
C’è una premessa da avanzare, innanzitutto, perché ne dipenderanno le valutazioni di tutto il discorso successivo. Dal cittadino critico sulle decisioni del legislatore e del governo, deputati e ministri non hanno il diritto di pretendere che egli, nel contempo, abbia elaborato e sia in grado di proporre una soluzione alternativa a quella da loro avanzata.
Al diritto di giudizio critico del cittadino non gli corrisponde il dovere di avere in mano una soluzione migliore del problema. In democrazia, infatti, i cittadini sono chiamati a eleggere loro rappresentanti, dotati di migliori e più adeguate competenze, deputati, appunto, a elaborare, proporre e attuare le soluzioni concrete corrispondenti agli orientamenti di fondo dei loro elettori.
A chi tocca trovare le soluzioni?
Sono i legislatori e i governanti che, assumendo il loro incarico, si addossano il dovere di cercare, trovare e attuare le soluzioni dei problemi connessi. Dico questo perché il governo non può pretendere dal cittadino, che giudica ingiusta la guerra, anche nel caso di una difesa armata di fronte a un’aggressione, che sia lui a elaborare e avanzare una soluzione diversa. Egli ha il diritto di dire no alla guerra e basta.
Certamente non è così per i parlamentari che intendono opporsi alla decisione del governo di reagire a un’aggressione manu armata. Essi hanno il dovere di proporre una soluzione alternativa. I parlamentari, infatti, si chiamano “deputati”, pour cause, in quanto vengono incaricati dai cittadini ad approntare quelle soluzioni concrete del problema, che corrispondano agli orientamenti di fondo dei loro elettori e che il cittadino comune non è in grado di elaborare.
Dico questo perché, nelle discussioni sulla liceità della difesa armata di fronte a un’aggressione, chi la nega viene sottoposto a una sfida da chi la sostiene: o si dichiari disposto alla resa o proponga una soluzione diversa concretamente attuabile.
“Il coraggio della bandiera bianca”
Papa Francesco aveva suscitato l’indignazione di molti ambienti, quando, in un’intervista alla televisione svizzera, aveva avuto l’audacia di difendere chi ha «il coraggio della bandiera bianca» innalzata per salvare la vita di molti, e aveva sostenuto la dignità di chi è pronto a deporre le armi per aprirsi al negoziato.
Solo a nominare la resa, si rischia di essere accusati di viltà e ricoperti di vergogna. Eppure, se la vittoria non si profila, se la parte avversa rifiuta il negoziato e se non si accetta che la guerra continui all’infinito, la sola soluzione attuabile è la resa. Del resto, il rifiuto della resa sempre e comunque significa guerra a oltranza.
Chi dice: «La resa, mai!» è lo stesso che dica: «La guerra all’infinito!». Cioè pura follia, divinizzazione di una propria presunta dignità da salvare a ogni costo, la patria diventata un idolo sul cui altare, insozzato di sangue, si rinnova la barbarie del sacrificio umano di massa, come nelle ecatombi antiche. E allora vi si immolavano animali, la cui uccisione oggi sarebbe deplorata quanto quella degli umani.
Chi intende assumere un impegno di promozione della pace, che comprenda il rifiuto anche della guerra di difesa, deve prepararsi ad essere messo al muro della contraddizione, come il profeta: « Il Signore Dio mi assiste, … per questo rendo la mia faccia dura come pietra» (Is 50,7). Chi, infatti, dice no alla guerra, anche alla guerra di difesa, non ha, fino ad oggi, soluzioni vere e proprie da proporre, che siano concretamente praticabili, alternative alla resa o alla difesa armata.
Questa sua sprovvedutezza, però, non inficia la ragione del suo no alla guerra, l’insuperabile sproporzione fra il bene (supposto che lo sia) della vittoria e il prezzo da pagare, la massa dei morti. A dire il vero, ci sarebbe sproporzione anche se la perdita fosse di una sola vita umana.
Sarebbe interessante analizzare gli scritti pubblicati, a partire dal suo inizio, sulla guerra in Ucraina e vedere l’impressionante coltre di silenzio che si è stesa e si continua a stendere sul numero dei morti. Si tace o si dice che è difficile addurre un numero preciso.
Ed è tristemente vero: i morti sono tali e tanti, quelli al fronte, quelli sotto i bombardamenti delle città, quelli fra i prigionieri maltrattati e uccisi, quelli fucilati perché renitenti o traditori, giudicati come spie, quelli per la fame e gli stenti nelle zone in cui il fronte sosta a lungo, per cui, alla fine, soprattutto se la guerra si protrae, sarà difficile o impossibile averne il conto esatto.
Già il fatto, però, che si possa giudicare la fattibilità di una certa impresa, dal numero dei morti che costerà, denuncia l’assurdità di tutto il discorso. Basterebbe la perdita della vita, inestimabile, di una sola persona umana, per rendere inaccettabile la guerra.
Sì, anche la guerra di difesa, perché le due grandezze in gioco, l’indipendenza della nazione e la libertà, da un lato, e la vita di una donna o di un uomo dall’altro, sono assolutamente incommensurabili.
Il dare e l’avere in un bilancio di guerra
Il fatto è che la guerra, una volta scoppiata, distrugge la razionalità e ogni verità. Tant’è vero che governi e parlamenti che decidono la guerra, decidono, al contempo, che dei morti non si dovrà parlare, se ne nasconderà il numero dei propri e se ne aumenterà subdolamente quello dei morti del nemico. Si conieranno le medaglie per i caduti, per trasformare la vergogna di aver fatto la guerra nell’esibizione del coraggio di coloro che l’hanno combattuta.
Nessun Amministratore Delegato, deputato a gestire gli affari di un popolo, mai firmerebbe il bilancio preventivo di una guerra. Dovrebbe, infatti, inscrivere nella colonna dell’avere i beni immateriali dell’indipendenza e della libertà della nazione, pur degni di altissima estimazione, ma inscrivendo nella colonna del dare, oltre alla distruzione di case e infrastrutture, la massa dei morti, le lacrime delle madri che avranno perduto i figli, e dei bambini che non vedranno ritornare il papà dalla guerra.
Lo sanno perfettamente, oltre ai signori della guerra, i governi, che si guardano bene dal pubblicare previsioni sui costi umani da affrontare e, anche a guerra finita, non rendono conto, o lo fanno in forma approssimativa, del numero dei cittadini che si prevede moriranno al fronte, sepolti sotto le macerie dei bombardamenti, uccisi dagli stenti e dalla fame, i fucilati per disfattismo o per vero o presunto tradimento, i prigionieri che non resistono in vita dopo anni di fatiche indicibili.
La grande maggioranza delle guerre, certamente, mai verrebbe dichiarata, se nei parlamenti convocati per decidere, venissero esibite le cifre del costo che comportano.
Perché continuare con la “inutile strage”?
In conclusione, niente di più vero della definizione data alla guerra dai papi, dall’inizio del Novecento in poi, da quella di «inutile strage» di Benedetto XV fino alle parole che il 20 luglio, nell’omelia della messa domenicale nella cattedrale di Albano, diceva papa Leone XIV, facendosi portavoce dell’opinione pubblica più ampia e condivisa: «Il mondo non sopporta più la guerra».
Riusciranno i popoli a imporre ai governanti l’eliminazione della guerra e la salvaguardia della pace? L’incertezza di una simile previsione, in ogni modo, non costituisce affatto un motivo per desistere dal dovere di sbugiardare la guerra di fronte a coloro che la sostengono, perché ci guadagnano, e disilludere gli ingenui che credono ai sedicenti valori che la guerra dovrebbe salvaguardare.
Diceva don Milani, nella sua Lettera ai giudici, difendendo il suo insegnamento sul dovere della disobbedienza, nel caso in cui la coscienza giudichi ingiusto l’ordine ricevuto: «Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione e d’ogni scuola insegneranno come me. Poi, forse, qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima».






Senza dubbio le critiche espresse alla posizione radicale di un no assoluto alla guerra, ad ogni guerra, hanno le loro ragioni degne di rispetto. La mia preoccupazione è che non conducano ad una specie di rassegnazione: alla fin fine, siccome aggressioni ci sono ed è prevedibile che ce ne saranno anche in futuro, la guerra va messa in conto come una necessità insuperabile nella storia.
E’ possibile sperare che ad un certo punto della storia la guerra venga ricordata come il retaggio di un’antica barbarie? Io non rinuncio, non posso rinunciare a questa speranza.
Avevo sei anni e ricordo la voce stentorea del Duce, amplificata dai tromboni del Palazzo del Fascio di Fiume, che annunciava trionfante l’entrata in guerra dell’Italia, le cui orrende schifezze dei cinque anni successivi mi hanno segnato l’anima, sì da non poter più immaginare che ancora un bambino possa dover subire la stessa esperienza.
Una cosa è discorrere di guerra senza averla provata, altra cosa è portarne i segni amari stampati nel fondo di una memoria che ti determina in tutta la tua personalità.
E’ corretto, razionale, moralmente lecito, intellettualmente onesto, cristianamente incarnato, sostenere soluzioni paradisiache (magari facendo anche la figura dell’anima bella) quando si vive nella storia? Non credo. Comunque dissento
Anch’io apprezzo don Severino, ma questa volta sono in totale disaccordo con lui. Innanzitutto, la premessa è illogica, in quanto la delega ai rappresentanti del popolo non comporta il fatto che essi possano risolvere tutto, ma che siano (almeno in linea teorica) i più competenti per affrontare i problemi, cercando soluzioni che quasi sempre rappresenteranno dei compromessi tra diverse e opposte esigenze.
Scendendo nel merito del problema, né la Scrittura né la Chiesa obbligano all’assoluta non violenza prospettata da don Severino, in particolare se tale violenza ha un carattere difensivo. La vita fisica umana è certamente un valore fondamentale, ma la tradizione cristiana ammette che ci sono beni superiori (altrimenti i martiri sarebbero degli illusi, nel migliore dei casi: se la loro vita terrena fosse il bene più importante, perché perderla per testimoniare Cristo?).
Anche la libertà, ad esempio, è un valore importante; infatti don Milani, che pensava che tutte le guerre combattute dall’Italia non avessero affatto il carattere di “guerra giusta”, tuttavia escludeva da queste la guerra di liberazione (Lettera ai cappellani militari). Tutto ciò con il massimo rispetto per chi sceglie l’obiezione di coscienza e la non violenza assoluta, ma non credo possa essere una scelta “imposta” dalla teologia.
Don Severino afferma poi che molte guerre non verrebbero mai combattute se il popolo conoscesse prima il loro costo: per controbattere, forse basta ricordare che il più famoso discorso di Churchill è quello in cui promette agli inglesi in guerra solo “lacrime e sangue” (“I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat”, discorso alla Camera dei Comuni del 13 Maggio 1940) e che, nonostante questo, tutte le fonti concordano sul fatto che il sostegno del popolo inglese a Churchill non mancò mai durante il conflitto. Ai giorni nostri, l’intervento militare russo in Ucraina sembra sostenuto da una percentuale alta dei russi, e questo secondo rilevazioni indipendenti (rif. Levada Center, https://www.levada.ru/en/); da notare che, secondo gli stessi sondaggi, la maggioranza dei russi è comunque favorevole ai colloqui di pace. La realtà è infatti complessa: l’umanità non è fatta solo di benessere materiale, anche gli ideali (buoni o cattivi che siano), così come le paure, le speranze e le utopie fanno parte del suo patrimonio, e a volte possono contare più di un supposto vantaggio economico.
A livello personale, io sono molto contento di stare in uno stato sufficientemente libero (sì, pur con tutti i limiti e le dipendenze che abbiamo) e non in uno staterello vassallo dell’imperatore d’Austria o in una colonia del Fuhrer della Germania, e ringrazio tutti quelli che hanno imbracciato le armi per evitare tutto questo.
Sull’uso della violenza, riporto inoltre un brano tratto proprio da SettimanaNews che riguarda P. Paolo Dall’Oglio:
“Ecco, poi, lo scambio diretto – sull’idea di autodifesa – con due giovani siriani che stavano andando a combattere chi voleva uccidere i loro cari, violentare le loro donne, torturare i loro figli. Questi dicevano «Abuna (padre) oggi partiamo per Homs, per combattere. Siamo venuti a domandare la tua benedizione e l’elemosina della tua parola». Paolo a Musa, uno dei due giovani, rispose: «Voi andate a combattere. Ma se un giorno smetterete di riconoscere la dignità umana del vostro nemico perderete la vostra, e per il Paese sarà finita».
Ai giovani combattenti disse ancora: «La riconciliazione nazionale comincia con il modo in cui guardi il tuo nemico nel mirino della tua arma prima di fare fuoco. Vedi qualcuno con cui vorresti condividere una vita comune? Oggi lo devi combattere, ma non è questo il tuo obiettivo finale!». Il più giovane dei due aggiunse: «Sì, bisogna astenersi dal compiere atti mostruosi, inumani, evitare di diventare delle belve». (https://www.settimananews.it/profili/dall-oglio-autodifesa-nonviolenza/).
Ecco, è lo stesso imperativo del profeta Amos: in guerra evitare di divenire belve, misconoscendo l’umanità del nemico. Può sembrare un piccolo traguardo rispetto a quello, incommensurabilmente più grande, di evitare in assoluto la guerra (che, certo, va evitata per quanto spetta a noi, e ben vengano tutti i mezzi per evitarla), ma è un traguardo umanamente raggiungibile, anche se difficile.
Aggiungo una considerazione più generale: l’affermazione del rifiuto assoluto anche all’autodifesa non rende a mio avviso la teologia più profetica, ma più inutile. E’ un vizio mortale della teologia morale cattolica, ma forse non solo di essa, quello di confondere la profezia (per essere più precisi, l’idea romantica di profezia) con la paura di confrontarsi con il male, la precarietà, l’incertezza e il chiaroscuro della vita. Forse così la teologia pensa di salvarsi l’anima, ma ottiene solo di condannarsi (meritatamente) all’irrilevanza, divenendo il sale che non ha più sapore e che viene calpestato dagli uomini.
Chi si scotta con la minestra soffia anche sull’insalata, dice il proverbio. E’ lunghissima la storia della minestra che scotta fra la russia e Ucraina . Sarebbe bello pensare che con la “bandiera bianca” finisca tutto. Nel caso della russia, no! Magari in altri contesti, con altre nazioni, si, ma con la russia, ripeto, no. Perciò l’Ucraina, e non Zelenski come presidente, non alzerà mai la bandiera bianca. La strage non è inutile perchè se non ci fosse stata la resistenza la russia non si fermava e non volglio immaginare cosa sarebbe successo sotto la occupazione russa e Bucha e altre città liberate ne sono la prova.
Apprezzo sempre molto don Severino. E credo che i conflitti, soprattutto armati, vadano semplicemente messi fuorilegge. La Chiesa dovrebbe dirlo con estrema chiarezza. Però faccio notare due aspetti, uno di metodo e l’altro di merito. Metodo: unire le forze positive su Settimananews; ogni ragionamento/commento su alcuni temi di fondo, come questo, andrebbero condivisi prima di venire pubblicati o coordinati, anche con la Redazione e/o con chi se ne è occupato in precedenza. E vengo al merito. Non basta affermare, occorre far vedere come sia possibile una posizione diversa su temi così importanti. Ad esempio qui la teologia dovrebbe lavorare con le scienze umane e con l’economia, mostrando in che modo la pace sia più conveniente e redditizia della guerra. Riprendo qualche frase già scritta giorni fa, sugli economisti, perché non è utopia far vedere in concreto in che modo un’economia di pace fa prosperare tutte le componenti di un Paese. Kenneth Arrow (Premio Nobel per l’Economia 1972) ha dimostrato che l’incertezza riduce gli investimenti e l’innovazione; la pace è una condizione istituzionale che abbassa l’incertezza sistemica; senza stabilità politica, i mercati funzionano male o per niente. Douglass North (Premio Nobel per l’Economia 1993), ha dimostrato che le società crescono quando i diritti di proprietà sono stabili e le regole sono prevedibili, mentre la guerra distrugge esattamente questi due aspetti. Paul Collier (Università di Oxford) ha studiato i paesi colpiti da conflitti, evidenziando come una guerra civile possa ridurre il Prodotto interno lordo tra il 10 e il 20%, mentre i paesi che restano in pace attirano investimenti. Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’Economia 2001) ha calcolato i costi reali delle guerre moderne in termini di debito, sanità, veterani, opportunità perse, stimando che le guerre Usa post-2001 costano trilioni di dollari. Da notare che trilione non è un termine dei fumetti, bensì è uguale a 10¹², cioè un 1 seguito da 12 zeri (in dollari). John Maynard Keynes – proprio lui! – capì dopo la Prima Guerra Mondiale che una pace autentica produce crescita mentre una pace fragile è la base di un prossimo conflitto. Amartya Sen (premio Nobel per l’Economia 1998) ha ridefinito lo sviluppo come: salute, istruzione, libertà reali; tutti aspetti incompatibili con la guerra. Il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung ha studiato gli effetti del commercio come modo di prevenire i conflitti e il ruolo politico positivo dell’integrazione economica (la UE insegna). Sono solo alcuni esempi, ma una strada c’è ed è tracciata! Coordiniamo dunque le forze e gli sforzi positivi!