Lettera sinodale dall’eremo

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Il testo del dicastero per i religiosi sulla vita eremitica era da poco in libreria (vedi qui) quando una parte significativa degli eremiti e delle eremite italiani si ritrovava in sinodo a Lucca (25-28 aprile). Una cinquantina di uomini e di donne che vivono come singoli o in piccoli gruppi la vita eremitica ha ascoltato la presentazione de La forma della vita eremitica nella Chiesa locale da parte di p. Pierluigi Nava, sottosegretario del dicastero romano per la vita consacrata, e di mons. Paolo Giulietti, vescovo di Lucca, su «La comunità diocesana e gli eremiti».

Dopo un precedente incontro (novembre 2021) al santuario dell’Addolorata di Castelpetroso (Molise), con il patrocinio di mons. Giancarlo Maria Bregantini, gli eremiti e le eremite hanno portato a termine la stesura di una breve e intensa lettera indirizzata alla Chiesa italiana come loro contributo in ordine al sinodo.

Giulietti e Bregantini sono considerati i vescovi più vicini a loro, mentre l’anima di collegamento sono il presbitero eremita ambrosiano Raffaele Busnelli e la sorella Cristina Scelta.

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Basilica Santuario di Maria Santissima Addolorata – Castelpetroso

Lettera sinodale

Alla Chiesa di Dio che è in Italia,

grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore nostro Gesù Cristo (cf. Ap 1,4 e 1Cor 1,1-2).

Ci rivolgiamo a voi, fratelli e sorelle e pastori tutti, figli e figlie della Chiesa in Cristo, per rendervi partecipi della nostra gioia di aver ricevuto la vocazione eremitica.

Nelle diversità che ci caratterizzano: tutti, battezzati e battezzate, sacerdoti e laici, consacrati e consacrate, viviamo questa forma di vita contemplativa nella libertà e nell’essenzialità evangeliche che le sono proprie.

Radunati in questo Sinodo, prendiamo atto che lo Spirito Santo suscita, come segno del tempo, vocazioni eremitiche sempre più numerose.

Tra noi c’è chi è chiamato dallo Spirito a vivere il deserto nei monti, in campagna o nelle città; chi vive una vita prettamente solitaria o chi la condivide con fratelli e sorelle in piccole comunità; chi vive di carità, chi lavora.

A noi tutti, ognuno secondo le proprie peculiarità e differenze, viene chiesto di vivere nella sequela di Gesù il nostro essere contemplativi nel deserto, come sentinelle che lo Spirito conduce ai margini e plasma a suo modo, per quel “vultum Dei quaerere” (cercare il volto di Dio) cui tutti tendiamo. Siamo cercatori cercati da Dio col mondo nel cuore, per il quale viviamo il ministero dell’intercessione e l’apostolato della contemplazione.

Nell’unico corpo ecclesiale, sentiamo forte la responsabilità della testimonianza e della trasmissione della fede, nella solitudine, nella preghiera e nell’ascolto.

La nostra vita è segnata dalla precarietà, dalla marginalità, dall’abbandono fiducioso in Dio e dal silenzio orante. Questo ci appartiene; nella Chiesa siamo come “il passero che ha trovato una casa, la rondine il nido, presso i tuoi altari” (Sal 84,4) e chiede la cura paterna e materna dei Pastori.

In un mondo in cui prevalgono il fare e l’apparire, siamo chiamati a “essere” grembo che accoglie la Parola, soli con il Solo. «Ora si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo» (Ef 2,4-6).

Riconosciamo con gratitudine, come la Chiesa nel documento Forma di vita eremitica nella Chiesa particolare, renda grazie per questa “perla preziosa” (Mt 13,44) (settimananews.it/vita-consacrata/eremiti).

Ci auguriamo che questo annuncio di Bene possa essere fermento generatore di vita: «Io voglio che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Seminario Arcivescovile di Lucca, 28 aprile 2022

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Eremo Santa Caterina del Sasso

Quanti sono?

È difficile dare risposte sicure. Le stime più prudenti per l’Italia parlano di 200, quelle più generose arrivano al migliaio. La più comune: 300. Per la Francia i numeri si attestano su 150, 70 per la Germania, 90 per gli USA, 8 per la Polonia. A livello mondiale si parla di 20.000, ma la cifra sembra eccessiva.

I percorsi di approccio alla vita eremitica sono molto diversi, ma il numero maggiore, almeno per l’Occidente, arriva dopo un’esperienza di vita comune e di servizio presbiterale, anche se non mancano cammini un po’ anomali.

Diverso il caso della Russia che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha conosciuto un’enorme crescita di monasteri e di eremitaggi. Con qualche problema, come ha sottolineato in un intervento a Bose nel 2010, Nazarij di Vyborg, igumeno della Lavra Neskij di san Pietroburgo: «Oggi chiedono di entrare in monastero persone che non solo non conoscono l’eremitismo, ma non sanno nemmeno il Padre Nostro. Vengono da noi persone che nelle loro vita hanno provato di tutto: matrimoni falliti, alcolismo, droga. Giungono in monastero perché non vedono altra via d’uscita dell’orrore per la propria vita… Oppure persone che hanno la minima idea del monachesimo, che fanno del puro dilettantismo».

Per l’Italia la difficoltà di censire le presenze è dovuto anche a forme eremitiche che appartengono alla tradizione ortodossa dell’Athos o a scelte che non fanno riferimento a identità confessionali.

La crescita delle vocazioni eremitiche non è tanto sul versante degli ordini o congregazioni tradizionali, quanto piuttosto negli eremiti diocesani o liberi. Ma anche in ordine allo sviluppo degli eremiti diocesani c’è chi registra un calo negli ultimi lustri.

Riferimenti magisteriali

Il recente testo del dicastero per la vita consacrata fornisce un riferimento compiuto che prima era solo accennato, se pur autorevolmente, nella post-sinodale Vita consecrata (n. 7), nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 920-921) e nel Codice di diritto canonico (can. 603).

Cito il testo del Catechismo: «Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nella continua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo”. Essi indicano a ciascuno quell’aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l’intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell’eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso».

Valori e suggestioni

I valori evangelici e fondanti per la vita eremitica sono già stati ricordati: silenzio e solitudine, preghiera incessante, combattimento spirituale, ascesi e penitenza, intimità con Cristo. Ma vi sono anche suggestioni che oggi accendono l’attenzione.

Anzitutto una gestione lenta del tempo. In un contesto civile e culturale che divora il proprio tempo e lo misura ostinatamente, senza riconoscere né ritmi, né pause, la vita eremitica e la stabilità dei suoi tempi risulta una denuncia dell’alienazione contemporanea, un richiamo all’equilibrio e alla capacità di misurare i propri giorni.

La collocazione eremitica nel deserto della tradizione, nell’isola non facilmente raggiungibile, nella foresta lontana dagli abitati o nelle campagne delle periferie cittadine offre un richiamo significativo all’attenzione all’ambiente, alla necessità di salvaguardarlo e di custodirlo. Soprattutto a valorizzarlo in tutta la sua dimensione simbolica, riconoscendovi la benedizione della creazione.

E, ancora, il rapporto con gli animali. Da quelli di casa a quelli del bosco e ai pesci del mare. L’eremita li sente come compagni di vita, in qualche maniera partecipi della sua ricerca spirituale. «Il solitario rimane sulla soglia dell’abisso del proprio cuore, come un mendicante che tende una mano esitante e insieme fiduciosa, una mano vuota che solo l’amore di Dio potrà riempire. Se scarsamente o fino all’orlo, se subito o dopo una lunga vita consumata nell’attesa, non è in grado di dirlo: sa soltanto che non può esigere nulla, né lamentarsi di nulla. Eppure, in quella notte, della quale ignora se essa sprofondi ancor più nella tenebra o se si orienti già verso il giorno, è sempre più convinto che Dio ricolmerà ciascuno senza eccezione, ben oltre quello che avrebbe osato chiedere o sospettare» (A. Louf, Uno sguardo monastico, Magnano-Biella 2001, p. 74).

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