Leone XIV: linguaggio, violenza, pace

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bonaventura1

Il tema della pace è centrale nel pontificato di papa Leone XIV e, pertanto, il suo approccio teologico innovativo al “linguaggio disarmante” rappresenta uno dei contributi più distintivi e urgenti del suo insegnamento iniziale.

Tra maggio e ottobre 2025, questo tema si è evoluto da un’intuizione iniziale a un programma teologico ed educativo completo, affrontando la crisi contemporanea dell’incitamento all’odio, della polarizzazione e della violenza verbale che caratterizza la nostra era digitale.

Una visione

L’8 maggio 2025, subito dopo la sua elezione, Leone XIV ha introdotto il concetto fondamentale di “pace disarmata e disarmante”. Non si trattava solo di un’enfasi retorica, ma della pietra angolare di quella che sarebbe diventata la sua risposta teologica sistematica alla “guerra delle parole” che affligge la società contemporanea.

In qualità di primo papa agostiniano, Leone XIV attinse profondamente dalla saggezza di sant’Agostino, in particolare dall’intuizione del santo secondo cui “noi siamo i tempi” – sottolineando la responsabilità personale nel plasmare il clima morale della nostra epoca.

Il manifesto del papa arrivò quattro giorni dopo nel suo discorso ai giornalisti, in cui ha esplicitato quello che sarebbe diventato il suo motto distintivo: “disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la terra”.

Questa potente formulazione collegava direttamente la violenza linguistica alla violenza fisica, suggerendo che la pace non inizia con trattati o accordi politici, ma con la trasformazione del modo in cui comunichiamo. Leone XIV ha identificato il linguaggio aggressivo non solo come un sintomo, ma come una causa fondamentale di conflitto, sostenendo che “anche le parole possono ferire e uccidere, non solo le armi”.

Tre fasi di sviluppo

L’evoluzione di questa teologia si è svolta in tre fasi distinte. La fase iniziale, nel mese di maggio, si è concentrata sulla denuncia, identificando chiaramente il problema della guerra verbale e le sue conseguenze distruttive. Leone XIV ha rifiutato quella che ha definito “comunicazione forte e muscolare”, sostenendo invece uno stile di comunicazione “capace di ascoltare, di raccogliere le voci dei deboli che non hanno voce”.

Durante i mesi estivi, il papa ha approfondito la sua analisi, esplorando come il linguaggio disarmante si applichi in diversi ambiti della vita. In ambito pastorale, ha sfidato i vescovi a offrire “vicinanza concreta” piuttosto che “ricette” verbali.

Nella sfera digitale, ha chiesto di sviluppare un linguaggio che “riparasse le reti” piuttosto che romperle. Per i giornalisti, ha sottolineato la “docile mitezza” e la priorità di ascoltare prima di parlare. Questa fase ha rivelato tre principi coerenti: l’ascolto deve precedere la parola; il linguaggio deve unire piuttosto che dividere; e la mitezza deve caratterizzare il nostro stile comunicativo.

Il culmine è arrivato in ottobre con la Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, che ha trasformato la critica in una proposta costruttiva. Qui, Leone XIV ha integrato la sua teologia del linguaggio in un quadro educativo completo, articolando tre imperativi che formano una visione programmatica: “disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il vostro cuore”.

Fondamenti teologici

Le radici agostiniane dell’approccio di Leone XIV sono inconfondibili. Attingendo alle Confessioni e ai Sermoni di Agostino, il papa collega la ricerca di un linguaggio autentico alla ricerca di Dio stesso. La famosa intuizione agostiniana secondo cui “i nostri cuori sono inquieti finché non riposano in te” diventa, nell’interpretazione di Leone XIV, un invito all’autenticità linguistica come disciplina spirituale. Il linguaggio diventa un luogo di conversione, dove la trasformazione delle parole riflette e rende possibile la trasformazione dei cuori.

La teologia del papa presenta la comunicazione come fondamentalmente relazionale piuttosto che transazionale. “Le relazioni vengono prima delle opinioni, le persone prima dei programmi”, insiste. Questa priorità sfida i paradigmi dominanti del discorso contemporaneo, dove spesso vincere una discussione è più importante che preservare la dignità umana.

Collegando la pace a un linguaggio veritiero e autentico, Leone XIV suggerisce che la violenza verbale non rappresenta solo una cattiva comunicazione, ma una forma di peccato contro la comunità umana e, in ultima analisi, contro Dio.

Applicazioni pratiche

La visione di Leone XIV va oltre la teologia astratta per arrivare a pratiche concrete. Il suo appello a una “educazione alla pace che sia disarmata e disarmante” trasforma la beatitudine “beati gli operatori di pace” sia in metodo che in contenuto dell’apprendimento. Egli sostiene “meno etichette, più storie; meno contrasti sterili, più armonia nello Spirito”.

Questo approccio sfida le istituzioni educative, le organizzazioni mediatiche e le piattaforme digitali a riconsiderare fondamentalmente il loro ruolo nel perpetuare o sanare la violenza linguistica.

L’enfasi del papa sulla “docile mitezza” e sull’ascolto prima di parlare offre un’alternativa contro-culturale all’affermazione aggressiva che domina i social media. La sua visione suggerisce che la vera forza non risiede nel dominio verbale, ma nella vulnerabilità dell’ascolto genuino e nel coraggio di dire la verità con gentilezza.

Rilevanza contemporanea

In un’epoca caratterizzata da fake news, polarizzazione dei social media e retorica politica sempre più violenta, la teologia del linguaggio disarmante di Leone XIV appare straordinariamente lungimirante.

La sua intuizione, secondo cui “laddove le parole assumono connotazioni ambigue e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua percezione alterata della realtà, prende il sopravvento senza controllo, è difficile costruire relazioni autentiche”, parla direttamente alla nostra attuale crisi di verità e comunità.

Ponendo le “parole disarmanti” al centro del suo magistero, Leone XIV dimostra come la saggezza antica – in particolare le intuizioni di Agostino del IV secolo – rimanga profeticamente rilevante per affrontare le sfide del XXI secolo.

Oltre le parole: incarnazione personale

Fondamentalmente, la teologia del “linguaggio disarmante” di papa Leone XIV va ben oltre la comunicazione testuale o verbale. Si manifesta nel suo stile personale, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte, dimostrando che la comunicazione autentica coinvolge la totalità dell’essere.

Fin dalla sua prima apparizione sulla Loggia, il suo saluto “La pace sia con voi! Questa è la pace di Cristo risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” ha dato un tono di gentilezza piuttosto che di trionfalismo.

Il suo deliberato rifiuto di quella che definisce “comunicazione forte e muscolare”, a favore di un discorso “capace di ascoltare, di raccogliere le voci dei deboli che non hanno voce”, riflette non solo una posizione teorica, ma uno stile comunicativo personale.

Quando si rivolge ai vescovi, enfatizza la “vicinanza” piuttosto che le “ricette verbali”; e quando parla ai giornalisti, mostra una “docile mitezza che fa bene al cuore” piuttosto che un’affermazione aggressiva.

La preferenza del papa per formulazioni semplici e dirette rispetto al complesso gergo teologico rende il suo messaggio accessibile a tutti.

La sua scelta di citare sant’Agostino – “noi siamo i tempi” – sottolinea la responsabilità personale piuttosto che l’autorità istituzionale. Il suo appello a “meno etichette, più storie; meno contrasti sterili, più armonia nello Spirito” riflette il suo approccio all’insegnamento attraverso la narrazione e la sintesi piuttosto che la condanna.

Questo approccio olistico suggerisce che il “linguaggio disarmante” consiste in ultima analisi nel disarmare sé stessi, liberandosi dal bisogno di armature verbali, armi retoriche e scudi comunicativi.

Leo XIV mostra che la comunicazione pacifica scaturisce da un cuore pacifico, che le parole autentiche emergono da una vita autentica e che la trasformazione del linguaggio richiede la trasformazione di chi parla.

 Il suo esempio personale rivela che il cammino verso la pace non inizia semplicemente con parole diverse, ma con un modo diverso di relazionarsi con gli altri, incarnando l’umiltà, la perseveranza e la genuina apertura che predica.

  • Pubblicato in inglese sul blog della Fondazione «Pro Oriente» (qui). L’autore è Responsabile della comunicazione della Segreteria generale del Sinodo.
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