
Nel 2026 sono programmati alcuni importanti eventi a memoria delle 200.000 vittime della “guerra cristera”, la persecuzione contro i cristiani messicani e la loro ribellione armata. Nel 2031 si celebreranno i 500 anni dell’evento di Guadalupe, l’apparizione della Madonna a Juan Diego. Ne parlano i vescovi in un messaggio approvato in assemblea (121 vescovi) il 13 novembre 2025 col titolo Chiesa in Messico: memoria e profezia. Pellegrini di speranza nel centenario dei nostri martiri.
Dopo il riconoscimento del magistero di Leone, il testo sviluppa in particolare quattro punti: la memoria della “guerra cristera”, l’atteso giubileo di Guadalupe, una severa denuncia dell’attuale situazione del paese e la difesa della famiglia.
Persecuzione laicista e ribellione armata
Nei primi decenni del ’900 il Messico conobbe una dura persecuzione. I vescovi, eccetto pochi, vennero arrestati o espulsi dal paese, la quasi totalità dei preti conobbe la prigione, le suore furono cacciate dai conventi, le scuole cattoliche chiuse e le proprietà ecclesiastiche confiscate (quasi tutte). Un liberalismo aggressivo, una laicità ideologica, influenzata da modelli europei e da correnti statunitensi miravano a limitare l’influenza della Chiesa cattolica.
Lo specchio di questa visione fu la Costituzione del 1917 che chiedeva, di fatto, l’emarginazione radicale del fenomeno religioso, l’irrilevanza civile della Chiesa, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici fino al tentativo abortito di una Chiesa autonoma.
Nel 1926 furono approvate tre leggi di cui una, passata alla storia con il nome del suo proponente, Plutarco Elias Calles (ley Calles), proibiva l’istruzione religiosa, i simboli cristiani, le processioni. Limitava drasticamente i servizi liturgici e toglieva il riconoscimento giuridico alla Chiesa.
I vescovi chiesero ai fedeli il boicottaggio della legge, il rifiuto dei prodotti di aziende statuali e la solidarietà alle vittime della repressione.
Davanti alla violenza della repressione, nacque uno spontaneo movimento di resistenza armata che si proclamò “guardia nazionale” al grido di “viva Cristo Re” e arrivò a contare fino a 20.000 uomini armati. Le vittime della repressione furono 200.000.
Un primo accordo fra stato e Santa Sede venne firmato nel 1929, ma lo strascico degli scontri si prolungò per molti anni. La fine della persecuzione viene datata con la presidenza A.A. Camacho (1940-1046), ma il ritorno al riconoscimento pieno dei diritti ecclesiali avviene solo con la riforma giuridica del 1992.
Sì a Cristo, no al tiranno
Così i vescovi ricordano quei decenni: «Quando lo stato totalitario ha cercato di imporre il suo dominio assoluto sulle coscienze, i nostri martiri compresero con chiarezza la centralità di Gesù Cristo: morire gridando “viva Cristo Re” significava affermare che nessun potere umano può rivendicare la sovranità piena sulla persona e sulla coscienza. Significava dire con la vita quello che proclamavano con le labbra: Cristo è re, non lo stato oppressore; Cristo è re, non il dittatore di turno che si avvolge della sua superbia. Oggi vogliamo onorare la memoria degli oltre 200.000 martiri che hanno dato la vita per la difesa della propria fede: bambini, giovani, anziani, contadini, operai, professionisti, sacerdoti, religiosi e laici. Nell’eroico Messico i cristeros hanno dato la vita per una causa sacra, per la libertà di credere e di vivere la propria fede. Hanno scritto una pagina luminosa nella storia della Chiesa universale e della nostra patria. Il centenario del 1926 non è mera commemorazione nostalgica. Dev’essere un esame di coscienza e un impegno rinnovato. I nostri martiri chiedono oggi: siamo noi disposti a difendere la nostra fede con la stessa radicalità? Abbiamo smarrito il senso del sacro? Ci siamo adattati a una cultura che vuole relegare la fede alla sfera privata?».
Guadalupe: scuola di riconciliazione
Nel 2031 ricorrerà il 5° centenario dell’evento mariano guadalupiano: una data importante per il cattolicesimo messicano e per l’intero continente. È stata avviata una novena intercontinentale a cui sono state invitate tutte le conferenze episcopali mondiali all’insegna della riconciliazione. Allora riguardante la tensione tra mondo indigeno e la fede cattolica e ora come imperativo per superare gli scontri sociali e politici.
«Maria si manifestò come ponte fra culture e razze, come madre che accoglie tutti i suoi figli senza distinzioni. Guadalupe ci insegna che l’unità non si costruisce annullando le differenze, ma riconoscendo in ogni volto l’immagine di Dio […] Guadalupe ha stimolato i sentimenti di libertà del nostro popolo. Oggi deve essere anche un segno di forza per liberarci dalla violenza, dalla povertà e dall’ingiustizia».
Ci dicono che…
I vescovi denunciano con sorprendente chiarezza gli attuali conflitti e contraddizioni.
«Ci dicono che la violenza è diminuita, ma molte famiglie che hanno perso i propri cari o intere popolazioni che vivono nella paura costante dicono una realtà diversa.
Ci dicono che si combatte la corruzione, ma di fronte a casi gravi e scandalosi non si percepisce la volontà di fare chiarezza, per cui prevale l’impunità.
Ci dicono che l’economia va bene, ma molte famiglie che non riescono ad arrivare a sera e molti giovani che non trovano opportunità di lavoro ci fanno capire che questo non è vero.
Ci dicono che le libertà sono rispettate, ma chi esprime opinioni critiche viene squalificato e additato dalle più alte cariche del potere. Ci dicono che siamo il paese più democratico del mondo, ma in realtà abbiamo visto come sono stati compromessi organismi e istituzioni che garantivano l’autentica partecipazione dei cittadini per concentrare il potere in modo arbitrario.
Viviamo tempi difficili. La violenza è diventata quotidiana. Il cancro della criminalità organizzata di cui soffriamo da anni ha esteso i suoi tentacoli in molti angoli del paese. Nessuno dei leader che governano questo paese è riuscito a sradicare questo male. In molte regioni la nostra nazione continua ad essere sotto il dominio dei violenti. Non dobbiamo aver paura di parlare di ciò che tutti conosciamo, anche se alcuni preferiscono tacere. Omicidi e sparizioni continuano. Il sangue innocente continua ad essere versato nelle nostre strade, nei nostri paesi e città. Intere famiglie sono sfollate a causa del terrore della criminalità organizzata. Viviamo l’insicurezza quotidiana, quando percorriamo le strade e le autostrade. Le estorsioni sono divenute sistema per i piccoli e medi imprenditori, per gli agricoltori e i trasportatori, persino per le famiglie umili. Tutti costretti a pagare il pizzo ai criminali sotto minaccia di morte. Lo stato, che in molti luoghi ha ceduto il controllo del territorio a gruppi criminali, non riesce a riprendere forza. Sacerdoti, religiosi, operatori pastorali che cercano di cambiare la situazione sono stati minacciati e uccisi davanti ai cittadini impotenti. Abbiamo dovuto piangere la morte di diversi confratelli sacerdoti che hanno dato la vita a servizio delle loro comunità».
Migrazioni e famiglia
Oltre alla corruzione, alla violenza e all’insicurezza del vivere civile i vescovi denunciano come insufficiente la politica delle migrazioni. «Le migrazioni forzate continuano. Migliaia di messicani sono costretti ad abbandonare le loro terre non solo per cercare migliori opportunità ma anche per sfuggire alla violenza. E coloro che emigrano incontrano nuove forme di violenza lungo il cammino. Attraversano il nostro territorio migliaia di fratelli centro-americani e di altri continenti, vittime di estorsioni, rapimenti, tratta e morte. E in ciascuno di queste realtà la Chiesa è presente con case di accoglienza per i migranti, rifugi, difesa dei diritti e accompagnamento pastorale. Il volto del migrante è il volto del Cristo crocifisso oggi».
Molto intenso anche il passaggio sulla famiglia che non trova adeguata protezione. «Quello che stiamo vivendo è una sistematica destrutturazione che genera inevitabilmente destrutturazione sociale. I dati sono allarmanti, non possiamo ignorarli: famiglie disgregate, violenza intrafamiliare e negli ambienti scolastici, dipendenze che distruggono la vita dei giovani».
Un quadro di appartenenze slabbrate e fragili induce i vescovi a denunciare come pericolosa la deriva contro la famiglia tradizionale. «Le attuali politiche pubbliche in materia di istruzione vengono attuate senza un dialogo autentico con i genitori e gli altri attori del mondo dell’istruzione. Si promuove in modo sottile e a volte esplicito una visione antropologica estranea alla dignità integrale della persona umana. Nelle scuole viene introdotta un’ideologia che relativizza la complementarietà uomo-donna, che diluisce l’identità sessuale, che presenta come progresso ciò che, in realtà, è una decostruzione della natura umana».
I vescovi concludono: «Sorelle e fratelli messicani, di fronte a molte delle dolorose realtà che abbiamo menzionato, noi vescovi non abbiamo la soluzione; ma siamo disposti a cercarla nel dialogo con tutti coloro che amano veramente il Messico, al di là del partito politico in cui militano, dell’ideologia che li ispira o del credo religioso che professano».





