La mia vita in monastero

di: Madeleine Spender

Monastero Mariä Heimsuchung

Sr. Johanna Boenisch è una benedettina tedesca del monastero Mariä Heimsuchung (Visitazione della Beata Vergine Maria) nella regione dell’Eifel e vive da oltre 32 anni in monastero. Parlando con le sue consorelle dà loro del “lei”. Per quale ragione e come vede il futuro della vita monastica? Lo racconta in questa intervista.

– Sr Johanna, perché si rivolge alle sue consorelle dando loro del “lei”?

Sì, questa forma di cortesia è comune tra noi nel monastero. Il “lei” è per noi come un manto di protezione, perché siamo una piccola comunità in un piccolo monastero dell’Eifel. È una comunità che si è formata casualmente e non per amicizia. Ciò non significa che le amicizie non possano sorgere in monastero. Io, tuttavia, trovo cosa buona e giusta che tra noi suore ci diamo del “lei”. Da noi è tutto molto angusto, viviamo accanto le une alle altre. Viviamo in camere tra loro attigue, perciò abbiamo bisogno di tenere tra noi questa cortese reciproca distanza. Per esempio, quando sorgono delle discussioni o dei problemi, io non ho la possibilità di andare da altri o di evitare l’altro. Perciò questo uso del “lei” non mi disturba più di tanto. Al contrario, con alcune consorelle mi fa persino piacere darci del “lei”.

– Ora sono curiosa…

Ad alcune sorelle mi sarebbe difficile dare del ”tu”. Per esempio, la mia consorella più anziana ha 89 anni, la stessa età di mia madre. Trovo che non andrebbe bene darle del “tu”. O la nostra badessa. Lei per me è una superiora che devo trattare con rispetto. Perciò mi sarebbe difficile rinunciare a questa distanza. Lo so anche per mia esperienza. Prima del mio ingresso in monastero, ero insegnante in una scuola. Tutte le alunne mi davano del “lei”, anche se erano poco più giovani di me. Pensavo fosse giusto che ad una persona in autorità si desse del “lei”. Ritengo che un appellativo di cortesia come “Lei, sr. Johanna”, nei rapporti reciproci in monastero, sia molto importante. Nella Regola di san Benedetto è scritto che noi suore dobbiamo trattarci con rispetto e attenzione. Penso che il “lei” ci sia di aiuto.

– Lei non usa il”tu” con nessuna suora?

Certo. Con tre suore in via eccezionale uso del “tu”, ma solo quando ci incontriamo privatamente. Nelle circostanze ufficiali ci rivolgiamo poi nuovamente del “lei”. È una cosa che ci sta bene perché non vogliamo suscitare risentimenti nelle altre sorelle. In una comunità spirituale nessuno deve sentirsi escluso o a disagio. Ma queste tre suore mi stanno molto a cuore perché ci conoscevamo già prima della mia entrata in monastero. Perciò non volevo che questo modo familiare di rapportarci venisse meno dopo il mio ingresso.

Monastero Mariä Heimsuchung

– Perché ha deciso di entrare in monastero?

Mi ero incontrata una volta con fratel Roger Schutz, fondatore della comunità di Taizé. Avevo allora 27 anni e mi domandavo se dovevo entrare in monastero. Non sapevo come decidere. Sono andata da lui con questi dubbi e gli ho chiesto cosa dovevo fare. La sua risposta è stata chiara: “Se Dio chiama, egli vuole da te tutto o niente”. Ora , da oltre 32 anni mi trovo qui nel monastero benedettino di Kall. Naturalmente ci sono stati diversi momenti in cui ho avuto dei dubbi, ma la decisione di entrare era giusta.

– Perché ha avuto dei dubbi?

Noi siamo in 14 suore e solo cinque hanno meno di 70 anni. Non è una situazione simpatica. Inoltre, da ormai 25 anni nessuna suora ha emesso da noi la professione perpetua. Sentiamo la mancanza di suore giovani. A dire il vero, abbiamo sempre avuto delle giovani che sono rimaste qui in monastero per un paio d’anni. Purtroppo poi se ne sono andate tutte. È un vero peccato che la maggior parte non perseveri, e questo ci dispiace molto.

– Da che cosa dipende, secondo lei?

Penso che sia un problema demografico che riguarda tutta la Chiesa. Un tempo anche le famiglie erano più numerose, avevano in casa fino a nove figli. Attualmente, da molto tempo, non è più così. Una volta era naturale che un figlio diventasse sacerdote e uno o due figli andassero in convento.

Un tempo, le persone e la loro vita erano molto più formate religiosamente di quanto non sia oggi. Recentemente abbiamo avuto qui un gruppo di cresimandi. Nessuno di loro sapeva recitare a memoria il Padre nostro. È una cosa che mi rattrista molto. Inoltre, a questo si aggiunge l’incapacità dei giovani di assumere dei vincoli. Chi vuole oggi legarsi per tutta la vita a una comunità concreta o a un determinato luogo? In convento non si può fare nessuna carriera e ci si deve sottomettere ai propri superiori. Per molti non è una cosa semplice da accettare.

– Ciò significa che il suo monastero lentamente muore?

Non direi. Per noi benedettine di Kall si tratta piuttosto di un lento invecchiamento e di una lenta diminuzione. Ma va anche bene così, perché ogni suora deve concentrarsi su ciò che nella vita monastica realmente conta. Ed è quanto san Benedetto ci ha ordinato nella Regola: “Prega e lavora e vivi il Vangelo!”. Penso alle nostre sorelle anziane che non fanno altro che pregare. Ma questa è la cosa decisiva. Per tutta la vita hanno speso le loro energie per le proprie consorelle e ora sono spossate. Io credo che la preghiera sia sufficiente perché un monastero possa sopravvivere. Dei compiti caritatevoli del monastero possono occuparsi anche altri, ma chi prega allora per la gente? Noi preghiamo cinque volte al giorno la liturgia delle Ore, in latino o anche in tedesco. Lo facciamo in maniera vicaria per tutti coloro che non possono più o non vogliono pregare. Noi portiamo nelle nostre preghiere anche tutte le preoccupazioni e i bisogni che ci vengono affidati dalla gente. E se continuiamo a farlo fedelmente, credo davvero che i monasteri contemplativi abbiano ancora la possibilità di sopravvivere.

– Perché lei è rimasta in monastero…

e non se ne è andata? La celebrazione quotidiana della liturgia mi rafforza in maniera incredibile. Io qui ho l’incarico di occuparmi delle suore malate e di stare accanto a quelle più anziane e bisognose di aiuto. Mi prendo cura di loro e le accompagno nel loro ultimo tratto di strada fino alla porta del cielo. L’ultimo passo lo devono poi compiere da sole. Ma lei non si immagina nemmeno che cosa provi uno in tutto questo.

– Che cosa intende dire?

Per esempio, per quattro anni mi sono presa cura di una suora. Negli suoi ultimi tre anni di vita non era più in grado di alzarsi e da tempo non parlava più. Ogni giorno la visitavo più volte perché non sapevo quando sarebbe giunta la sua ultima ora, e già da oltre quattro anni sembrava dovesse morire. E quando ciò è avvenuto, aprì ancora una volta gli occhi, mi guardò e disse: “bello”. Solo questo. In seguito ho pensato, che quando uno dice al termine di una lunga vita una parola così, vuol dire che vale la pena vivere e morire qui in monastero. Così è anche per me.

Riprendiamo in una nostra traduzione dal tedesco l’articolo pubblicato su Katholisch.de in data 13.12.2017

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