
L’8 dicembre 1965 si concludeva il Vaticano II, che ha dato nuova luce alla fede, una “tavolozza” di cui cinque documenti rappresentano le “tinte” primarie. Sessant’anni dopo, una riflessione sui frutti di quello straordinario evento spirituale. Dal portale della Diocesi di Milano
Sessant’anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, possiamo dire senza retorica che il Concilio ha restituito alla Chiesa i colori del Vangelo, dopo secoli in cui l’immagine ecclesiale rischiava di apparire in bianco e nero: vera, sì, ma appiattita, rigida, poco capace di rispecchiare la varietà della vita e dei volti umani. Il Concilio non ha cambiato la fede, ma ha cambiato la luce sotto cui la contempliamo. E, cambiando la luce, ha trasformato la percezione dell’intero paesaggio ecclesiale.
Fra le sue acquisizioni più decisive, cinque documenti spiccano come tinte primarie di questa nuova tavolozza. Ognuno ha acceso un colore, un tratto, un modo di essere Chiesa che ancora oggi illumina il cammino.
Dei Verbum ha restituito alla Parola di Dio il suo splendore originario: non un testo-sacrario, ma una voce viva che interpella, plasma, converte. Il Concilio ha ricordato che la Rivelazione non è un pacchetto di verità, bensì un Dio che parla nella storia, in un dialogo che coinvolge l’umanità intera. Da qui la centralità della Scrittura nella liturgia, nella teologia e nella vita spirituale. È come se la Chiesa avesse riaperto le finestre e fatto entrare aria fresca nella casa del credente.
Con Lumen Gentium, l’ecclesiologia ha scoperto la sua dimensione più genuina: la Chiesa non è una piramide, ma un popolo in cammino, animato dallo Spirito, nel quale tutti – laici, consacrati, ministri ordinati – condividono una medesima dignità battesimale. Il Concilio ha rimesso al centro il mistero della Chiesa come comunione, come icona della Trinità. È il colore della fraternità, della corresponsabilità, della santità feriale.
Sacrosanctum Concilium ha riportato la liturgia al cuore della vita ecclesiale, restituendole il calore della partecipazione e la bellezza della semplicità. La riforma liturgica non è stata un lifting estetico, ma il ritorno all’essenziale: il popolo di Dio radunato, la Parola proclamata, il mistero pasquale celebrato in modo comprensibile e coinvolgente. La liturgia è tornata a essere fonte e culmine, non spettacolo per esperti.
Con Gaudium et Spes, finalmente, il Concilio ha riconosciuto a piena voce che il mondo non è un nemico da cui difendersi, ma una terra da abitare con responsabilità e stupore. La Chiesa ha scelto il dialogo, non la contrapposizione; la simpatia per l’umano, non il sospetto. «Le gioie e le speranze…» non sono lo slogan di una stagione, ma il Dna di una Chiesa che prende sul serio l’incarnazione. Il colore qui è quello della umanità condivisa, della responsabilità per il futuro, della passione per la dignità di ogni persona.
Infine, Dignitatis Humanae ha consegnato uno dei frutti più maturi del Concilio: il riconoscimento della libertà religiosa come diritto fondamentale. Una Chiesa che non teme la libertà è una Chiesa che vive nella verità; una Chiesa che difende la libertà altrui difende anche la propria. Qui brilla il colore limpido della coscienza, luogo interiore in cui Dio parla e l’uomo risponde.
Il lascito
Che cosa resta oggi di questa “Chiesa a colori”?
L’ultimo Concilio «fu un momento straordinario, forse quello più bello della mia vita, quello in cui si poteva ripensare, rilanciare e riproporre, in cui si sentiva vibrare una scioltezza, una libertà di parola, una capacità di penetrazione nuova» (Carlo Maria Martini). Sono rimasti, senz’altro, molti lasciti di quella stagione entusiasmante.
Prima di tutto quanti l’hanno vissuta hanno compiuto un passo importantissimo per la loro vita, perché hanno ricevuto dal Concilio una fiducia rinnovata nella possibilità della Chiesa di parlare a tutti. Effettivamente, la Chiesa in questo periodo post-conciliare ha respirato a pieni polmoni il nuovo clima innescato da quello straordinario evento spirituale, così che molti suoi frutti sono di fatto penetrati nelle fibre del corpo ecclesiale.
Basti richiamare la maturata coscienza della vocazione ecclesiale di ogni battezzato; la qualità della celebrazione eucaristica; il richiamo a vivere l’autorità come servizio e non come dominio; l’invito a un accostamento assiduo alla Scrittura (lectio divina); la consapevolezza di tutti i credenti di essere chiamati all’annuncio del Vangelo e alla testimonianza di vita; l’impulso al dialogo ecumenico e al confronto con le altre religioni; la rinnovata apertura al mondo e alla cultura; la riscoperta della dignità di ogni persona umana e il riconoscimento dell’atto di fede come appello alla libertà. E l’elenco potrebbe continuare.
Per la nostra Chiesa si è trattato di una grande ricchezza che mantiene intatta tutta la sua attualità e tutto il suo valore.
Resta la convinzione che la tradizione non è un museo, ma un giardino: cresce, si rinnova, fiorisce nelle stagioni.
Resta un metodo – l’ascolto, il discernimento, la corresponsabilità – che oggi ritroviamo nella sinodalità.
Resta una promessa: la Chiesa sarà sempre più fedele al Vangelo quanto più saprà rispecchiare la multiforme ricchezza dell’umano.






Il pastore, perse le 99 pecore, caccia anche l’ultima, sostenendo che deve andare per il mondo maturando le proprie esperienze, poi chiude l’ovile e va all’osteria a parlare di pastorizia. (Giacomo Biffi, Il quinto Evangelo)
Scusate. Dopo 60 anni i frutti li abbiamo potuti vedere tutti. Anche Nostro Signore, il quale continua a mandare i conseguenti segnali: seminari, chiese e conventi vuoti.
Ecco i frutti:
– stupende carriere accademiche di laici e religiosi laicizzati…;
– incremento di fatturato di marmisti per costruire mense e tavole…; di antiquari, per riciclare balaustre, candelieri, paramenti e suppelletili varie…; di tipografi, per diffondere messali incomprensibili e leggiucchiati, lettere pastorali e piani pastorali variamente inutili salvo che per gli estensori, catechismi dalla triste grafica e disorientanti…; di sarti e sartorie varie per il confezionamento di ponchi e gualdrappe varie…;
– notevole sviluppo artistico in architettura, scultura, pittura e oreficeria…;
– apertura di hotel variamente stellati, con ottime iniziative immobiliari…
Se poi andiamo in certi posti come la Germania e, oggi, anche in Italia, i frutti abbracciano ambiti ancor piu’ vasti …
Non volete che tutto questo non sia gradito a Dio?
A parte le battute: il fenomeno di auto-distruzione al quale continuiamo ad assistere e’, umanamente, difficilmente spiegabile …
Nel 1963 si restituì la liturgia al popolo, con gli eccellenti risultati oggi ben visibili: chiese stracolme e tuttavia insufficienti ad accogliere le masse dei fedeli che accorrono per riappropriarsi del rito, essenzialmente adolescenti e giovani; moltiplicazione dei turni di catechismo in oratori oramai troppo angusti; mesi, anni per riuscire a prenotare un matrimonio in chiesa, centinaia di nuovi seminari e noviziati per accogliere le decine di migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose…debbo ammettere che i fatti danno loro ragione!
No, caro Mike, non ce l’hanno.
Un articolo ridicolo, se non fosse tragico.
Concordo nel riconoscere i frutti del Vaticano II, sebbene bisogna ammettere che l’opera di aggiornamento della Chiesa in questi ultimi sessant’anni ha incontrato anche molte resistenze che continuano a farsi presenti, perché il vecchio modello di approccio viene ancora preso a misura dell’efficacia della missione evangelizzante. È la visione trionfalistica, giudicante, assolutista dell’autorità ecclesiale contraria a quella dell’umilta’, della semplicità evangelica, del servizio al mondo, dell’ecumenismo, della fraternità…
1963 anni per capire il Vangelo? E adesso cosa ha portato il concilio 60 anni dopo? Ma non c’è l’avete un minimo di coscienza?
Comincio a pensare che molti siano in malafede perché parlano ancora di primavera della chiesa…. Ma Gesù ha detto che l’albero si riconosce dai frutti