
Il sentiero di cresta su cui Alex si è mosso (e l’immagine gli si addice, uomo di montagna e di confine) è stato spinto fin quasi all’estremo […]. Di questo gli siamo grati, perché è anche a partire dalle riflessioni sulla sua scelta finale che si può ancora ricominciare, nella coscienza delle difficoltà e dei limiti delle nostre possibili scelte, della precarietà e fragilità della nostra condizione di uomini, dell’immane peso della storia ma anche della necessità di reagire e di dare un senso alla brutalità o al torpore della nostra vita con scelte degne, nobili, responsabili e chiare oggi più che mai.[1]
Mattarella, durante la sua visita in Slovenia del settembre 2025, ha affermato:
«Quando ero ragazzo ho letto uno dei primi libri di storia, sullo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sul luglio 1914, che forse nessuno voleva far scoppiare, ma l’imprudenza dei comportamenti − come spesso è avvenuto nella storia − provoca poi conseguenze non scientemente volute, ma ugualmente provocate dai comportamenti che si mettono in campo. Per questo è di gravissima responsabilità quel che avviene».
In diversi non sono − legittimamente − d’accordo con alcune sue affermazioni in merito al riarmo e alla difesa europea[2], ma la considerazione sulla vigilia del primo conflitto mondiale evoca efficacemente la situazione in cui ci troviamo in Europa e in molte parti del mondo: con alcune violentissime guerre in corso e altre in dolorosa gestazione.
Il dibattito è acceso e polarizzato, ma sembra segnato da un progressivo scoraggiamento rispetto alle soluzioni politiche, diplomatiche e pacifiche. Anzi, in alcuni ambienti politici e sociali di grande importanza decisionale − si pensi a quanto avviene a Bruxelles − l’evocazione di prospettive non belliche viene irriso o etichettato come irrealista, ingenuo, come un passaggio al nemico.
Anche le notizie degli ultimi giorni in cui il diritto internazionale sembra smantellato pezzo a pezzo[3] danno un ulteriore senso di precarietà, dell’affermarsi di politiche di sola potenza, di irresponsabilità da parte di chi governa, di sconsideratezza su cosa significa la guerra[4]. Insomma, ci sembra di camminare sul filo di un baratro, su un bordo pericoloso. Una situazione che appare, davvero, similare alla situazione precedente la prima guerra mondiale che è stata l’inizio di un immane bagno di sangue[5].
Ragionare e agire
In tale quadro può essere utile − per ragionare e per agire − provare di rileggere la testimonianza complessiva di Alexander Langer[6]. Qui proponiamo un breve testo dell’aprile 1993 in merito alla guerra balcanica[7].
L’articolo vuole rispondere all’accusa di un pacifismo debole, inesistente, inefficace. In risposta Langer afferma:
«I pacifisti […] sono più presenti che mai nel conflitto jugoslavo. Con meno tifo e meno bandiere, meno slogan e meno manifestazioni, ma con un’infinita quantità di visite, scambi, aiuti, gemellaggi, carovane di pace […]. Un pacifismo (finalmente!) meno gridato ma assai più solido e più concreto. Il che vuol dire anche più complicato, perché la vita è complicata, e la pace non si ottiene per vie semplicistiche: né con il sostegno unilaterale alle parti ritenute ‘buone’ o ‘vittime’, e neanche con l’idea che un massiccio intervento armato esterno potrebbe davvero pacificare la regione. Un conflitto che è anche (non solo) una guerra etnica ha un potere di coinvolgimento e di estensione enorme, non è la stessa situazione che si può verificare in un paese occupato […]. E quindi si tratta di un conflitto nel quale occorre conciliazione, non incitamento, mediazione piuttosto che sostegno armato».
Certo, si tratta di una prospettiva difficile ed esigente che ha il merito di interrogarsi sul tipo di conflitto di cui si sta parlando − non tutti i conflitti sono uguali per forma, struttura e dimensioni − e di individuare e riconoscere le azioni di pace davvero adatte a quel contesto e ambiente complesso.
In maniera speculare aggiunge:
«Ma altrettanto semplicistica mi appare la posizione opposta [al massiccio intervento armato], quella che chiamerei di ‘pacifismo dogmatico’. Mi sono molto meravigliato come alcune delle persone che sono andate a Sarajevo[8] con i ‘beati costruttori di pace’, nel dicembre scorso, siano tornate da quella esperienza estrema e singolare, di grandissimo significato umano, con lo stesso discorso aprioristico che facevano prima, e con lo stesso atteggiamento solo declamatorio sul valore universale della pace e dei diritti umani.
A differenza delle testimonianze assai veraci e problematiche di alcuni partecipanti (come quelle dei vescovi don Tonino Bello e mons. Bettazzi), altri reduci da Sarajevo non apparivano intaccati più di tanto dal fatto che i bosniaci assediati chiedono disperatamente un aiuto contro gli aggressori assedianti (ed armi per difendersi da sé se l’aiuto esterno non viene). Una sanguinosa epurazione etnica a suon di massacri, stupri, deportazioni e devastazioni va avanti a tappeto, la popolazione di per sé largamente interetnica viene costretta a schierarsi con una parte contro l’altra, un baratro profondo rischia di riaprirsi tra est e ovest, tra cristiani e musulmani, tra europei da difendere ed europei che possono essere macellati tranquillamente. Tutto questo non può trovare come unica risposta l’invocazione astratta della non-violenza».
E continua:
«Chi si rifugia in una posizione solo di principio non dovrebbe poi avere da ridire sull’invito del Papa alle donne violentate di partorire bambini concepiti a seguito degli stupri: in entrambi i casi si tratta di una proclamazione unilaterale, che proviene dai guardiani del dogma, ma non tiene conto degli interessati. Preferisco il pacifismo concreto, con dei partner concreti. Credo che serva di più delle opzioni semplicistiche, buone per accontentare i tifosi, ma sterili rispetto alla realtà».
Il diritto di non avere paura
Di fronte alle tragedie e alle viltà del proprio tempo Langer si chiede «che fare?».
Da antico frequentatore di Barbiana[9] egli combina un concreto ripudio della guerra e delle sue logiche (palesi e nascoste) con l’interrogazione sul come pensare, sentire[10] e agire per modificare concretamente − quindi anche politicamente e giuridicamente − la situazione in chiave pacifica, per garantire alle persone − tutte − il diritto a non aver paura. Da tale ricerca nascono molteplici iniziative «di pacifismo concreto», tra cui possiamo qui ricordare quella dei gruppi misti[11] o la proposta di legge sula creazione di un corpo civile di pace dell’ONU e dell’Unione Europea del 1995[12].
Domande gigantesche ci stanno davanti: come affrontare il male che distrugge e violenta? Come confrontarlo quando si mostra scatenato e cieco? Come poter difendere le nostre vite e quelle dei nostri cari? Come provare a difendere l’esistenza di quanti vengono triturati dalla guerra e dalla violenza? Come concretamente essere costruttori di pace (perché ci pare l’unica via[13] percorribile davvero)?
Come impostare le nostre scelte personali e politiche per il presente e il futuro[14]? Per provare a rispondere, mi pare sia necessario tentare di rileggere Langer e la sua lunga e dolorosa esperienza, riflessione, testimonianza[15].
[1] G. Fofi, Introduzione, in A. Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo 2019, 14-15.
[2] Sul tema si veda S. Dianich, «Mattarella e Leone XIV sul riarmo», in SettimanaNews 24 dicembre 2025 e M. Neri, «Dianich: la pace, il presidente», il papa, in SettimanaNews 27 dicembre 2025.
[3] Cf. L. Ferrajoli, «Tutti i crimini del sovrano del mondo», ne Il Manifesto 6 gennaio 2026.
[4] Cf. S. Dianich, «La guerra: se si facesse un bilancio preventivo», in SettimanaNews del 12 gennaio 2026.
[5] Cf. V. Gigante − L. Kocci – S. Tanzarella, La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale, Dissensi, Lucca 2018.
[6] Cf. A. Langer, Il viaggiatore leggero, cit.
[7] A. Langer, «Pacifismo tifoso, Pacifismo dogmatico, Pacifismo concreto», in AAM Terra Nuova 6 aprile 1993 ora in Lo sguardo di Alex sulla pace. Rileggere Alexander Langer da Sarajevo a Kyiv, Editore indipendente 2024, 23-25.
[8] Sul tema molto interessante R. Cristiano, «Noi, Flottilla, la marcia a Sarajevo del ’92», in SettimanaNews 30 settembre 2025.
[9] Si veda il recente, ben fatto e utilissimo L. Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici – Lettera ai cappellani militari. Edizione critica a cura di S. Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025.
[10] Sul sentire la tragedia immane della guerra e la ricerca della pace si può leggere l’eccezionale raccolta T. Nhat Hanh, Chiamami con i miei veri nomi. Le poesie, traduzione di C.L. Candiani, Ubiliber, Roma 2021.
[11] «Pacifismo tifoso, pacifismo concreto», in Lo sguardo di Alex sulla pace. Rileggere Alexander Langer da Sarajevo a Kyiv, Editore indipendente 2024, 25-29.
[12] Si veda l’interessante testo − e meritevole di un’analisi dettagliata − della proposta di Alexander Langer-Ernst Gülcher.
[13] Sul tema utile Pax Christi International, La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli, a cura di F. Mandreoli e M. Zanardi, Zikkaron, Bologna 2022 e l’intervento M. Valpiana, «No alla guerra, no alla resa. La via della nonviolenza attiva», in Aggiornamenti sociali, maggio 2022, 319-324.
[14] Cf. un’intervista a Daniele Menozzi, in C. Cefaloni (a cura), «Senza una scelta di massa nonviolenta, prevale la logica delle armi», in Città Nuova del 27 dicembre 2025.
[15] G. Fofi, «Alex Langer, esempio necessario di impegno», ne Il Manifesto 2 giugno 2024.





