Via la Caritas da Gaza?

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Gaza

Gaza (foto LaPresse).

Danilo Feliciangeli è incaricato del coordinamento dei progetti di Caritas Italiana in Medio Oriente, gli abbiamo chiesto di chiarire la questione dei permessi alle organizzazioni umanitarie che operano nella Striscia di Gaza e nei territori occupati da Israele.

– Caro Danilo, come nasce il caso dei permessi che lo Stato di Israele sembra intenzionato a negare a diverse organizzazioni umanitarie che operano a Gaza, tra cui Caritas?

La questione nasce circa un anno fa con un disegno di legge israeliano che prevedeva la richiesta di nuova registrazione dei soggetti autorizzati a operare nella Striscia di Gaza e in tutti i territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.

Per ottenere la registrazione sarebbe stata, dunque, richiesta tutta una serie di informazioni riguardanti i sostegni finanziari di ciascuna organizzazione e, soprattutto, di informazioni riguardanti il personale impiegato – con chiaro interesse per il personale dipendente palestinese – e i loro familiari: cioè, quei dati che, in Italia e in Europa, consideriamo “dati sensibili” (indirizzi privati, componenti i nuclei, storie di vita ecc.) protetti da precise leggi nei Paesi di appartenenza della maggior parte delle ONG.

Il disegno di legge aveva, evidentemente, messo in allarme tutte le organizzazioni, per evidenti timori e ragioni di sicurezza. Solo ricordo qui che gli operatori umanitari – insieme a quelli sanitari e ai giornalisti – hanno già pagato un alto tributo di sangue nella guerra nella Striscia di Gaza: più di 500 persone sono morte, tra cui due nostri colleghi dipendenti di Caritas Gerusalemme.

Nel marzo scorso, è avvenuta la sua conversione in legge ed è iniziata la sua applicazione, per cui, per tutte le organizzazioni – per poter continuare a operare – è scattato l’obbligo della fornitura dei dati.

Molte ONG – non per negligenza – hanno tuttavia ritenuto, supportate dai propri legali, di non poter consegnare dati riservati personali.

A fine dicembre, è stato reso noto da Israele un elenco di 37 organizzazioni – tra cui Caritas Gerusalemme – che non hanno fornito i dati richiesti, o che li hanno forniti in maniera incompleta: è ciò che ha fatto scoppiare il caso.

– La revoca dei permessi è già, di per sé, attiva?

Non ancora, perché alle organizzazioni in elenco sono stati concessi 60 giorni per fornire o integrare i dati richiesti, ovvero presentare ricorso alle autorità israeliane.

Il fatto importante – per cui oggi ne stiamo parlando – è che è partita un’azione di sensibilizzazione dei vari Stati e dell’opinione pubblica internazionale per evitare l’effettivo ritiro dei permessi e la sospensione delle attività, perché significherebbe una ulteriore catastrofe umanitaria, più di quanto già non sia in atto.

– Può Israele permettersi una tale posizione secondo il diritto internazionale?

Il diritto internazionale obbliga lo Stato occupante territori a prestare e a facilitare l’assistenza umanitaria necessaria alle popolazioni locali. E “territori occupati” sono sicuramente, oltre a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.

Di Gaza, in particolare, sappiamo come sia sottoposta ad occupazione totale dal 2006: vi entra e vi esce solo chi è autorizzato da Israele, cosa di cui sono diretto testimone, già ben prima del 7 ottobre 2023. Purtroppo, questo provvedimento di legge invece ostacolerà molto l’assistenza umanitaria alla popolazione.

Tuttora – dopo l’accordo di tregua del 10 ottobre scorso – il controllo dei militari di Israele permane sull’intera Striscia, anche al di là della “linea gialla”. Filtrano verso Gaza solo persone e merci minuziosamente controllate da Israele.

Non vi è dubbio che, secondo il diritto internazionale, ci si trovi nella fattispecie dell’“occupazione”, con gli obblighi che dovrebbero conseguire. Purtroppo sappiamo quale sia lo stato di salute del diritto internazionale che, da almeno due anni a questa parte, è letteralmente calpestato.

***

– Dicevi della specificità di Caritas: per quale ragione si differenzia da altre organizzazioni?

Perché a operare nelle Striscia e nei territori occupati è Caritas Gerusalemme che è un organismo locale – non una ONG internazionale –; organismo, peraltro, ben conosciuto da Israele in quanto lavora da 50 anni in Terra Santa, per effetto di una specifica intesa tra lo Stato d’Israele e la Chiesa cattolica (Patriarcato latino di Gerusalemme), nel quadro di un più ampio accordo con la Santa Sede.

Da ciò la convinzione che Caritas non sarebbe stata interessata dai provvedimenti di legge di Israele. Mentre – e la cosa è assurda – nell’elenco citato, oltre a Caritas Gerusalemme, è finita pure Caritas Internationalis che non ha mai neppure operato a Gaza.

Siamo ancora certi che lo statuto giuridico particolare di Caritas dovrà, infine, essere riconosciuto dalle autorità israeliane: la posizione è stata chiaramente esplicitata dal comunicato stampa (qui) in cui il Patriarcato esprime la determinazione di continuare ad operare secondo la missione e il mandato umanitario di Caritas Gerusalemme, sostenuta dalla rete mondiale Caritas, quindi dalla Chiesa universale, dagli Stati che lo vorranno e dall’opinione pubblica mondiale.

In ogni caso, anche dovesse accadere il peggio, Caritas cercherà di raggiungere e di portare aiuto a Gaza e nei territori occupati attraverso altre congiunzioni della nostra rete: ad esempio, attraverso CRS (“Catholic Relief Services”), la Caritas degli Stati Uniti – già operante in Gaza da prima del 7 ottobre –, che ad oggi non risulta compresa nell’elenco delle 37 organizzazioni su cui pende la sospensione dei permessi.

– Attualmente, come sta operando Caritas nella Striscia di Gaza?

Caritas è concentrata soprattutto sull’assistenza sanitaria e psicologica della popolazione traumatizzata, fisicamente e intimamente: abbiamo, perciò, dislocato 10 unità mediche lungo la Striscia. Gli aiuti economici avvengono, come in precedenza, con contributi da carte di credito ricaricabili per l’acquisto diretto nei mercati nelle strade: i prodotti ora si trovano con maggiore facilità, anche se i prezzi sono altissimi.

***

– Come transitano gli aiuti verso la popolazione di Gaza, dopo il cessate il fuoco?

Le difficoltà sono ancora gravissime. Va meglio, ma non molto: prima non entrava a Gaza praticamente nulla, ora poco, rispetto alle necessità.

Prima della guerra, entrava nella Striscia una media di 600 camion di derrate al giorno, mentre attualmente – a bisogni enormemente aumentati – entra una media di 150 camion al giorno in totale. Considerata la carestia e i danni alle infrastrutture, di camion in ingresso ne servirebbero, chiaramente, molti più di 600. Teniamo conto che i camion non trasportano solo alimentari ma anche molto altro materiale che necessita urgentemente, tipo tende e container per dare riparo alla gente in questo inverno che si sta manifestando particolarmente freddo e piovoso.

Caritas, non essendo prioritariamente impegnata nella distribuzione di generi, dai camion attende soprattutto il materiale per le cliniche: materiale che viene, in primo luogo, dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (ONU). Per altre merci – ad esempio, latte per i bambini, pannolini, assorbenti ecc. – ci affidiamo ai fornitori locali, riescono a lavorare.

– Qual è la situazione nelle parrocchie – cattolica e ortodossa – di Gaza City?

Nel compound delle parrocchie il numero di famiglie ospitate è più o meno lo stesso. Solo 3 famiglie, dopo la tregua, hanno potuto tornare nelle loro case; per tutte le altre la casa non c’è più. Il numero complessivo delle persone nelle parrocchie si aggira sulle 400.

Da là ci raccontano una “guerra dopo la guerra”: i bombardamenti, anche se di molto diminuiti, non sono mai cessati completamente e le loro notti sono ancora turbate da brutti rumori: probabilmente sono le esplosioni con cui l’esercito israeliano procede alla demolizione degli edifici ritenuti da abbattere; Israele sta demolendo totalmente la parte della Striscia, all’interno della “linea gialla”. Ricordo che le parrocchie si trovano proprio in prossimità della “linea gialla”.

Nel compound “Sacra Famiglia” è attivo uno dei nostri centri di assistenza medica e psicologica. L’attenzione per gli ospiti è quindi un’attenzione particolare: l’indispensabile non è mai mancato e non manca, ma la vita è comunque molto dura là.

– Come puoi descrivere la situazione complessiva di Gaza?

Ci sono centinaia di migliaia di persone denutrite: tutto il “Governatorato del nord” – che vuol dire 1.600.000 persone – non ha accesso sufficiente alla alimentazione, per non dire di tutto il resto, cioè dell’assistenza sanitaria, della scuola, dei servizi fondamentali (corrente elettrica, acqua, fognature).

***

– Se a marzo le 37 organizzazioni, o buona parte delle stesse, fosse estromessa, cosa potrebbe accadere?

Verrebbe meno una serie di servizi essenziali e di prima necessità. Per molte vite umane accadrebbe l’irreparabile in un territorio in cui il 30% dei servizi dedicati alla cura sono gestiti da organizzazioni umanitarie.

L’assistenza alimentare cesserebbe nei centri specialistici per minori denutriti – 15 in tutta la Striscia – oggi gestiti al 100% da ONG. Così pure subirebbero un durissimo colpo anche le azioni di assistenza abitativa – tende e container – e di assistenza igienica essenziale (water sanitation hygiene) in posti dove manca, appunto, l’acqua potabile e la corrente elettrica.

Vanno considerate, inoltre, le azioni di sminamento di ordigni inesplosi, che, nel 40% dei casi, sono svolte da organizzazioni umanitarie.

Non ho altre parole per prefigurare una catastrofe umanitaria nella catastrofe. Ma confidiamo che non possa accadere, con la preghiera, la solidarietà e il senso di umanità di tante persone nel mondo.

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