
Pubblichiamo di seguito la Lectio Magistralis dell’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, Cardinale Protettore e Gran Cancelliere della Pontificia Accademia Ecclesiastica, dal titolo Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide, per il Convegno tenutosi in occasione del 325° Anniversario della Fondazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica, presso la Sala Ducale del Palazzo Apostolico (17 gennaio 2026)
Lectio Magistralis del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, Cardinale Protettore e Gran Cancelliere della Pontificia Accademia Ecclesiastica, 17 gennaio 2026: «Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide».
Signori Cardinali, Eccellentissimi Membri del Corpo Diplomatico.
Eccellenze, Illustri Ospiti, Signore e Signori.
(1) Non senza trepidazione ringrazio tutti Voi che, nelle differenti responsabilità e funzioni, vi siete voluti unire a questo momento celebrativo di un anniversario, i 325 anni dalla fondazione della Pontificia Accademica Ecclesiastica. Al Segretario di Stato il compito di accogliervi in una veste nuova rispetto a precedenti occasioni, non solo come Protettore, ma come Gran Cancelliere dell’Accademia, titolo assunto dopo la riforma dal Santo Padre Francesco di venerata memoria, con il Chirografo Il ministero petrino del 15 aprile 2025. Una responsabilità ulteriore per un’Istituzione che nel suo cammino plurisecolare, pur nelle più diverse e inaspettate vicende della storia, ha saputo custodire fedelmente la funzione di preparare giovani sacerdoti chiamati ad esercitare il loro ministero nel servizio diplomatico della Santa Sede.
Sono grato all’Ecc.mo Presidente, Mons. Salvatore Pennacchio, per aver fatto risuonare ad inizio dei nostri lavori l’espressione “giubileo”, quella stessa che ci ha accompagnato nell’anno appena trascorso e che abbiamo legato ad una speranza che non delude. Una speranza posta a illuminare anche questa benemerita Istituzione che, come parte integrante della Segreteria di Stato, risponde ad un’esigenza concreta della Sede Apostolica. L’attività diplomatica mostra la sollecitudine verso le chiese particolari del Successore di Pietro quale «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli» (Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 23). Da questa stessa missione spirituale discende il diritto nativo del Romano Pontefice di farsi rappresentare presso le Autorità degli Stati e le Istituzioni intergovernative in modo che la Chiesa posa offrire «l’ausilio prezioso delle sue energie spirituali e della sua organizzazione, per il raggiungimento del bene comune della società» (Paolo VI, Sollicitudo omnium ecclesiarum, Preambolo).
Siamo qui nel giorno in cui la liturgia fa memoria del Protettore della nostra Istituzione, Sant’Antonio Abate, il cui insegnamento rimane essenziale per quanti sono parte della famiglia dell’Accademia: a chi gli chiedeva «Che cosa devo fare per piacere a Dio?», Antonio rispose: «Ovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti ai tuoi occhi e qualunque cosa tu faccia, appoggiati sempre sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi posto abiti, non andartene presto» (Vita e detti dei Padri del deserto, PJ, I, 1). Il nostro Protettore ci ricorda che è Dio a condurre la storia e le vicende della famiglia umana; che la Buona Novella è fonte di ispirazione dell’agire e dei pensieri nel nostro quotidiano servizio; che l’obiettivo della pace e della giustizia, a cui la diplomazia pontificia ispira la sua azione, ci domanda amore per tutte le genti, qualunque ne sia la storia, la cultura, la realtà religiosa, gli usi e la collocazione geografica.
Quella del Grande Abate è un’esortazione dal significato profondo, ancor più valida nel momento che stiamo vivendo, che domanda un percorso di conversione anche per coloro che agiscono sulla scena internazionale e, a diverso titolo e ragione, si confrontano con le ansie di giustizia e i desideri di pace della famiglia umana. Nonostante i segni della guerra, le violazioni della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di smarrimento siano ormai prevalenti, dalle diverse regioni del pianeta continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. E questo non può lasciare indifferente specialmente chi opera nel contesto delle relazioni internazionali, ma richiede di instaurare un nuovo stile, capace di dare risposte alle tante difficoltà nella certezza che in ogni angolo della terra c’è attesa del bene, nonostante ogni possibile incertezza del domani.
Mi permetto di dire che pur se il nostro servizio segue percorsi diversi – sono qui presenti il mondo della diplomazia, la realtà ecclesiale, l’ambito accademico e altre dimensioni del vivere sociale – l’incontro odierno ci unisce nel riflettere su come la pace e la giustizia possano tornare ad essere i pilastri dell’ordine fra le Nazioni e non limitarsi a semplici aspirazioni o a vuote rivendicazioni.
Nel contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali, non è difficile, purtroppo, riconoscere che la convivenza di persone e popoli abbia perso di vista le modalità per realizzare le aspirazioni più profonde della famiglia umana, ad iniziare dalla stabilità, dalla pace, dallo sviluppo economico e sociale. E questo, a diverso modo, tocca il mondo intero e non solo le aree dei conflitti. Basti pensare alle decisioni politiche che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza che ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario internazionale trovando la radice in comportamenti che per la loro gravità ed effetti vanno oltre le tragedie della guerra.
Nella fase che viviamo, l’ordine internazionale non è più quello che ottanta anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’ONU, del Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto internazionale. Di questo dobbiamo prendere atto, e non solo come spettatori, magari con qualche nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare come protagonisti.
Il momento che i rapporti internazionali stanno attraversando chiama tutti ad una concreta presa di coscienza per formulare proposte, favorire la ricerca e concorrere ad elaborare strategie per rendere credibili discorsi, programmi e attività. Nelle diverse funzioni e nei compiti che ci sono affidati, la sfida è saper offrire non un semplice apporto, pur competente, ma una visione del futuro fatta di riflessioni, di idee e possibilità concrete. Oggi, per chi opera nelle istituzioni, di fronte alle vicende anche drammatiche che toccano l’ordine internazionale non è facile spiegare perché alla giustizia subentra la forza e alla pace si sostituisce la guerra. E la difficoltà aumenta sapendo che le conseguenze sono la fragilità degli assetti mondiali, l’accrescersi delle tensioni anche in situazioni che sembravano riconciliate, l’aumentano delle diverse tipologie di crimini internazionali, l’ampliamento del divario tra i livelli di sviluppo di popoli e Paesi.
Paradossalmente la stessa dimensione della sicurezza, ormai invocata per ogni azione che va dalla prevenzione al riarmo, necessita di un approccio non più limitato alla sola questione militare e del terrorismo, ma aperto a garantire la sicurezza alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica. E questo senza dimenticare la sicurezza in materia religiosa che va assicurata di fronte alla violenza esercitata verso chi crede con l’utilizzo delle armi, della discriminazione, dell’isolamento; o con la strumentalizzazione della fede, la privatizzazione della pratica religiosa e finanche l’indifferenza verso ogni dimensione trascendente.
A questi elementi – già sufficientemente allarmanti per la diplomazia, la Chiesa, la dimensione accademica e sociale – si affianca la costatazione che sono messi in discussione principi come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra. Di fatto si assiste alla relativizzazione di tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale per ambiti come il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale, gli scambi e i transiti commerciali.
È in questa inquietudine che deve farsi strada ancora di più la volontà di dare risposte e cioè la necessità di ricercare ed elaborare soluzioni che abbandonino l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole pur di raggiungere obiettivi che negano la giustizia. È il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna, che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca. Se di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la Scuola di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava la visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino – da Agostino d’Ippona in poi era uno degli ambiti su cui la Chiesa rifletteva – così oggi appaiono necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e le barriere che, prima di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo.
La pace, come ebbe a dire Paolo VI davanti all’Assemblea Generale dell’ONU «non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace» (Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965). E in questo mi rivolgo anzitutto alla Pontificia Accademia Ecclesiastica che nel rinnovato percorso affidatole deve coniugare la crescita dei suoi alunni nel ministero sacerdotale con un’aggiornata formazione e ricerca nelle scienze diplomatiche, proiettata sul domani delle esigenze che la Santa Sede avrà nella sua azione internazionale.
(2) L’immagine che abbiamo di fronte è fatta di appelli che invitano alla collaborazione, al negoziato e alla trattativa, ma facilmente si confondono con atti di imperio e di esclusione che giungono fino all’eliminazione dell’altro. Questo significa che nell’analizzare i rapporti internazionali l’analisi non riguarda solo la loro legittimità, ma richiede la capacità di identificare le strade per superare ostacoli in modo preciso e concreto, anche quando sembra prevalere un senso di impotenza che sovente tradotto come ingiustizia. Su questa direttrice opera la Santa Sede con la sua diplomazia, intravedendo in ogni livello di attività e di responsabilità la possibilità di cercare modalità e strumenti per garantire un ordine internazionale secondo giustizia e nel quale principio e fine della convivenza è la pace. E lo fa secondo i principi, gli usi e il rispetto delle regole della diplomazia, mantenendo lo stile che le è proprio. Come riporta il Pastor nella sua celebre Storia dei papi, Fabio Chigi – futuro Papa Alessandro VII – mentre era Nunzio Apostolico a Colonia e partecipava al negoziato di Münster che portò alla Pace di Westphaliadel 1648, amava descrivere l’opera del diplomatico con l’espressione: «molto fare, poco dire» (L. von Pastor, Storia dei Papi, vol. XIV/1, Roma 1961, 321). Oggi il richiamo dei mezzi di comunicazione sembra aver adombrato questo atteggiamento.
Un cammino quanto mai arduo e faticoso, ma che proprio nei momenti di particolare difficoltà impegna tutti a costruire una visione del domani, sorretti da un’autentica speranza e dalla capacità di coinvolgimento personale. Sono questi i cardini che ispirano e conducono la riflessione del magistero della Chiesa in età contemporanea di fronte a conflitti e distruzioni. Penso a Benedetto XV che al tramonto del primo conflitto mondiale nell’enciclica Pacem Dei munus (1920) avanzò l’idea della pace come dono di Dio che andava però edificata secondo giustizia e attraverso l’apporto di ogni essere umano; a Pio XII che nel Radiomessaggio del Natale 1944, ancora durante il secondo conflitto mondiale, delineò nella giustizia un presupposto per costruire un pacifico ordine internazionale; a San Giovanni XXIII che nella Pacem in terris (1963) di fronte al baratro a cui conduceva il possibile uso dell’arma atomica, non esitò a ricordare quanto la pace necessiti della giustizia; a San Paolo VI che nella Populorum Progressio (1967) fa dello sviluppo il nuovo nome della pace; a San Giovanni Paolo II che nella Sollicitudo rei socialis (1987) reclama un grado superiore di ordinamento internazionale; a Benedetto XVI che nella Caritas in Veritate (2009) indica che la costruzione della pace esige l’azione della diplomazia; a Francesco che in Fratelli tutti (2020) propone un’architettura della pace che gli artigiani della pace debbono realizzare.
Pace e giustizia sono ripresi nel loro significato più profondo poiché, come ci ha ricordato Papa Leone XIV sin dall’inizio del Suo ministero, affondano le loro radici nel mistero cristiano. Sono cioè un dono che si collega all’azione umana, la ispira e conduce alla «via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle Istituzioni sovranazionali» (Leone XIV, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026).
(3) Trovandomi in un contesto di riflessione accademica, mi permetto di condividere alcune riflessioni, a partire da due interrogativi: in un mondo sempre più dominato dal primato del conflitto, come la diplomazia può coniugare le odierne tragedie con le esigenze di un futuro di pace per popoli e Paesi? E quindi, come il diplomatico può operare rispetto a quanto sta avvenendo?
Sinteticamente si potrebbe rispondere invitando a non limitarsi a leggere la realtà. Da essa, infatti, ricaviamo solo che l’emergenza è diventata la modalità di operare e il ricorso al conflitto è l’unico metodo utilizzato. Si deve invece purtroppo cogliere la mancanza di una progettualità nell’elaborare scelte politiche, regole giuridiche o programmi economici per ricostruire un ordine internazionale adeguato alle esigenze reali, pensato e finalizzato a costituire le «fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il progresso in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 84).
Questa definizione dell’ordine internazionale non è il richiamo a una convivenza ordinata o all’assenza di conflittualità, ma è piuttosto l’esigenza di stabilità nella Comunità degli Stati, sapendo che la stabilità è per sua natura mutabile e si manifesta spesso in modo imprevedibile. La diplomazia, allora, non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità, quella statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere dei singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 26).
Possiamo operare per concorrere a questo processo se abbiamo coscienza che la pace rimane frutto della giustizia e non solo una conseguenza del buon agire (cfr. Agostino, Esposizione al Salmo 71). Un invito che per chi ha responsabilità è anche dovere. Soprattutto di fronte all’esigenza di uscire da una crisi profonda che disconosce i valori sui quali si è gradualmente edificata la Comunità delle Nazioni e, di conseguenza, anche le norme che ne regolano la struttura, gli equilibri societari, la sovranità degli Stati e la loro indipendenza politica, istituzionale ed economica.
Operando nelle dinamiche e nelle Istituzioni internazionali, al responsabile compimento del nostro servizio fatto di competenza, dedizione, professionalità e trasparenza, dobbiamo saper affiancare la capacità di concorrere a liberare la diplomazia dalle forme ormai superate o da sentimenti nazionalistici e di protezione di interessi particolari. Come avvenuto in altri momenti della storia delle relazioni internazionali, senza ricorrere a toni declaratori – «molto fare, poco dire» – si tratta di privilegiare il confronto con ciò che emerge o è determinato in questa fase nelle società contemporanee. Diventa cioè necessario operare rispetto a quanto accade, non rifugiarsi in scenari fantasiosi, riconoscendo che nell’edificare la pace «l’adeguazione della realtà sociale alle esigenze obiettive della giustizia è problema che non ammette mai una soluzione definitiva» (Pacem in terris, 81). Torna in mente il metodo delineato da Papa Francesco secondo cui: «Più che come esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ogni pericolo o deviazione, è bene che possano vederci come gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza» (Francesco, Evangelii gaudium, 168).
Di fronte alla violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e delle regole base del vivere comune nella società degli Stati, della conflittualità proposta quale unico metodo per governare le relazioni internazionali, va superato quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte ad un uso della forza che distrugge le aspirazioni di popoli, rende più gravi le disparità e pianifica equilibri ingiusti. E questo nonostante il diritto internazionale, in particolare quello prodotto e codificato a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, abbia costituito un sistema normativo ispirato da principi etici e morali che congiuntamente a valori di ordine religioso hanno concorso al suo fondamento, al suo sviluppo e ad aprire prospettive.
Quanti operano nelle relazioni internazionali debbono confrontarsi con questi principi e valori, e non vederli come limiti alla loro volontà e alle loro ambizioni. La coscienza e la ragione non potranno ancora tollerare le violazioni di sovranità nelle forme più diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il cambiamento della composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi necessari per lo svolgimento di attività economica o la limitazione delle libertà. La diplomazia della Santa Sede ha vissuto la storia ed è stata testimone di momenti che insegnano come l’apparire di fattori incontrollati e incontrollabili determina facilmente l’irrilevanza della forza. Questo è ancor più valido oggi di fronte ad una rapida connessione degli avvenimenti, alla loro immediata conoscenza e al conseguente facile ricorso a soluzioni immediate o a reazioni emotive. L’esatto opposto del discernimento e della ponderazione che dell’azione diplomatica sono caratteristiche essenziali.
(4) Nell’uso della forza che si sostituisce alle regole, nelle forme di intesa basate solo sul vantaggio e l’interesse di pochi, nella mancata capacità di affrontare le questioni comuni mediante soluzioni che coinvolgono tutti, ritroviamo la profonda crisi subita dal sistema multilaterale dei rapporti internazionali. Un’analisi più approfondita, però, evidenzia che non si tratta solo della volontà degli Stati di ridurre ad un ruolo marginale le Istituzioni internazionali, ma piuttosto dell’affermarsi di un multipolarismo ispirato dal primato della potenza e regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza, dalla determinazione di preservare confini statali e ultra statali pensando che siano impermeabili. Eppure già Immanuel Kant, nel 1795, nel suo Per la pace perpetua indicava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti» (I. Kant, Scritti politici, Torino, 2010, 305).
Fattore caratterizzante del multipolarismo è il ricorso al conflitto – militare, economico, ideologico – che spesso non si limita al solo uso delle armi, ma sorregge orientamenti politici, sistemi di alleanze, diversa allocazione di risorse all’interno degli Stati. Questo fatto è ancora più preoccupante, poiché tocca non solo l’obiettivo che lo Stato o gli Stati intendono perseguire con l’azione militare, ma direttamente anche l’intero andamento dei rapporti internazionali. Infatti, si tratta di posizioni assunte non solo da Paesi parte di conflitti, ma anche da quelli che sostengono la necessità di sicurezza come via per prepararsi alla guerra o per avviare campagne di riarmo in forma preventiva.
Sembra ormai dimenticato che il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza, e con essa gli spazi di sovranità e la vita di relazione di coloro che vivono sul loro territorio, non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale. Quella legalità che, nonostante i tanti limiti, aveva dato stabilità al sistema multilaterale, sostituendo lo iustum potentiae equilibrium presente nella vita internazionale con il divieto dell’uso e della minaccia della forza – guerra e deterrenza, dunque. Questo, come indicava Giovanni XXIII, per consentire che «al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» (Pacem in terris, 61).
Dal multipolarismo, oggi come nel corso della storia, si ricava che attraverso la corsa al riarmo è possibile realizzare solo una pace armata o instaurare un atteggiamento di reciproca sfiducia tra gli Stati. La deterrenza delle armi, l’ampliarsi dell’industria e della ricerca bellica sono la strada per l’isolamento e la chiusura, come pure la base per scelte di ordine politico, militare ed economico giustificate per anticipare o fronteggiare ipotetici attacchi. Chi opera nel contesto della diplomazia conosce bene come ciò che distingue la prevenzione dall’arbitrio può essere facilmente ignorato se si disattendono le norme giuridiche e i principi etici e morali che le ispirano e ne garantiscono la legittimità.
Tutto questo trova immediata conferma se volgiamo lo sguardo ai sanguinosi conflitti che diversi popoli stanno vivendo e che ci vedono spesso inermi spettatori. Anzi diventano sempre di più coloro che sono quasi disinteressati, anche perché incapaci di distinguere la veridicità di dati e informazioni, oppure perché preferiscono assumere le posizioni di una parte, così inserendo anche nel loro piccolo o grande mondo quotidiano la pratica della contrapposizione che è propria della guerra. In altri casi, poi, il disinteresse lascia trasparire quell’atteggiamento che emerge di fronte alla richiesta di assumere, ciascuno, la propria responsabilità e riecheggia le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Infine, non sono pochi quanti sostengono che nella vita della Comunità internazionale le guerre, i conflitti di diverso tipo, non sono mai mancati.
Sono posizioni e atteggiamenti che è difficile sostenere di fronte alla drammaticità delle situazioni e all’orientamento che fa dell’uso della forza l’unico strumento per risolvere contrapposizioni, contrasti, visioni differenti che possono verificarsi nei rapporti tra Stati. Si è generata cioè la convinzione che la pace può nascere solo dopo che il nemico è stato effettivamente annientato. E nemico può diventare un popolo, una Nazione, un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte di turno, dimenticando che la categoria del nemico non è una casualità, ma è creata dal gioco della potenza o dalla volontà di manifestarla verso qualcuno.
(5) Non è difficile cogliere come il tempo che stiamo vivendo domanda delle scelte che interpellano non solo la diplomazia, ma coinvolgono altre dimensioni della vita internazionale. L’idea di poter ricostruire un ordine internazionale che possa preservare dal timore e dallo scoraggiamento, lascia altresì aperta la ricerca dei modi per contribuire a dare un contributo fattivo. E questo iniziando dall’interpretare le azioni che toccano i fondamenti della pace e il significato della giustizia. Un compito che non può restare solo un desiderio, ma deve piuttosto stimolarci ad uscire da realtà limitate, anche professionali, in cui siamo immersi e nelle quali cerchiamo risposta ad ogni interrogativo, spesso inutilmente.
Forse si dovrà iniziare dal valutare se sia giusto che si continui ad agire in modo isolato, anche se l’isolamento è quello di un gruppo di Paesi, contrapponendosi o addirittura cercando di eliminare ogni ostacolo che possa in qualche modo disturbare l’ambizione o la realizzazione di desideri sconsiderati. Disapplicare o ignorare le regole per la conduzione di una guerra, ad iniziare dal fare della popolazione civile un obiettivo militare o di privarla dei mezzi necessari alla sopravvivenza, non è soltanto un modo di condurre le ostilità o il desiderio di chiudere i conflitti, quanto piuttosto la realizzazione di quel principio del fait accompli che si manifesta nella volontà di governanti e governati.
Ormai un dato si è stabilizzato: quanto sta avvenendo non riguarda problemi localizzati, ma assetti che toccano il mondo intero e le relazioni tra i popoli. Pertanto, la necessità di predisporre risposte alternative fatte di strategie e percorsi comuni, come pure la conclusione di intese tra gli Stati, è imposta non soltanto all’attività diplomatica, ma è richiesta a tutti i livelli istituzionali. Infatti, sono proprio le mancate risposte a egoismi, abusi, ingiustizie o posizioni che pensate per garantire confini e territori spengono la cultura della pace e la dimensione della giustizia, e cioè i fattori che tengono insieme una società creando coesione e garantendo le identità.
Questo comporta un «appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno ha di portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti» (Pacem in terris, 28). Il disprezzo della pace e della giustizia che attraversa la dimensione internazionale in forme sempre più violente, va considerato negli effetti prodotti e producibili. Pertanto, non può essere ignorato, né serve accettare o rifiutare quelle posizioni assunte da alcuni dei protagonisti della vita internazionale che contraddicono l’idea e l’obiettivo del bene comune. Ecco perché reazioni frammentate e mancanti della necessaria fermezza e precisione non sono più sufficienti.
Un comune contributo di idee e di fatti concreti deve orientarsi a dimostrare quanto sia pericoloso l’atteggiamento di chi, senza considerarne la portata e le conseguenze, confida nel conflitto come mezzo risolutivo di ogni problema, ignorando qualunque considerazione su quanto la guerra sia disumana e disumanizzante. Come pure va favorito un rinnovamento delle diverse Istituzioni intergovernative non solo eliminando ogni condizione o architettura istituzionale che, di fronte alle minacce alla pace e alla violazione della giustizia, blocca il loro compito, ma rendendole funzionali agli scenari presenti oggi nella Comunità internazionale: protezione della vita umana, eliminazione del sottosviluppo, mobilità umana, trasferimento delle competenze in materia di nuove tecnologie, disponibilità di risorse naturali… e si potrebbe proseguire. Non è solo un’elencazione di agende, ma sono le effettive situazioni sulle quali prendono vita i conflitti o scaturiscono le guerre e che solo l’azione multilaterale può prevenire, risolvere o governare.
(6) Come operatori negli scenari internazionali possiamo ancora sperare nella pace ed essere costruttori di un’effettiva giustizia così da ridare nuova linfa ai rapporti internazionali? L’esperienza di un’Istituzione come la Pontificia Accademia Ecclesiastica, proseguita pur nelle alterne vicende della Chiesa e del mondo, mostra quanto sia necessario un impegno che partendo dal basso coinvolga, esprima creatività, non nascondendo i problemi. Lo studio e la ricerca diventano, infatti, fattori indispensabili non solo per una formazione tecnicamente soddisfacente, ma per proporre possibili azioni e realizzarle effettivamente anche quando si tratta di governare le situazioni più difficili. La capacità del diplomatico si manifesta pienamente nel proporre non solo soluzioni già previste e magari regolate, ma nel saper coerentemente e saggiamente interpretare nuovi scenari, magari imprevedibili e distanti da prassi consolidate.
E allora manifestare lungimiranza e sano realismo significa non essere confinati all’attesa, né pensare che in fondo spetta ad altri operare e intervenire. Sono il metodo per andare oltre il senso di impotenza che può giungere e per garantire condizioni in grado di superare il dolore e l’angoscia per le vittime dei conflitti e dell’ingiustizia. Per il diplomatico pontificio questo significa condividere i problemi e la vita stessa di persone, popoli e Stati, con quella Luce che viene dal Risorto e l’impegno di portare la Buona Novella a tutte le genti, anche in condizioni fortemente limitate e soggette alle forme più diverse di violenza e di illegalità.
Lo svolgersi dei rapporti internazionali è sottoposto a continui mutamenti e quanti in essi operano sanno bene che la riuscita dei processi per determinare una pace vera, come pure la costruzione di Istituzioni in grado di governare le situazioni per prevenire e risolvere i conflitti, sono frutto di una leale collaborazione realizzata in buona fede e nel rispetto reciproco. Unico modo per superare opposte visioni e finanche conflittualità, a cui si aggiunge l’atteggiamento e l’atto del perdono, poiché «perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro» (Leone XIV, Udienza generale, 20 agosto 2025).
Formarsi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica per fare diplomazia significa credere nel nostro vicino, nel compagno di viaggio, in coloro che incontriamo per negoziare su obiettivi e divergenze, o con cui condividere spazi di vita e di relazione. E questo con l’intenzione e la volontà di coinvolgere in una tale propensione e metodologia tutti coloro che influiscono sul contesto internazionale. Solo così potremmo essere veri “operatori di pace” capaci di saziare «quelli che hanno fame e sete di giustizia» (Mt 5, 3-10).
Grazie!





