Pasolini: Chiesa, impero, liturgia

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L’11 settembre 1974, ormai nell’imminenza dell’appuntamento giubilare, Paolo VI durante l’udienza generale tenuta a Castel Galdolfo, disse: “La Chiesa è tuttora una grande istituzione, mondiale, collaudata da venti secoli di storia, più travagliata che felice, ma feconda sempre di energia nuova, di popolo numeroso, di uomini insigni, di figli devoti, di risorse impreviste; ma, apriamo gli occhi, essa è ora, per certi riguardi, in gravi sofferenze, in radicali opposizioni, in corrosive contestazioni.

Non si sarebbe scavato forse un abisso, che sembra incolmabile, fra il pensiero moderno e la vecchia mentalità religiosa ed ecclesiale? Non si sarebbe assorbito nella cultura profana il tesoro di sapienza, di bontà, di socialità, il quale sembrava essere patrimonio caratteristico della religione cattolica, fino quasi a svuotarla e a privarla di tante sue ragioni d’essere, per travasare questo patrimonio nel costume laico e civile del nostro tempo?

V’è ancora bisogno che la Chiesa ci insegni ad amare i poveri, a riconoscere i diritti degli schiavi e degli uomini, a curare e ad assistere i sofferenti, a inventare gli alfabeti per popoli illetterati? Eccetera. Tutto questo, e pare assai meglio, lo fa il mondo profano da sé; la civiltà cammina con forze proprie. Eccetera. E allora non sono forse chiari i motivi dell’irreligiosità moderna, del laicismo geloso della propria emancipazione, dell’abbandono delle osservanze religiose da parte di popolazioni intere, del materialismo delle masse, insensibili ad ogni richiamo spirituale?”

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Tra i pochi a notare queste parole fu PierPaolo Pasolini, che il 22 settembre 1974 le pose al centro di un suo articolo pubblicato da Il Corriere della Sera su la Chiesa e Paolo VI: “[…] egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all’attualità. Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina.

Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all’intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l’abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all’interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei ‘poveri’, cioè il problema principe della Chiesa ecc ecc.

Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse. […] In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’opposizione.

E, per passare all’opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un ‘nuovo’ bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata.

Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio).

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi”.

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L’articolo di Pasolini, che al di là dei toni usati in questa circostanza non avrebbe nascosto una sua simpatia per Paolo VI, ebbe una fermissima risposta dall’Osservatore Romano. Lui stesso, rispondendo il 6 ottobre 1974 sempre da Il Corriere della Sera, riportò queste parole del quotidiano vaticano: “Non sappiamo donde il suddetto tragga tanta autorevolezza se non da qualche film di un enigmatico e riprovevole decadentismo, dall’abilità di uno scrivere corrosivo e da taluni atteggiamenti alquanto eccentrici”. Sul punto Pasolini eccepì soprattutto per l’idea che per scrivere occorra essere autorevoli, e non mossi dal bisogno di esprimersi. Ma due sono i punti culturalmente rilevanti.

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Il primo è questo: “Mi ha sempre stupito, anzi, per la verità, profondamente indignato, l’interpretazione clericale della frase di Cristo: ‘Dà a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio’: interpretazione in cui si era concentrata tutta l’ipocrisia e l’aberrazione che hanno caratterizzato la Chiesa controriformistica. Si è fatta passare cioè – per quanto ciò possa sembrare mostruoso – come moderata, cinica e realistica una frase di Cristo che era, evidentemente, radicale, estremistica, perfettamente religiosa.

Cristo infatti non poteva in alcun modo voler dire: ‘Accontenta questo e quello, non cercar grane politiche, concilia la praticità della vita sociale e l’assolutezza di quella religiosa, dà un colpo al cerchio e uno alla botte ecc.’. Al contrario Cristo – in assoluta coerenza con tutta la sua predicazione – non poteva che voler dire: ‘Distingui nettamente tra Cesare e Dio; non confonderli; non farli coesistere qualunquisticamente con la scusa di poter servire meglio Dio’; ‘non conciliarli’: ricorda bene che il mio ‘e’ è disgiuntivo, crea due universi non comunicanti, o, se mai, contrastanti: insomma, lo ripeto, ‘inconciliabili’.

Cristo ponendo questa dicotomia estremistica, spinge e invita all’opposizione perenne a Cesare, anche se magari non-violenta”. Ecco che il suo invito a passare all’opposizione si capisce meglio.

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Il vecchio tradimento, che si può attribuire alla cultura allora dominante, può essere visto anche oggi in quella che ora prevale. Ma c’è il secondo punto della sua replica di cui dar conto: “Fino a oggi la Chiesa è stata la Chiesa di un universo contadino, il quale ha tolto al cristianesimo il suo solo momento originale rispetto a tutte le altre religioni, cioè Cristo.

Nell’universo contadino Cristo è stato assimilato a uno dei mille adoni o delle mille proserpine esistenti: i quali ignoravano il tempo reale, cioè la storia. Il tempo degli dèi agricoli simili a Cristo era un tempo ‘sacro’ o ‘liturgico’ di cui valeva la ciclicità, l’eterno ritorno. Il tempo della loro nascita, della loro azione, della loro morte, della loro discesa agli inferi e della loro resurrezione, era un tempo paradigmatico, a cui periodicamente il tempo della vita, riattualizzandolo, si modellava.

Al contrario, Cristo ha accettato il tempo ‘unilineare’, cioè quella che noi chiamiamo storia. Egli ha rotto la struttura circolare delle vecchie religioni: e ha parlato di un fine, non di un ritorno”.

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Sono due raccomandazioni che dicono molto oggi come allora e nella seconda io vedo un tema di fondo che riguarda la discussione sulla liturgia che c’è stata in Vaticano.

Ha scritto VaticanNews al riguardo di un messaggio di Francesco proprio sulla liturgia dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato: “La liturgia deve sempre essere incarnata, inculturata poiché esprime la fede della Chiesa, tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale”.

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5 Commenti

  1. Adelmo li Cauzi 9 gennaio 2026
    • Angela 10 gennaio 2026
  2. Angela 9 gennaio 2026
  3. Pietro 9 gennaio 2026
    • Angela 9 gennaio 2026

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