
Esercitazione di truppe americane in Groenlandia.
L’arcivescovo dei militari degli Stati Uniti, Timothy P. Broglio, il 18 gennaio, in un’intervista alla BBC, riferendosi a possibili azioni militari statunitensi contro la Groenlandia, ha detto che i militari statunitensi potrebbero trovarsi «in situazioni in cui venga ordinato loro di fare qualcosa che è moralmente discutibile» (cf. qui). In tali casi – egli ha sostenuto –, pur riconoscendo quanto sia difficile per un soldato disobbedire a un ordine diretto, che, «per quanto riguarda la propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine».
Il riferimento alla gravità delle difficoltà da affrontare sta lì a giustificare che egli abbia preferito limitarsi a dichiarare la liceità morale dell’obiezione di coscienza, piuttosto che sostenere l’obbligo morale di avanzare l’obiezione di coscienza.
In ogni modo, che il vescovo Ordinario militare di una grande nazione dichiari a priori ingiusta la guerra, che il suo presidente minaccia di intraprendere contro un paese pacifico, libero e democraticamente governato, sembra segnare, nel giudizio della coscienza cattolica sulla guerra, un punto di non ritorno. E questo negli Stati uniti che hanno sempre tenuto un atteggiamento disinvolto nei confronti degli armamenti.
Non mancano motivi di perplessità sull’impostazione del discorso del vescovo Broglio: «La Groenlandia è un territorio della Danimarca, un alleato. Non sembra davvero ragionevole che gli Stati Uniti attacchino e occupino una nazione amica». Perché – è inevitabile chiedergli – se non fosse una nazione amica, sarebbe stato lecito progettare di aggredirla? Sempre guerra di aggressione sarebbe e, come tale, assolutamente ingiustificabile.
Ciò non toglie che l’evento sia dirompente. Broglio è l’arcivescovo di quasi due milioni di cattolici implicati, in un modo o nell’altro, nell’organizzazione delle forze armate degli Stati Uniti, dai militari ai loro familiari, agli studenti delle accademie militari, ai pazienti degli ospedali militari, al personale governativo statunitense in servizio all’estero.
Il suo intento è risvegliare la coscienza dei suoi fedeli, affinché non sia il MAGA, nell’attuale situazione politica, ma il Vangelo, a determinare il discernimento. Che la difesa della legittimità dell’obiezione di coscienza venga avanzata dall’interno dell’ambiente militare, invece che dal di fuori, come sempre avviene, rappresenta un salto di qualità nel discorso sulla guerra e sui doveri dei cittadini in caso di guerra.
Per il National Catholic Reporter la presa di posizione dell’arcivescovo Broglio dev’essere considerata come una tappa nello sviluppo della dottrina della Chiesa sulla guerra e sulla pace: dal piano della valutazione etica si passa alla provocazione profetica.
È il superamento dell’impostazione tradizionale della questione della guerra giusta, in quanto, al di là di un generale discernimento politico, ci si appella al giudizio personale della coscienza e lo si ritiene imperativo del comportamento da assumere. Quanto l’appello all’imperativo della coscienza rispetto a quello dell’obbedienza, nel quadro dell’ordinamento militare che ha nell’obbedienza il suo pilastro portante, sia dirompente, non c’è chi non lo veda.
Ricordando gli anni in cui su questi temi era vivace il dibattito nella società e nella Chiesa, vien da dire: «Don Milani ha raggiunto finalmente anche l’America».
Nella sua Lettera ai giudici, quando il diritto all’obiezione di coscienza non era ancora stato riconosciuto in Italia, nel difendersi dall’accusa di apologia di reato, poiché aveva difeso gli obiettori di coscienza, egli diceva: «Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto».
Insegnava, senza tentennamenti, il dovere dell’osservanza della legge civile, ma non di meno il dovere di ogni uomo di esercitare il discernimento morale su tutto ciò che gli viene comandato e di agire di conseguenza.
«La scuola è diversa dall’aula del tribunale – scriveva ancora ai giudici –. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi». Nulla di meglio si potrebbe dire della Chiesa: «La Chiesa siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi».
È così che la Chiesa recupera il vero senso della sua missione sul piano politico, quello dell’esercizio critico. Johannes Baptist Metz, lungo il trentennio della sua più importante produzione teologica, dagli anni Sessanta ai Novanta del secolo scorso, a proposito del compito della Chiesa di proporre di fronte al mondo e ai suoi potentati la memoria di Cristo, parlava di «memoria sovversiva».
La memoria di Cristo obbliga a porsi dalla parte degli sconfitti della storia e, di fronte agli infiniti tentativi di giustificare la guerra, non può che stare dalla parte delle vittime, e in loro nome elevare alto il diniego imponente della coscienza.





