Dossetti: rileggere oggi il “Libro bianco”

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Pubblichiamo gli appunti di un intervento tenuto presso il Comune di Bologna il 15 dicembre 2025 per la presentazione del percorso verso la riforma dei Quartieri del Comune coordinato da Erika Capasso. L’intervento rilegge sinteticamente alcune indicazioni del Libro Bianco di Giuseppe Dossetti[1] che nella loro concretezza operativa disegnano un modo di intendere il lavoro politico, sociale e urbanistico nella città ricco di prospettive ideali e mostrano un modo di procedere particolarmente attento alla vita delle persone e delle comunità.

[…] una scelta che pone a base di tutto il convincimento della necessità di un intervento attivo e anticipatorio degli organi della comunità perché lo sviluppo della città serva non all’arbitrio individualistico ma allo spirito comunitario […] Sono parti vive della città, attraverso l’integrazione delle quali la città prende la sua figura e il suo volto spirituale. Sono centri di vita […][2]

Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso.[3]

Presento alcuni punti di riflessione a partire dal Libro bianco di Dossetti preparato in occasione delle elezioni comunali del 1956. Testo che è all’origine, in maniera più o meno diretta, dell’istituzione dei quartieri e, per certi versi, delle zone. Quale testo «fonte», rileggerlo può forse servirci, per verificare e affinare una visione politica, amministrativa e sociale in vista dell’attuazione di un «vero ordinamento popolare» (p. 21). Si tratta – per usare le parole di Dino Cocchianella – del racconto della fecondità di una sconfitta, o forse di «una mezza vittoria»[4], in quanto Dossetti dopo essersi ritirato dalla vita politica nazionale tra il 1951 e il 1952 viene richiesto di candidarsi a Sindaco di Bologna. Pur consapevole di non aver alcuna possibilità di vittoria, egli, insieme ad altri, concepisce l’elaborazione e la scrittura del Libro bianco.

Un contributo creativo

Egli decide di proporre una visione d’insieme della città che ha alcune caratteristiche: libera da rigidità e dogmi di partito, con il desiderio di offrire un contributo serio ai problemi maggiori della città, un contributo preciso per cui bisogna «attrezzarsi per sapere le cose», dove risulta fondamentale «conoscere per deliberare».

Conoscere sì, ma come? Dando forma ad un gruppo di lavoro pluridisciplinare di giovani studiosi – possiamo ricordare tra i molti Ardigò, Andreatta, Pedrazzi, Piacentini – che hanno coltivato in maniera differente uno sguardo attento ai contesti e ai territori. Questo per porre rimedio a l’«insufficienza, l’incompletezza, la non genuinità dei dati e delle notizie relative ad ogni settore della vita cittadina»[5]. Mentre serve «una conoscenza veramente adeguata di molti aspetti della realtà»[6]. Quindi, un modo di conoscere che si interroga non solo sui dati, ma insieme su «come i cittadini possono collaborare alla formazione del programma annuo di attività comunale»[7].

Un metodo nuovo

Infatti «ciò che in buona parte sfugge ai reggitori della città è qualcosa di diverso dalla stessa conoscenza statistica – pure essenziale ora […] – dei maggiori fenomeni collettivi»[8]. Ossia «la comprensione delle nuove tendenze collettive», «il complesso delle esigenze sociali e personali», «la portata qualitativa dei problemi», «i mutamenti qualitativi del gusto e del modo di vivere», le «questioni della periferia»[9].

Gli strumenti dell’indagine statistica e sociologica – allora incipiente in Italia – sono posti in un collegamento con un modo di procedere attento al livello delle persone e delle relazioni, o meglio ancora dei vissuti: solo un certo modo di attraversare, di interrogare, e di lasciarsi interrogare dai contesti è in grado di percepire il peso specifico dei problemi di povertà, di emarginazione, di fatica del vivere, di invisibilità[10].

È il motivo per cui l’indagine sociale viene ritenuta fondamentale. Si tratta di quel lavoro di ascolto profondo di cui parlò con grande precisione Nuto Revelli: «[…] saper ascoltare è un mestiere che stanca, che logora. Saper ascoltare vuol dire mai perdere il filo del discorso che a volte si dipana disordinatamente: vuol dire ‘registrare’ il tutto nella propria memoria a mano a mano che il discorso si snoda, prende forma e cresce»[11].

Un metodo che è già cammino di democrazia

Il testo sottolinea «la necessità di ricorrere ad un tipo di conoscenza non tecnico-burocratica né comunque astratta, ma sperimentale della vita cittadina, col metodo delle grandi indagini sociali»[12]. Questo però non rappresenta solo uno strumento conoscitivo ma «è anche una via per dare un contenuto all’ordinamento democratico locale ed offrire stimoli e occasioni concrete al manifestarsi delle tendenze collettive circa i modi di vita della gente e il loro evolversi, come delle esigenze e dolori male e non prima avvertiti dei sofferenti e degli esclusi»[13].

Il dialogare in maniera attenta – non capziosa e non a modo di farsa – con le persone e con i gruppi di cittadini è, infatti, già esercizio di co-educazione democratica: «l’avvenire della città interessa e deve interessare tutti i cittadini, perché tutti spontaneamente contribuiscono a determinarlo con il loro modo di pensare e di vivere, con le loro aspirazioni, qualità e miserie, con il loro lavoro e con la loro vita»[14]. Non solo tale tipo di conoscenza dialogica «ha poi un significato che va oltre ogni piano tecnico e amministrativo, e tocca direttamente il fondo politico […] è una garanzia decisiva degli orientamenti fondamentali dell’Amministrazione»[15]. È una conoscenza viva che diviene anche verifica – che può essere severa – delle effettive scelte politiche sul territorio.

“Conoscere è necessario ma non basta”

Infatti «dalla conoscenza occorre poi passare alle scelte e alle decisioni. […] se è importante il modo di conoscenza perché questa sia adeguata alla realtà, non meno importante è il modo di decisione, perché esso sia il più possibile conforme alla volontà dei cittadini ed efficacemente ne orienti e ne avvalori gli impulsi migliori, le energie più sane ed edificatrici»[16]. Questo per consentire «la più larga e viva partecipazione possibile a tutti i cittadini, considerati nelle articolazioni organiche della città»[17].

È in questo quadro – conoscitivo e di contributo deliberativo – che si collocano i quartieri in un necessario gradualismo «in modo da far precedere le più importanti scelte amministrative da una reale e sistematica consultazione dei cittadini», specialmente attraverso questa via: per ciascun quartiere, e a partire da quelli più periferici «organizzare una serie di convocazioni ai fini della conoscenza e del miglioramento della vita del loro quartiere»[18].

In termini elementari per i quartieri si pensa la possibilità di una effettiva partecipazione alle scelte tra cui il loro coinvolgimento nella predisposizione del bilancio annuale. Senza tale partecipazione si svuota progressivamente il senso della vita democratica. Tale duplice movimento di conoscenza e possibilità partecipativa risulta essenziale per far «scomparire tra i cittadini e il comune l’anonimato o un rapporto di massa (o i canali preferenziali di pochi) per sostituirlo con una collaborazione differenziata e diretta cui tutti possono accedere»[19].

“Fondamenti” per “rianimare il volto spirituale della città”

Il modo di procedere sopra esposto ha come orizzonte «una visione sintetica e anticipatrice» per la vita della città che si articola intorno al desiderio di ‘rianimare il volto spirituale della comunità cittadina. Non possiamo entrare nel dettaglio e nel significativo nesso tra dimensione co-educativa e «ispirazione comunitaria del volto urbanistico della città»[20], possiamo però sottolineare un aspetto rilevante per la nostra riflessione.

La proposta complessiva del Libro bianco è infatti sostenuta da una grande fiducia – non idealistica ma esigente – nelle energie democratiche della città e delle differenti persone che la abitano. Un certo modo di procedere che non ascolta e non rende possibile la partecipazione può, infatti, sembrare più efficace, «ma fatalmente non rispetta e non valorizza né la dignità dei singoli cittadini né la dignità e la missione più vera della città – il suo volto spirituale – ossia in concreto tende a corrompere le coscienze formando nuove zone di privilegio […] e corrode le radici della convivenza cittadina e finisce con il congelare le energie migliori e più efficaci per lo sviluppo spirituale e materiale della comunità»[21].

Vi sono cioè «energie produttive» e «creative», vi è una «personalità morale» della stessa città e si tratta di «convertire tutto questo in qualcosa di positivo e di attivo, di un vero e proprio spirito di consorzio [termine chiave della riflessione dossettiana], convinto, energico e creativo, in vista di obiettivi che sono già in qualche modo esistenti nel patrimonio stesso della città»[22].

A ben vedere è la trasposizione a livello cittadino di quella impegnativa fiducia che ha animato l’impegno dei membri dell’Assemblea Costituente e quindi di Dossetti per quella che lui chiamava la ricerca di una «democrazia sostanziale» ossia la questione del – con le sue parole – «vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo quello politico, ma anche a quello economico e sociale».

Alcune attenzioni

Tale modo di procedere che è nel contempo una visione politica e sociale, una modalità di conoscere e deliberare, ha nel Libro Bianco dei punti specifici di attenzione che qui richiamiamo sinteticamente. Si tratta di «curare le nuove generazioni», di «mostrare la gratitudine per le persone anziane», di «migliorare l’accoglienza agli immigrati nuovi residenti», di «esprimere meglio l’amore della città per i sofferenti e gli esclusi».

Il testo contiene molte considerazioni, noi possiamo soffermarci solo un duplice aspetto: il primo riguarda il fatto che si tratta di esempi di ambiti liminali – in alcuni casi subalterni – della vita sociale a cui è necessario dar voce – nel senso di Michel de Certeau[23] – perché possano restituire la «loro parola» in senso umano, sociale e politico arricchendo e modificando la vita della comunità. Si tratta di quegli ambiti liminali, quei «casi seri», quegli ambiti che si trovano «non al centro», ma in cui si gioca in concreto la qualità inclusiva della vita democratica e comunitaria, che ancora oggi ci interrogano seriamente.

Il secondo riguarda proprio l’attenzione ai conflitti sociali che in più passaggi del Libro bianco emerge[24]. I conflitti evidenti, quelli silenti, quelli rimossi e tacitati, quelli che stanno per esplodere. Un certo modo di procedere – dentro al quale si sono pensati i quartieri e le varie forme di partecipazione – sono a servizio di una vita della comunità che non fugge le tensioni e i problemi[25] e che cerca di coltivare «il diritto a non avere paura».

In tal senso un commento al nostro testo potrebbe essere rinvenuto in alcune parole programmatiche di Bergoglio del 2014 – nelle quali Dossetti credo si sarebbe ritrovato appieno – che qui mi permetto di ricordare:

«Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. [E termina citando un testo del vangelo oggi molto eloquente in senso religioso e laico:] «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).

Certo, si tratta solo di alcuni elementi che, però, credo potrebbero entrare nella conversazione personale e pubblica sulla riforma dei Quartieri e più in generale sulle modalità in cui rendere la nostra vita democratica – oggi così insidiata e sfibrata – più vitale, più attenta e più costruttrice di comunità.


[1] Per due ottime introduzioni si vedano A. Ardigò, Giuseppe Dossetti e il Libro Bianco su Bologna, EDB, Bologna 2003 e Il Libro Bianco su Bologna. Giuseppe Dossetti e le elezioni amministrative del 1956, a cura di G. Boselli con saggi di L. Pedrazzi – P. Pombeni – L. Giorgio, Diabasis, Reggio Emilia 2009.

[2] G. Dossetti, Libro bianco su Bologna, Bologna 1956, pp. 31-32 (d’ora in avanti LB). Disponibile online nel sito Studiare Dossetti https://www.dossetti.eu/ e sul sito del Comune di Bologna https://www.dossetti.eu/1956-g-dossetti-et-aa-libro-bianco-su-bologna/

[3] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 71

[4] Cf. G. Dossetti, L’eterno e la storia. Il discorso dell’Archiginnasio, a cura di F. Mandreoli – E. Galavotti, EDB, Bologna 2021.

[5] LB, p. 3.

[6] LB, p. 3.

[7] LB, p.11.

[8] LB, p. 5-6.

[9] LB, p. 6.

[10] Cf. G. Fofi, L’importanza dell’inchiesta sociale oggi, in Il Manifesto del 29 marzo 2025.

[11] N. Revelli, L’anello forte. Storia di vita contadina, Torino 1998, p.26.

[12] LB, p. 7.

[13] LB, p. 8.

[14] LB, p. 9.

[15] LB, p. 10.

[16] LB, p. 11.

[17] LB, p. 11.

[18] LB, p. 12.

[19] LB, p. 14.

[20] LB, p. 29.

[21] LB, p. 21.

[22] LB, p. 23.

[23] Cf. M. Carrel – S. Rosenberg, Recherche participative : l’apport des savoirs issus de l’expérience de la pauvreté, in A. Petiau, De la prise de parole à l’émancipation des usagers : Recherches participatives en intervention sociale, Presses de l’EHESP, Paris 2021, pp. 239-258.

[24] Cf. p. 23.

[25] Cf. S. Rosenberg – M. Carrel, Face à l’insécurité sociale, La Découverte, Paris 2002

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Un commento

  1. Paolo 8 gennaio 2026

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