Un monaco d’oggi

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Benedettino italiano della comunità Koinonia della Visitazione, in Valle d’Aosta, fratel MichaelDavide Semeraro tratteggia un nuovo ritratto del monaco d’oggi (intervista di Céline Hoyeau pubblicata su La Croix, 20/21 maggio 2017).

vita monastica

– Fr. MichaelDavide, da dieci anni lei vive, con altri due monaci benedettini, una sobria esperienza monastica in Valle d’Aosta. Qual è il senso di una tale vita comunitaria?

A differenza di molti monasteri, il nostro sogno quotidiano non è quello di suscitare vocazioni, tanto più che noi non abbiamo nemmeno spazio! (ride) Noi cerchiamo semplicemente di essere fedeli alla nostra vita monastica, senza paura del futuro. Questo può essere un segno oggi, in un contesto di grande fragilità della vita consacrata. Questa precarietà è spesso vissuta in maniera negativa, come un sentimento di fallimento – «Non siamo stati capaci di trasmettere ai giovani». Ma può anche diventare uno stimolo a pensare diversamente la vita monastica.

Mi sembra che la fedeltà al Vangelo debba passare, oggi, attraverso piccole realtà. Questa era l’intuizione spirituale di Thomas Merton (1915-1968) mezzo secolo fa. Secondo lui, i monaci dei tempi moderni erano chiamati a non essere troppo visibili. Il concilio Vaticano II ha suscitato intuizioni di questo tipo, ma noi abbiamo ancora troppa paura di cambiare. Anche ciò che ci chiede papa Francesco va nella direzione di una certa discrezione, a non cercare di ritrovare una visibilità, una certa onorabilità mondana.

– Tuttavia, la società non è forse in attesa di riferimenti, di visibilità?

Lo si dice, ma cosa intendiamo per visibilità? Spesso, vi è un po’ di aggressività spirituale nella nostra testimonianza, quando si guarda il mondo in maniera negativa, sdegnandoci di non trovarvi più la fede. A coloro che non frequentano la Chiesa, appena aprono la bocca, noi già vogliamo dar loro la risposta.  I nostri contemporanei hanno più  bisogno di testimonianza che di visibilità. Una testimonianza umile, discreta. Testimoniare non è imporsi, ma essere costantemente reperibili. Senza inquietarci troppo di essere rintracciati…

– Che cosa l’ha condotta a questa spiritualità?

La riflessione di Charles de Foucauld mi ha molto aiutato a ripensare la mia vita monastica. Con Francesco d’Assisi, egli rappresenta un tornante nella storia della vita consacrata. Ciò che egli ha vissuto era profetico come testimonianza della bellezza e della bontà del Vangelo nel mondo. I nostri dogmi e i nostri riti sono la via per fare un’esperienza della trascendenza, ma ciò che permette l’unità, è innanzitutto la condivisione della presenza di Dio nella vita degli uomini, ma di questo non si è sempre consapevoli.

I dogmi sono importanti, ma sempre per fare spazio alla vita. Se cominciamo ad aver paura delle sorprese della vita, diventiamo come gli scribi e i farisei. È la differenza tra rigore e rigidità: Cristo è sempre rigoroso, mai rigido.

– Lei insiste, nel suo ultimo libro,[1] sulla compassione e sulle attitudini del cuore. Cosa l’ha resa sensibile?

La mia bisnonna, la quale mi ha insegnato a pregare, mi chiedeva di accompagnarla nelle sue visite ai poveri e agli ammalati. Così, nel mio cuore, e forse nel mio inconscio, preghiera e carità vanno insieme. La mia preghiera di monaco è indissociabile dalla memoria della sofferenza degli altri. Il priore di Bouaké, in Costa d’Avorio, dice che i monaci diventano monaci in quanto accettano di prendere in considerazione la loro sofferenza. È questo il motivo per il quale le persone amano venire al monastero, in quanto vi trovano degli uomini che non hanno paura della sofferenza degli altri.

Io stesso ho dovuto affrontare molte sofferenze e crisi personali. Il cammino di psicanalisi che ho intrapreso, mi ha aperto lo sguardo su un altro versante del mondo che mi era sconosciuto, del quale avevo paura. Ho scoperto che colui che era stato alla radice dei miei desideri spirituali era anche alla radice dell’uomo che ero. Fu un cammino di riconciliazione. Il cuore diventa più largo.

– Allargare il cuore è l’obiettivo della vita spirituale?

Sostieni SettimanaNews.itSì, e questa è la caratteristica della vita benedettina. L’obiettivo spirituale che san Benedetto assegna al monaco è quello di «dilatare il cuore». Attraverso la fedeltà alle regole, si tratta di rinunciare ai nostri idoli, compresi quelli spirituali, per amplificare il nostro cuore. A volte, rischiamo di fermarci ai mezzi – le regole – mancando l’obiettivo.

La psyché, di cui parlano i Padri della Chiesa, significa, in greco, l’anima e la farfalla. L’anima, per gli antichi, è il luogo della trasformazione, come la farfalla. La vita spirituale dev’essere capace di assumere i cambiamenti, le morti. Noi cominciamo con gli ideali, i progetti di vita, ma le sofferenze, le crisi, e pure gli incidenti di percorso ci permettono di rinunciare a noi stessi per aprirci a qualcosa che ci supera.

Nei Vangeli, Cristo permette all’altro di non avere paura né vergogna dei propri limiti, fragilità e peccati. Egli libera la parola e questo cambia tutto: potersi dire, manifestarsi, è la salvezza. Spesso noi dimentichiamo di essere creature, quindi limitati non solo a causa del peccato, ma limitati per natura. Possiamo avere delle idee di noi stessi che non corrispondono al reale e, soprattutto, che Dio non ha voluto. Egli aveva la possibilità di crearci come angeli ma non l’ha fatto. L’incarnazione del Verbo, Dio che si uomo in Gesù, è la piena manifestazione di questa attitudine divina: Dio che si fa carne ci riconcilia con il nostro limite, la nostra povertà come luogo di verità.

– La vita spirituale è accettarsi nella propria povertà?

La spiritualità è sempre sul filo: idealista, disincarnata, essa può diventare pericolosa. La vita spirituale cristiana non può mai decollare, essa deve sempre atterrare (ride). Essa si dona in ciò che vi è di più reale e incarnato. Per Tertulliano, Cristo è l’uomo «più sicuro e più vero». Noi siamo quindi chiamati a ripartire dai sentimenti di Gesù, descritti da Paolo nell’inno ai Filippesi: la dolcezza, la bontà, l’umiltà, la tenerezza…

– Quale differenza c’è, in fondo, tra un cristiano e un umanista generoso?

Il cristiano lavora per il regno di Dio. Il suo orizzonte non si limita a questa terra, un’opera più profonda lo supera. Vi collabora, ma senza mai darsi troppa importanza. Relativizzando se stesso, a vantaggio di un disegno molto più ampio, quello di Dio.


[1] Guérir. 10 gestes de Jésus qui sauvent, Salvator, 192 p., 17,50 €.

Con EDB, MichaelDavide Semeraro hapubblicato, fra l’altro:

La protesta della vita contemplativa
Non perfetti, ma felici
Messale quotidiano con meditazioni alle letture

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