità e dell’umiltà. E molti religiosi e consacrati non hanno esitato a mettere parte delle loro strutture al servizio dei più poveri.

D’altra parte, questa situazione di povertà provocata dal Covid-19 ci sta insegnando che non possiamo voltare le spalle alla povertà reale sofferta da molti dei nostri fratelli e sorelle che si vedono privati del necessario. Non possiamo chiudere un occhio su queste povertà, come hanno fatto il levita e il sacerdote nella parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,31.32). Non possiamo vivere indifferenti a questi nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno.

E abbiamo imparato, lo voglia Dio, che il grido dei poveri lasciato dalla pandemia deve riflettersi nei nostri bilanci e nella nostra economia. Abbiamo imparato che non possiamo più vivere il voto di povertà se il grido dei poveri e dei bisognosi non “tocca” le nostre tasche. E impariamo anche che non possiamo più aderire alla logica del consumismo, ma alla logica della solidarietà e della giustizia. E allora avremo imparato che il voto di povertà non è solo non avere, ma è “vivere senza nulla di proprio”, perché nulla di ciò che abbiamo è nostro, nulla ci appartiene, ma tutto è di tutti.

Povertà e disagio sociale

La situazione di povertà che emerge con forza dalla pandemia e che colpisce molti dei nostri contemporanei dovrebbe far discernere noi che abbiamo fatto voto di povertà per professione e portarci a chiederci: in che modo devo portare il mio granello di sabbia nella costruzione di un mondo più giusto, più umano, più fraterno? Con chi ci relazioniamo abitualmente? Chi invitiamo alla nostra mensa?

Quali ambienti ci piacciono e desideriamo? Come programmiamo e consideriamo il tempo libero, il riposo, le vacanze? Chi sono i destinatari privilegiati della missione che svolgiamo? Che posto concreto hanno i poveri nella mia vita quotidiana, nei bilanci delle nostre comunità?

In questo contesto di pandemia e di fronte alla povertà forzata vissuta da tanti uomini e donne del nostro tempo, c’è una domanda che il Signore pone a tutti noi: Che cosa hai fatto di tuo fratello. Dov’è? (cf. Gen 4,9-10). Non possiamo rispondere quello che rispose Caino: «Non lo so; sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Non vedere è un’opzione, come lo fu per il levita e per il sacerdote. Una scelta triste. Vedere e non agire è una responsabilità maggiore di cui dovremo rendere conto (cf. Mt 25,3-46).

A tante domande che interpellano il modo concreto di vivere il nostro voto di povertà non basta più dare risposte implicite o generiche. Non dimentichiamo che, se il voto di povertà ha bisogno di molte spiegazioni o giustificazioni su dove e come viviamo, sta succedendo qualcosa di eclatante che contraddice ciò che abbiamo professato e mostra che non lo viviamo con la radicalità che esige.

D’altra parte, oggi non possiamo soltanto più pensare ai poveri, ma dobbiamo pensare con i poveri, dai poveri e come poveri. Il voto di povertà ci chiede di lasciare le nostre comodità, le nostre serre comunitarie e individuali ben protette, anche economicamente, per esporci all’incertezza, alla precarietà, al bisogno reale, come i poveri.

Il voto di povertà è un cammino di esodo: ci chiede di passare da un “io” o da un “noi” chiuso a un “noi” aperto a tutti, in particolare ai più bisognosi, sapendo che la chiave di un’economia evangelica, come dovrebbe essere l’economia dei religiosi e dei consacrati, è la condivisione (cf. Gv 6,1-13), che il suo tratto distintivo è l’alternatività (cf. Mc 9,42-48), il suo dinamismo è la lucidità critica di fronte alle situazioni di ingiustizia e povertà (cf. Lc 16,19-31), il suo obiettivo è l’anelare a metter fine alle sventure dei poveri (Mt 5, 3ss). E tutto questo mescolato alla generosità (cf. Mt 19,30-20, 16ss).

Di fronte alla triste realtà di una povertà forzata che soffrono tanti nostri contemporanei, ci sono alcuni desideri che non possono mancare nella vita religiosa e consacrata: che il dolore di coloro che soffrono tale povertà non ci sia indifferente; che ci commuovano le lacrime dei poveri; che non “soffochiamo” il desiderio di vivere in un altro modo e che crediamo che questo sia possibile; che sogniamo un’altra direzione, senza rinunciare ai nostri sogni di un mondo diverso segnato dalla giustizia (cf. Lc 12,49): con meno e in un altro modo possiamo vivere tutti.

Allo stesso tempo, la situazione di povertà forzata di tanti nostri fratelli chiede a noi che abbiamo fatto liberamente il voto di povertà di andare verso l’alternativa, di lottare coraggiosamente contro la povertà, di difendere il diritto alla felicità dei più deboli, di essere artigiani di relazioni basate sulla fraternità e l’amicizia sociale (cf. Fratelli tutti, l), di vivere il silenzio di Dio non come assenza, ma come presenza coinvolta, e di credere nello Spirito, vale a dire alimentare la certezza che, nel fondo della storia umana, è all’opera l’amore attivo di Dio e coinvolgerci nella sua opera di profonda liberazione storica.

Per i religiosi e i consacrati, vivere il voto di povertà oggi significa rimanere liberi da ogni affanno di possesso e di accumulo, vivere sine proprio; significa vivere la solidarietà e la comunione dei beni come la viveva la comunità primitiva di Gerusalemme (cf. At 2,44-45), come la vivevano gli apostoli quando incontrarono il paralitico alla Porta Bella del tempio: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do» (At 3,6).

Sì, il voto di povertà ci porta a condividere con gioia il nostro grande tesoro, Gesù, di cui i nostri contemporanei hanno bisogno; a donare il Vangelo in quelle periferie dove manca la sua luce, a dare il nostro tempo, a condividere il poco che possiamo avere, come la vedova di Zarepta (1Re 17,10-16) o la vedova del Vangelo (Mc 12,41-44).

Mentre il desiderio di possesso, l’avidità in ogni sua forma, è causa di divisione e di scontro, la povertà evangelica che noi consacrati abbiamo professato deve insegnarci a dire in verità Padre nostro e ad essere ciò che siamo veramente: figli e fratelli, creando così una fraternità in cui il primato della persona del fratello o della sorella è affermato al di sopra di ogni altro bene o possesso; a non cercare potere o dominio; a condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo e a confidare nella Provvidenza; a vivere la gratuità come piattaforma per un incontro fraterno meno difensivo.

La povertà evangelica, liberamente accettata, ci porta ad essere costruttori di una società più fraterna, come ci chiede papa Francesco in Fratelli tutti.

A partire da questi presupposti/principi saremo in grado di farci vicini, di scoprire il povero, il fratello bisognoso, colui che dobbiamo andare a cercare, con cui dobbiamo condividere, colui che deve avere un posto alla nostra tavola. Da questo punto di vista la pandemia può essere una “grazia” nella disgrazia.

Essere per gli altri

 – Covid e voto di castità. La solitudine e il distanziamento hanno invaso tutte le famiglie, oltre le nostre comunità. Una solitudine condivisa? Un distanziamento che può essere ricco di relazioni e affetti? Una profezia credibile del Regno?

Partiamo da una convinzione: l’essere umano è stato sicuramente creato come «un essere davanti all’altro» o anche «un essere per l’altro» (Emmanuel Lévinas). Siamo esseri fatti per entrare in relazione, persone che diventano tali in famiglia, create a immagine del Dio famiglia, del Dio Trinità. Siamo un “essere sociale”, fatto “per la relazione”.

Eppure l’esperienza ci mostra che solo chi sa vivere la solitudine può vivere pienamente le relazioni, al punto che possiamo dire che la solitudine è un elemento antropologico costitutivo dell’uomo. Inoltre, la relazione, per essere tale e non cadere nell’assorbimento o nella fusione, implica la solitudine. Solo chi non ha paura di entrare e addentrarsi nelle profondità della propria interiorità sa affrontare l’incontro con l’alterità in modo positivo.

È vero che non tutta la solitudine è positiva. Ci sono forme di fuga dagli altri che sono patologiche e c’è una solitudine che è altamente negativa: l’isolamento, che implica la chiusura agli altri, il rifiuto del desiderio degli altri, la paura dell’alterità.

In linea di principio, il religioso e il consacrato dovrebbe essere una persona che ha il coraggio di assumere la solitudine per guardarsi in faccia, per accettare di essere se stesso. La solitudine è spazio di unificazione del proprio cuore e di comunione con gli altri. Quindi la solitudine è essenziale per le relazioni, consente la verità delle relazioni e si comprende nelle relazioni.

Capacità di solitudine e capacità di amare sono proporzionali. Forse la solitudine, quando è abitata, è uno dei grandi segni dell’amore. Di lì – e solo a partire da lì – possiamo capire la solitudine scelta da una persona che fa voto di castità o una promessa di celibato. Per queste persone la solitudine è “luogo” di comunione con il Signore, con se stessi e con gli altri.

Certamente, a causa della pandemia, la solitudine e il distanziamento sociale hanno invaso gli ambienti familiari, compresi quelli delle nostre comunità, anche se in questi ultimi sono stati un po’ attenuati dalla vita fraterna in comunità, che in molti casi è stata rafforzata dalla pandemia, e dai maggiori spazi che le persone consacrate hanno generalmente nelle loro case.

Ad ogni modo, anche le persone consacrate hanno sentito una certa “solitudine negativa” per l’impossibilità di incontrarsi, personalmente e non solo virtualmente, con i fratelli e le sorelle di altre comunità, con i gruppi di preghiera, con i gruppi di giovani o di laici aggregati all’Istituto e che frequentano le nostre case, e anche per l’impossibilità di incontrarsi come consigli o capitoli….

In questo contesto il distanziamento sociale ci ha pesato. Non vi siamo abituati, e questo rende difficile da sopportare la solitudine e il distanziamento imposti, che cadono su di noi senza preavviso, come quelli di noi che sono stati costretti dalla pandemia. In questa situazione, la solitudine può riempire la vita di tristezza, può ferirci profondamente. E da questa pandemia molti, anche consacrati, usciranno feriti. È da questa solitudine che dobbiamo fuggire.

Ma è anche vero che c’è una solitudine e un distanziamento, come quello che Gesù ha cercato per i suoi (cf. Mc 6,31) che rivelano, che ci aiutano a un incontro più profondo con noi stessi e con gli altri. Come la parola più autentica nasce dal silenzio, così l’incontro profondo nasce dalla solitudine abitata dall’amore, «la solitudine sonora» (san Giovanni della Croce), la solitudine accompagnata, la solitudine che noi consacrati assumiamo con il voto di castità.

Quando l’amore di Gesù comincia ad occupare il nostro cuore, più niente, né la solitudine imposta né il distanziamento sociale obbligatorio, come avviene in questi tempi del Covid, possono separarci dagli altri.

Voto di castità

Il voto di castità, che comporta l’assumere una certa forma di solitudine e di distanziamento, deve essere vissuto, soprattutto in questi tempi di pandemia, come un’opportunità per stabilire nuovi legami di incontro profondo con i fratelli e le sorelle della propria comunità e con tutta l’umanità, particolarmente quella ferita.

Facciamo della solitudine e del distanziamento imposti dei ponti di comunione, ponti di incontro. Stabiliamo sane relazioni di fraternità, amicizia, solidarietà; viviamo la donazione dell’amore fino in fondo, senza trattenere nulla. Dalla consolazione ricevuta dal “Tu sei il mio Signore”, sentiamoci rafforzati a consolare, come forma prioritaria di missione.

Il nostro mondo ha bisogno di persone disposte a non chiudere gli occhi di fronte alle continue devastazioni, abusi e violenze con cui la dignità delle persone viene quotidianamente ferita.

Siamo consapevoli del potenziale d’amore che la nostra vita casta e celibe contiene in sé? Il carisma del celibato e il voto di castità sono una questione di amore e devono portarci a farli fruttificare nell’amore senza condizioni, anche in mezzo alla solitudine imposta, come quella che stiamo vivendo.

In questi tempi di pandemia dobbiamo ripensare la via dell’amore casto e celibe guardando a Gesù, in modo tale da essere liberi per amare e diventare la famiglia di tutti per la comune dignità che ci lega. Questo non diventa una realtà una volta per tutte. Ci vuole tempo. È carisma e attiva la nostra responsabilità.

Con il voto di castità, i consacrati e le consacrate si propongono di amare “con lui e come lui”, di amare come Gesù ha amato, senza misura. Senza dimenticare che la solitudine che Gesù ha vissuto sulla croce è un mistero di solitudine e di comunione allo stesso tempo.

È mistero d’amore. È così che dobbiamo vivere questo momento in cui sperimentiamo la solitudine e il distanziamento: come mistero d’amore. Il voto di castità che abbiamo professato ci porta ad accettare la distanza e a rispettare l’alterità. Amare con un cuore casto è un’impresa difficile, ma è possibile.

Consacrati e società civile

– Covid e obbedienza. Le comunità hanno obbedito alle regole sanitarie, anche nelle celebrazioni in casa. Che cosa significa questa obbedienza civile e qual è il suo limite? Secondo lei, come si è modificato l’esercizio del governo del superiore in ragione della pandemia? Che dire sulle strutture collettive di governo (consigli, capitoli, assemblee)?

Noi consacrati non possiamo dimenticare che siamo parte della società e, come tali, siamo obbligati a obbedire alle nostre autorità e, in questi tempi di pandemia, in modo particolare, alle regole sanitarie. I religiosi e le persone consacrate non sono esenti da questa obbedienza. Dobbiamo considerarci testimoni di una “cittadinanza attiva”. Il rispetto delle regole della convivenza civile è un contributo al bene comune, un impegno al quale i religiosi e i consacrati non possono sottrarsi. È un valore fondamentale nella stessa dottrina sociale della Chiesa.

Noi religiosi e consacrati abbiamo una responsabilità, anche nel campo dell’assistenza sanitaria, verso noi stessi e verso gli altri. È necessario coniugare armonicamente i diritti individuali con il bene comune, anche per quanto riguarda la libertà di culto.

In questo contesto, bisogna distinguere tra divieto e limitazione dei diritti degli individui e della comunità. Ci sono limiti che sono necessari se vogliamo garantire la salute e la sicurezza delle persone.

Altra cosa è quando si tratta di proibire i diritti fondamentali o quando si tratta di leggi che vanno contro il Vangelo, «regola assoluta» per i consacrati (papa Francesco). Qui non si può transigere. In questi casi si applica il principio che «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29). La vita consacrata ha una missione profetica nella Chiesa. I consacrati, in quanto profeti, sono uomini e donne della Parola, per cui non possono rinunciare ad obbedire ad essa e a trasmetterla. Come profeti, i consacrati sanno molto bene cosa significa “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt 22,21).

In ogni caso, non parlerei di “limiti” per quanto riguarda l’obbedienza civile, ma di “risposte responsabili”. Noi consacrati partecipiamo pienamente al destino del popolo, delle persone alle quali siamo debitori, siamo fratelli tra fratelli, «viandanti fatti della stessa carne umana» e «figli di questa stessa terra che ospita tutti noi» (Fratelli tutti, 8).

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, penso che l’esercizio del governo non sia cambiato. La pandemia ha posto delle restrizioni a questo esercizio che sono ben visibili a tutti. Ho seri dubbi che sia possibile continuare nel tempo e che il “governo virtuale” di un Istituto sia veramente efficace.

Non c’è dubbio che la cultura telematica sta globalizzando la vita consacrata, ma sono sicuro che un buon “governo” è intessuto soprattutto di relazioni, di accordi, di confronti e di molto dialogo specialmente nelle difficoltà.

Ho l’impressione – e non sono il solo – che stiano crescendo nei nostri ambienti la mentalità e la prassi che “presenza virtuale” sia sinonimo di “presenza fraterna” o “presenza fisica”. Se così fosse, penso che l’equivoco potrebbe svuotare il significato del governo di un Istituto. Sono dell’opinione che una “presenza virtuale” è semplicemente virtuale e niente di più, e che non potrà mai sostituire la presenza personale.

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