A proposito del Dio maschilizzato

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Vorrei fare qualche breve osservazione a proposito dello stimolante intervento di Massimo Pieggi, pubblicato lo scorso 23 dicembre, in reazione a quanto emerso dal recente testo della Commissione sinodale sulla questione del diaconato femminile (cf. qui su SettimanaNews).

Molto opportunamente l’Autore richiama la distinzione tra sacramento primordiale e sacramento fondamentale. Forse andrebbe anche aggiunto che essa trova la sua massima espressione nel Mistero grande enunciato da Ef 5,32, la cui portata teologica va ben oltre l’immediato contesto delle relazioni tra coniugi in cui esso viene concretamente espresso.

Il primo enunciato chiave del contributo offerto da Pieggi ci sembra l’affermazione, di per sé corretta, secondo la quale in Gesù Cristo, Universale concreto, «tutto l’umano – maschile e femminile – è raccolto in lui “in un solo corpo” (Gal 3,28: “non c’è più Giudeo e Greco, schiavo e libero, maschio e femmina, perché tutti voi siete “uno” in Cristo Gesù)».

A proposito di Gal 3,28, oggi molto richiamato, andrebbe chiarito una volta per tutte che l’argomento è esclusivamente soteriologico, dice cioè l’universalità dell’accesso alla salvezza realizzata in Cristo. Esso non significa dunque in alcun modo l’automatica abolizione delle differenze sul piano sociale e storico. Tanto più che l’essere «uno» in Cristo richiama l’essere «una cosa sola» di Gen 2,24, che suppone la distinzione sessuale come sua condizione di possibilità antropologica, così come l’essere Uno dell’Unitrino include la distinzione delle Persone divine come sua condizione di possibilità teologica.

Perciò la questione veramente cruciale diventa a questo punto il come comprendere che tutto l’umano – maschile e femminile – sia effettivamente raccolto in lui: passando attraverso, salvandola dal peccato o abolendo la distinzione sessuale umana? Un passaggio che deve per prima cosa fare i conti col concretissimo nascere da donna, senza il quale nessun umano è mai potuto venire al mondo.

Questo nascere, da considerare anche teologicamente non come semplice utero in affitto, ma in senso ben più ampiamente antropologico, senza disdegnare anche le scoperte della recente medicina prenatale, è la prima, fondamentale forma in cui maschile e femminile vengono accolti in quell’Universale concreto che è Gesù Cristo. Analogamente a quanto accaduto per di noi.

Si vede perciò già da subito l’impossibilità di trattare adeguatamente della questione accantonando il centrale e concreto ruolo cristologico giocato da Maria. È infatti nel suo seno, eco terreno dell’eterno Seno del Padre (cf. Gv 1,18), che il Figlio del Padre, che effettivamente trascende e supera ogni paternità umana, diventa anche Figlio di Maria. E in entrambi i casi ciò accade nello Spirito Santo che, riguardo a Maria, assume qui un ruolo sponsale, richiamato dalla sua perpetua verginità e ben attestato da una solida tradizione mariologica[1].

Nulla dunque a che fare qui con una sponsalità che nascerebbe da «una riduzionistica caratterizzazione “mascolina” del Verbo incarnato» giustamente rifiutata da Pieggi. Essa non potrà perciò fare l’economia di un riferimento centrale anche all’opera dello Spirito nell’incarnazione, caratterizzandosi pertanto come rigorosamente spirituale.

Risulta pure molto interessante il riferimento fatto da Pieggi all’essere Gesù lo Sposo all’umanità assunta, indiretto rimando all’insegnamento dei Padri via quello del card. Amato. Questo obbliga però a ben considerare il fatto che la tradizione patristica ha in realtà dovuto faticare non poco per passare da un’affermazione, in sé vera e sacrosanta, ma ancora ontologicamente troppo astratta di natura umana, ad una considerazione anche ontologicamente più concreta della stessa. Passaggio di fatto avvenuto solo nel VII secolo, quando Massimo il Confessore prese in esplicita considerazione anche l’assunzione della concreta volontà umana nel Figlio fatto uomo per noi.

Questa concretizzazione della natura umana assunta dal Verbo del Padre, fatta poi propria dal Costantinopolitano III, è stata ulteriormente sviluppata solo grazie al confronto critico con la modernità. Essa ha infatti obbligato la cristologia a misurarsi anche con la coscienza umana di sé del Figlio fatto uomo, con la dimensione storica della natura umana da lui assunta, fino a concretizzare il vere homo di Calcedonia anche come vere judeus[2].

Ebbene, sembra ora giunto il tempo di misurarsi pure col fatto che la Leib di ogni concreto essere umano si dà, antropologicamente e non solo biologicamente, nella modalità del maschile o in quella del femminile, ormai finalmente riconosciuti di pari dignità grazie anche all’apporto della cultura femminista. E nell’affrontare questa ulteriore sfida, non bisognerebbe mai dimenticare che la Tradizione, già fin dal II secolo, parlava di nuovo Adamo e di nuova Eva. Insegnamento poi iconograficamente magistralmente ripreso nei mosaici del duomo di Monreale, dove la creazione dell’uomo e della donna narrata in Gen 1-2 è vista fin dal Principio già in intima correlazione, lì resa genialmente visiva, col Mistero grande della relazione tra Gesù, il Figlio Sposo, ultimo Adamo e la Chiesa-Eva sua sposa.

Non a caso J.H. Newman sosteneva che il titolo di nuova Eva attribuito fin dal II secolo a Maria-Chiesa costituisce la matrice di tutto il successivo sviluppo dottrinale, Immacolata Concezione inclusa[3]. Ad essa oggi dobbiamo evidentemente aggiungere anche l’Assunzione al cielo di Maria in anima e in corpo vivente. Un corpo vivente trasfigurato dallo Spirito che, essendo sempre quello della Vergine Madre, non potrà in ogni caso non essere connotato anche dalla sua Leib femminile, in intima e trasfigurata correlazionale spirituale con quella maschile del Figlio risorto, il nuovo Adamo dell’umanità redenta.


[1] Cf. L. Bonarrigo, Maria sposa dello Spirito Santo nella teologia contemporanea, Europress FTL- Cantagalli, Lugano-Siena 2028.

[2] I riferimenti sono qui al dibattito P. Galtier − P. Parente sull’Io di Gesù tra gli anni 30 e 40 del secolo scorso, nonché a tutti gli sviluppi cristologici avvenuti a partire dalle celebrazioni dell’anniversario di Calcedonia del 1951, fino ai dibattiti sull’ebraicità di Gesù avviati col pontificato di Giovanni Paolo II.

[3] J.H. Newman, Lettera a Pusey in: Newman, Maria, a cura di G. Velocchi, Jaca Book, Milano 1994, 61-140.

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9 Commenti

  1. Federica 6 gennaio 2026
  2. Angela 5 gennaio 2026
  3. Massimo Pieggi 4 gennaio 2026
    • Fabio Dipalma 4 gennaio 2026
      • Massimo Pieggi 4 gennaio 2026
        • Angela 5 gennaio 2026
        • Angela 5 gennaio 2026
          • Fabio Dipalma 5 gennaio 2026
  4. Angela 4 gennaio 2026

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