
La percezione di una crisi del ministero presbiterale non è nuova, ma oggi sembra assumere tratti più sottili e, per certi versi, più insidiosi. Non tanto per ciò che appare all’esterno, quanto per una trasformazione interna del modo di vivere e comprendere il ministero stesso. Ci si potrebbe chiedere: quando il presbitero ha iniziato a percepirsi più come erogatore di servizi che come uomo consegnato a una comunità?
La categoria del “servizio”, così centrale nella tradizione evangelica, nel suo declinarsi al plurale — i servizi — sembra aver subito uno slittamento. Da espressione di una vita donata, rischia talvolta di ridursi a una somma di prestazioni. E quando il ministero si frammenta in ambiti, uffici, incarichi settoriali, non si corre forse il pericolo che anche l’identità del presbitero si disperda? Non accade, talvolta, che egli sia presente in molti luoghi, ma non realmente appartenente a nessuno?
A questo si aggiunge un effetto più nascosto, ma non meno incisivo. Un ministero strutturato in termini di “servizi” tende quasi inevitabilmente a generare uno stile impiegatizio: si entra e si esce dalle relazioni secondo orari, si distinguono tempi “di lavoro” e tempi “privati”, si costruisce una scansione dell’esistenza che separa ciò che si è da ciò che si fa. Ma può davvero il ministero presbiterale essere abitato secondo questa logica? Non si insinua, qui, una forma sottile di secolarizzazione del tempo, in cui anche il dono di sé viene amministrato, regolato, talvolta difeso?
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Questa distinzione progressiva tra tempo personale e tempo “per i servizi” rischia di generare stili di vita borghesi, nei quali il ministero diventa una delle componenti dell’esistenza, e non più la sua forma unificante. E quando il ministero smette di essere forma della vita, cosa accade alla sua radice spirituale? Non si consuma, lentamente, una erosione silenziosa, in cui la preghiera, la disponibilità, la prossimità perdono densità, diventando anch’esse “attività” tra le altre?
In questo contesto, emerge anche un altro effetto collaterale, meno evidente ma altrettanto significativo: la qualità delle relazioni. Quando il presbitero è poco radicato nella vita concreta della comunità e molto esposto alla logica dei servizi, non rischia forse di rifugiarsi in relazioni più facili, più immediate, più “simmetriche”? Non accade, talvolta, che le amicizie si restringano quasi esclusivamente all’interno della “casta” presbiterale, tra confratelli che condividono linguaggi, ritmi, fatiche?
Si tratta, beninteso, di legami preziosi e necessari. Ma possono bastare? Non si corre il rischio che diventino una sorta di spazio protetto, che finisce però per eludere la sfida più grande: quella di intrecciare relazioni autentiche, libere e arricchenti con il laicato? Se il presbitero non vive amicizie vere dentro la sua comunità, non si accentua ulteriormente quella distanza che già la struttura dei “servizi” contribuisce a creare?
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A tutto questo si aggiunge, negli ultimi tempi, un’altra accentuazione: quella della “missione”. Anche qui, una categoria originariamente viva e ardente sembra talvolta essersi liofilizzata, svuotata della sua densità esistenziale. Perché ogni missione nasce da una passione — nel suo significato più pieno e disambiguo: dedizione e sofferenza, coinvolgimento totale, fuoco che consuma e dà senso. Ma cosa accade quando la missione viene intesa prevalentemente come dislocamento, come mobilità continua, come disponibilità a essere inviati sempre altrove?
Non si rischia, così, di trasformare la missione in una geografia più che in una relazione? E il presbitero, continuamente spostato, non finisce forse per vivere una forma di delocalizzazione vocazionale? Essere ovunque e, al tempo stesso, non sentirsi davvero “di” nessun luogo: non è questa una delle esperienze più sottilmente destabilizzanti?
Si insinua allora un’attesa silenziosa: quella di trovare, prima o poi, il “posto giusto”, il luogo in cui finalmente sentirsi a casa. Ma il ministero può essere vissuto come una ricerca di collocazione, o non è piuttosto una consegna che chiede di trasformare ogni luogo in spazio abitato, ogni comunità in casa condivisa?
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Forse, proprio qui, le diverse linee della riflessione si intrecciano. Servizi frammentati, tempi separati, relazioni ridotte, missione intesa come mobilità: tutto sembra convergere verso un rischio comune, quello di una perdita di unità. Un ministero che non unifica più la vita, ma la divide; che non radica, ma sposta; che non genera appartenenza, ma la sospende.
E allora torna, con forza, una domanda più originaria: è ancora possibile pensare il presbitero come uomo che abita una comunità ed è abitato da essa? Non come alternativa ai servizi o alla missione, ma come loro fondamento?
Il paragone con la famiglia — con la paternità e la maternità — può offrire uno spiraglio. Un padre o una madre non “svolgono servizi” e non sono “in missione” altrove: vivono una presenza che li lega, li espone, li coinvolge fino in fondo. Non cercano un luogo ideale, ma rendono significativo il luogo in cui sono, proprio perché vi si donano.
Forse la questione non è eliminare servizi o ridimensionare la missione, ma restituire loro carne, passione, radicamento. Ricondurli a un centro vitale che sia la comunità concreta, conosciuta per nome, attraversata nelle sue gioie e nelle sue ferite.
E allora le domande si fanno più radicali, ma anche più feconde: come restituire al ministero una grammatica dell’abitare? Come evitare che la missione diventi fuga anziché dono? Come ricostruire un tessuto di relazioni autentiche, anche con il laicato, che sottragga il presbitero alla solitudine “di casta”? Quali scelte possono ridare unità ai tempi della vita, sottraendoli alla frammentazione funzionale?
Forse non si tratta di avere risposte immediate, ma di riaprire un cammino. Un cammino in cui il presbitero possa tornare a sentirsi non semplicemente necessario per ciò che fa, ma profondamente coinvolto in ciò che vive: presenza che permane, relazione che custodisce, passione che consuma e dà senso.
In fondo, non è da qui che nasce ogni autentica missione?






Nella mia esperienza il presbitero come “erogatore di servizi” è un’espressione che ritornava spesso sulle labbra di un prete che aveva un tempo fatto il missionario, aveva poi ricoperto incarichi importanti in diocesi e, messo nella possibilità di ritornare in terra di missione, aveva decisamente rifiutato l’invito del suo vescovo, adducendo il fatto che “lui aveva già dato”.
La relazione di un uomo celibe con una comunità ecclesiale, com’è quella di un parroco con la parrocchia alla quale è inviato, non è una cosa semplice perché dipende, oltre che dalle circostanze, anche dalle personalità in essa coinvolte; in parrocchia puoi trovare di tutto: il triste e il giocondo, il buono e il cattivo, il disponibile e il suo contrario… Generalizzare non è possibile; incolpare una parte piuttosto che l’altra nemmeno; ritenere responsabile l’educaziobe impartita in seminario neppure… Bisognerebbe che il prete imparasse a vivere alla giornata, accontentandosi di quel che capita e senza troppi desideri e piani pastorali da far funzionare. Soprattutto necessita di avere accanto un vescovo che lo accolga e lo comprenda, non un intellettuale o un burocrate chiuso nel suo mondo, fatto di furbizie e di strategie pastorali. Tuttavia finché i vescovi verranno scelti tra coloro che non hanno mai abitato la parrocchia, l’incomprensione sarà inevitabile.
Io quando mi trovo con Alessandro, il mio parroco, per le cose della parrocchia spero che, al di là della sintonia personale, mi incontro con il ruolo che lui svolge. E questo ruolo, da moto tempo (da sempre?), lo pone al di sopra di tutti gli altri. Non è mai un rapporto alla pari tra persone che hanno carismi diversi. Potremmo diventare anche amici, ma in parrocchia lui ha tutto il potere. Lo può anche delegare, perché lui ha il potere di delegarlo. Insomma se io domani “sparisco” dalla mia comunità parrocchiale, forse qualcuno se ne accorgerà, ma non succederà nulla. Se sparisse Alessandro sarebbe uno scompiglio e il vescovo dovrebbe incaricare un altro come parroco. Insomma, finché non ci sarà diversità di ruoli, perché ci sono diversi carismi, ma uguale potere, la relazione sarà sempre asimmetrica e quindi …
[Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! ]
Non mi sembra che lo stile di Gesù sia stato quello di legarsi alle pesone e invece si è legato e ha legato a se la “casta degli apostoli”. Chi ha detto che appartenere a un luogo è un valore e non appartenere a nessun luogo è un disvalore?
L’analisi del disagio presbiterale che Marrone propone è puntuale e merita attenzione: la frammentazione del ministero in prestazioni, il ritiro nelle relazioni di casta e la perdita di un centro vitale sono fenomeni reali. Ma la domanda con cui si apre l’articolo, «quando il presbitero ha iniziato a percepirsi come erogatore di servizi anziché come uomo consegnato a una comunità?», ne rivela involontariamente il limite: rimanda a un’età dell’oro del ministero radicato e donato che è difficile collocare storicamente. I seminari post-tridentini non hanno formato presbiteri «consegnati» alle comunità: hanno formato guide, presidenti, responsabili. La categoria dell’appartenenza alla comunità è stata a lungo assente dalla formazione presbiterale, non sottratta da una deriva recente.
C’è poi una questione più profonda. In tutto l’articolo il soggetto attivo è sempre e solo il presbitero: è lui che deve abitare, che deve intrecciare relazioni, che deve restituire unità alla sua vita. Il laicato appare come destinatario della sua presenza, come «sfida relazionale» che egli deve saper raccogliere. Ma questo è già una risposta implicita alla domanda sul disagio: finché la comunità non è pensata come soggetto che co-costituisce il ministero, il presbitero resterà solo, qualunque sia la sua qualità umana e spirituale.
La metafora genitoriale con cui l’articolo si chiude lo conferma. Un padre forma i figli perché i figli non hanno ancora fede propria. Ma la comunità cristiana vive già la sua fede: i suoi carismi, le sue memorie, la sua lettura del Vangelo precedono il presbitero e non dipendono da lui. La vitalità della comunità non è il prodotto del ministero ordinato, ne è la condizione di possibilità. Lo Spirito non arriva nella comunità attraverso il presbitero: lo precede, abita il battesimo prima dell’ordinazione, e il ministero ha senso proprio perché custodisce un fuoco che non ha acceso lui.
Forse, allora, la questione non è solo riformare lo stile di vita del presbitero, ma riformare la sua formazione, insegnandogli a ricevere dalla comunità prima ancora che a donarsi ad essa, e insieme educare il laicato a riconoscere la propria soggettività ecclesiale come dono da esercitare, non come supplenza da tollerare in attesa del pastore.
Da presbitero, ritengo molto interessanti queste riflessioni, come molte di questo Autore. Tuttavia, due considerazioni:
1. Il reale rischio di una “missione della mobilità”, di una “tendenza al cambiamento” e di “non sentirsi a casa” con relative presunte fughe, viene fatto ricadere sempre e solo come responsabilità sul presbitero. Almeno così sembra emergere dall’articolo e dalla discussione in generale su questi temi. Come se il presbitero possa decidere della sua vita e degli incarichi che deve svolgere durante la sua vita. Come se fosse il presbitero ad aver scritto il canone 522 che ammette nomine a tempo determinato. Questa novità canonica, rispetto alla stabilità assoluta del Codice precedente, è stata sempre narrata come frutto conciliare attento alle esigenze dei tempi cambiati. Non venga data ai presbiteri la “colpa” di qualcosa che loro non hanno scelto. Ammesso che sia giusto, venga cambiato il Codice, e il relativo insegnamento “spirituale” che intravede nella mobilità dei presbiteri un aspetto del celibato (“il prete è di Dio, e non di una “moglie” parrocchiale in particolare”).
2. Spesso – paradossalmente – ho sentito pronunciare questo tipo di osservazioni proprio da presbiteri che sono rimasti per moltissimi anni nelle stesse comunità parrocchiali. Addirittura, in taluni casi, nei propri paesi di origine (è noto, infatti, che in molte Diocesi piccole, può capitare che i presbiteri svolgano il loro ministero nei pressi di “casa propria”). E’ facile dire agli altri di non sapersi/volersi “incarnare”, quando in prima persona ci si è mossi poco da casa propria.
L’articolo è interessante. Le origini di una certa comprensione del ministero e, quindi, di praticarlo viene dal Seminario (lì ti imparano a percepirti in una certa maniera, a porti in un determinato modo, ad assumere una postura). Oggi si fa fatica a dire che il Seminario era stato pensato in epoca tridentina e per quell’epoca andava bene. Peccato che non siamo più in epoca tridentina, siamo, come qualcuno ha detto, in una cambiamento d’epoca (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2020/11/cattolicesimo-borghese5.html).