Siria-Curdi: accordo di massima

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I curdi cedono alle pressioni americane. Questa l’opinione più diffusa in Medio Oriente. Dopo la decisione del presidente siriano al-Sharaa di riconoscere i diritti  dei curdi, cittadini alla pari degli altri nel suo Paese, del riconoscimento della loro lingua come seconda lingua nazionale e della loro festa quali seconda lingua nazionale e festa nazionale (cf. SettimanaNews, qui), il capo della milizia dei curdi, SDF, che avevano una sorta di autogoverno sul nord-ovest siriano, ha annunciato il loro ritiro dal nord-ovest del paese, dopo violentissimi scontri che divampavano dal 6 gennaio  tra i suoi e gli uomini di al-Sharaa e che avevano causato tantissimi profughi curdi. Ma per fare l’accordo questo non bastava.

Dopo l’offensiva militare siriana, in particolare ad Aleppo, il presidente siriano aveva dichiarato  che i curdi meritano pieni diritti ma i loro armati, le SDF, si comportano malissimo, sono inaffidabili, “ricevono ordini dall’estero (cioè dal PKK).

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E domenica mattina, mentre dai curdi era in visita ufficiale l’inviato della Casa Bianca, l’esercito di Damasco e le milizie che lo sostengono hanno rapidamente preso il controllo del principale giacimento petrolifero nazionale ubicato nel nord-ovest governato da curdi, della diga, e poi delle grandi città, Deir az-Zoor e Raqqa, a maggioranza araba, non curda.

Da sabato era presente tra i curdi l’inviato della casa Bianca. Nel pomeriggio di domenica è stato annunciato un accordo tra il capo militare dei curdi, Abdi, e il presidente siriano. Ma il leader curdo era collegato telefonicamente, non avrebbe potuto raggiungere Damasco per le avverse condizioni atmosferiche.

L’accordo prevede un immediato cessate il fuoco, il passaggio di Raqqa e Deir ez Zoor, sin qui sotto amministrazione curda, sotto il controllo del governo siriano, come anche per il grande giacimento petrolifero, l’ingresso dei miliziani curdi nell’esercito nazionale siriano, il passaggio alla Stato siriano del controllo dei campi di detenzione degli ex militanti dell’Isis, con il personale di sicurezza impegnatovi (attualmente sono curdi).

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Molti in Siria scrivono che “questa è la fine del sogno dei curdi di riuscire a mantenere un’area di autonomia o autogoverno nella Siria post-Assad”. Forse non era facile, la vicinanza del nuovo potere politico di Damasco alla Turchia li metteva in brutte acque.

Forse le parole di Abdullah Ocalan, che avvertiva che i combattimenti mettevano a rischio anche il dialogo tra curdi e turchi in Turchia e occorreva tornare al dialogo, dicevano di più di quanto traspare.  Poco prima infatti la sorprendente pubblica richiesta di un capo militare curdo di un intervento militare americano contro l’esercito siriano aveva avuto molta eco sui media locali, ma non ha avuto risposta, segno che Washington, presente con i suoi mezzi in Siria, non lo riteneva necessario.

Difficile non concludere che i curdi abbiano dovuto accettare le pressioni americane. Non è un caso che l’inviato della Casa Bianca ha subito applaudito l’intesa, dicendo che è stata firmata da due grandi leader siriani, sottolineando che “ gli Stati Uniti plaudono all’intesa dei nostri due alleati nella lotta contro l’Isis” sebbene “i dettagli dell’intesa adesso vadano definiti”, e “questo lavoro comincia solo adesso”.

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In realtà il governo siriano e i curdi avevano trovato un’intesa di massima già il 10 marzo, Raqqa e Deir ez-Zoor erano ancora sotto il controllo curdo, e i dettagli dovevano essere definiti entro dicembre. A quel tempo al-Sharaa aveva bisogno dell’accordo, per le conseguenze del recentissimo massacro di alawiti, nel quale militari suoi, o miliziani alleati, sono stati coinvolti.

Washington nei tempi successivi aveva avvertito i curdi, almeno questo si evinceva, che dovevano cedere qualcosa. Poi il grande sviluppo, la visita di al-Sharaa a Washington con l’adesione della Siria alla coalizione internazionale contro l’Isis e la rimozione delle sanzioni da parte americana, hanno ulteriormente modificato il quadro. I curdi non avevano più l’esclusiva di gestori in loco della lotta contro l’Isis.

Resta da capire perché al-Sharaa si sia impegnato già il 10 marzo a riconoscere i diritti civili dei curdi, non abbia rispettato la parola, varando poco dopo una costituzione provvisoria che non li contempla e introducendoli solo ora, per altro per decreto. Difficile dire quando sarà modificata la costituzione, e come.

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La prima domanda che molti si pongono è se il cessate il fuoco sia realmente in vigore, o se siano vere le voci che riferiscono che domenica sera l’esercito siriano e i suoi alleati ancora avanzavano.

Le conseguenze di questa giornata domenicale per la Siria sono molte. Trova certamente maggiore stabilità e autorevolezza anche regionale il presidente al-Sharaa, ma la sua presa di posizione a favore dei diritti individuali di una minoranza etnica, i curdi, il riconoscimento che la Siria ha una complessa e diversificata identità, dovrebbe comportare la formazione di un governo provvisorio più pluralista, cioè inclusivo di forze o personalità diverse da quelle che oggi costituiscono una sorta di “monocolore”. Ma questo sembra un discorso lontano dalle prevalenti sensibilità.

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