La pace nella tensione del tempo

di:

villa

Tra il 24 dicembre e il 3 gennaio si è sviluppato, quasi in sordina, un confronto intenso sulla pace: quattro contributi ripresi insieme sul blog finesettimana.org del 10 gennaio e su Il Messaggero del 27 dicembre 2025. Non un dibattito astratto, ma un dialogo che ha coinvolto più voci del mondo cattolico, in un arco di dieci giorni segnato dalla memoria dell’Incarnazione e dall’annuncio della pace.

In quello stesso periodo papa Leone XIV è intervenuto più volte: il suo pronunciamento maggiore cade esattamente nel mezzo di quelle date – tre interventi prima del 1° gennaio e due dopo – quasi a sottolineare la centralità del suo Messaggio per la Giornata della Pace.

La domanda che attraversa tutti questi interventi è semplice e radicale: che cosa possiamo realisticamente sperare, oggi, quando parliamo di pace?

La percezione della pace non è più quella che avevamo nei decenni finali del secondo millennio: allora sembrava uno stato naturale, quasi uno “star bene” dato per scontato. Oggi quella quiete si è incrinata nelle coscienze.

Riprendere il pensiero sulla pace richiede un fremito, una scossa: la disponibilità a vivere evangelicamente questo tempo, senza rassegnazione e senza illusioni.

Gli interventi

Alla vigilia di Natale, Severino Dianich mette a confronto le due voci del presidente Mattarella, che richiama la necessità di una strategia di sicurezza, e di papa Leone XIV, che parla della pace come di luce già presente nel mondo (qui).

Dianich non oppone persone, ma logiche: una nasce dalla storia, l’altra dalla fede. E chiede ai cristiani di non rassegnarsi all’idea che la guerra sia inevitabile.

Tre giorni dopo, Marcello Neri, su SettimanaNews, accoglie la provocazione, ma la precisa. La pace è dono, sì, ma va custodita con istituzioni fragili, con responsabilità politica, con la difesa dell’innocente. La fede non elimina il compito storico: la pace non si custodisce senza strutture che la sostengano (qui).

Nello stesso giorno, Luca Diotallevi pubblica un testo sul Messaggero che diventa decisivo. La sua tesi è limpida: la pace storica è sempre fragile, parziale, provvisoria. È l’unica pace possibile prima dell’Ultimo Giorno.

Ma l’“Ultimo Giorno” non è solo il punto finale della storia. È anche il kairos: la pressione del futuro sul presente, la tensione che ci impedisce di assolutizzare la storia e ci spinge a cercare la pace possibile, anche quando è fragile, parziale e provvisoria. L’escatologia non è evasione: è ciò che rende possibile la responsabilità.

Nel Messaggio per la Giornata della Pace, papa Leone XIV non entra nel dibattito, ma lo attraversa. Parla della pace come di luce che abita il mondo, della bontà che disarma, della memoria del Novecento, del pericolo di una cultura della minaccia. E soprattutto afferma: «La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”». È un testo che non chiude la discussione: la eleva, riportandola alla sorgente escatologica che la anima.

Il giorno dopo, Guido Formigoni rifiuta gli assoluti. La pace non è solo dono, né solo strategia. Richiede mediazione, limiti, diplomazia, gradualità. Richiede di evitare sia l’ingenuità sia il cinismo. È la voce della mediazione storica necessaria.

Un’ultima voce è quella di Franco Monaco, il quale manifesta il timore che la radicalità evangelica venga annacquata. La pace cristiana dovrebbe restare profetica, non ridotta a equilibrio politico. Il “mai più la guerra” non può essere svuotato. È la voce della profezia.

Che dire?

Queste voci non si annullano. Si illuminano a vicenda. Dianich ricorda il dono, Neri la responsabilità, Formigoni la mediazione, Monaco la profezia, Mattarella il compito civile e il papa la luce dell’eterno.

Nel provare a raccoglierle insieme, non si tratta di sovrapporre una sintesi personale, ma di lasciar emergere ciò che queste voci già suggeriscono, ciascuna con il proprio timbro. In questo senso, il mio intento non è aggiungere un’interpretazione dall’alto, ma ascoltare la loro convergenza.

E Diotallevi sviluppa una categoria che consente di tenere insieme quello che appare un paradosso tra la radicalità evangelica della pace e la necessità storica della sua mediazione. Da un lato, la pace come dono che precede la storia e la giudica; dall’altro, la pace come compito fragile, affidato a istituzioni imperfette, a responsabilità politiche, a limiti e compromessi. L’“Ultimo Giorno” diventa così la chiave che permette di non assolutizzare né la profezia né la prudenza: il futuro di Dio spinge a non rassegnarsi alla guerra, ma nello stesso tempo impedisce di pretendere una pace totale nella storia. È il kairos che tiene insieme ciò che altrimenti si strapperebbe.

Non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di riconoscere che ciascuno, a suo modo, indica un tratto necessario del cammino. Il mio tentativo è solo quello di rendere visibile la trama che già li unisce.

Oggi il contesto è profondamente diverso dagli anni finali del secondo millennio: le cose cambiano rapidamente, le opinioni si spostano, le certezze si assottigliano. Viviamo in un tempo di ripensamenti continui, in cui nulla resta fermo abbastanza a lungo da offrire appigli stabili.

In questa instabilità, la dialettica tra l’Ultimo Giorno e la tensione del presente dovrebbe sostenere le coscienze cristiane: da un lato, la promessa che viene incontro, dall’altro, la necessità di stare dentro la storia con interventi mirati e responsabili.

È terribilmente difficile, oggi, dare una soluzione definitiva alla pace. Proprio per questo abbiamo bisogno di una pace che non pretenda di essere totale, ma che sappia orientare il cammino nel tempo che ci è dato.

Conclusione: sperare nell’unica pace possibile

Tra il “basta” gridato al male e il “per sempre” sussurrato alla pace, si apre lo spazio della nostra responsabilità.

Non la pace dei dittatori, che nasce dal silenzio imposto. Non la pace ingenua, che ignora il male. Non la pace armata, che si nutre di paura. Ma una pace piccola, fragile come ogni bene umano, parziale, come ogni giustizia storica, provvisoria, come ogni istituzione, e tuttavia reale, perché custodita dal diritto e illuminata dall’eterno.

Questa pace non elimina la morte. La attraversa. Perché la pace cristiana non è solo un compito storico: è anche un modo di morire, un modo di consegnarsi, un modo di lasciarsi prendere per mano.

La guerra può togliere la vita, ma non può togliere la pace a chi si lascia abbracciare dal Padre. La pace è la forma cristiana del vivere e la forma cristiana del morire. È la sola pace che possiamo costruire. È la sola pace che possiamo difendere. È la sola pace che possiamo sperare.

In attesa dell’Ultimo Giorno – che non è solo la fine, ma il tempo che ci viene incontro.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto