
Leone XIV celebra i Vespri nella memoria della Madonna di Pompei, 7 ottobre 2025 (Foto: Vatican Media)
Se si seguisse un ragionamento molto semplice, forse troppo, si poteva ritenere scontato scommettere che il primo Concistoro straordinario del pontificato di Leone XIV sarebbe stato sulla pace. Ritengo scontato che se ne parlerà visto quel che accade ma il tema principale, come è noto, sarà quello della liturgia. Si dovrebbe dire che si parla pur sempre di pace, quella interna. Ha detto Leone partendo dal gruppo di lavoro creato al riguardo:
«La mia comprensione di ciò che ha portato alla creazione del gruppo deriva principalmente da questioni che hanno a che fare con l’inculturazione della liturgia. Come continuare il processo di rendere la liturgia più significativa all’interno di una cultura diversa, all’interno di una cultura specifica, in un luogo specifico in un dato momento. Penso che questa fosse la questione principale.
C’è un’altra questione, anch’essa molto delicata, sulla quale ho già ricevuto numerose richieste e lettere: la questione della “messa in latino”. Beh, oggi è possibile celebrare la messa in latino. Se si tratta del rito del Vaticano II non c’è alcun problema. Ovviamente, tra la Messa tridentina e la Messa del Vaticano II, la Messa di Paolo VI, non sono sicuro di come andrà a finire. È ovviamente molto complicato. So che parte di questa questione, purtroppo, è diventata – ancora una volta, parte di un processo di polarizzazione – le persone hanno usato la liturgia come scusa per promuovere altri argomenti. È diventato uno strumento politico, e questo è molto spiacevole.
Penso che a volte l’abuso della liturgia di quella che chiamiamo Messa del Vaticano II non sia stato d’aiuto per le persone che cercavano un’esperienza più profonda di preghiera, di contatto con il mistero della fede che sembravano trovare nella celebrazione della Messa Tridentina. Ancora una volta, ci siamo polarizzati, così che invece di poter dire: “Beh, se celebriamo la liturgia del Vaticano II in modo corretto, trovate davvero tanta differenza tra questa esperienza e quell’esperienza?”, non ho avuto la possibilità di sedermi davvero con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino. Presto ci sarà un’occasione e sono sicuro che ci saranno altre opportunità per farlo.
Ma questo è un tema che, secondo me, forse con la sinodalità, dobbiamo affrontare e discutere. È diventato un tema talmente polarizzato che spesso le persone non sono disposte ad ascoltarsi a vicenda. Ho sentito vescovi parlarmi di questo, mi hanno detto: “Li abbiamo invitati a questo e quello, ma non vogliono nemmeno ascoltarci”. Non vogliono nemmeno parlarne. Questo è un problema in sé. Significa che ora siamo entrati nell’ideologia, non siamo più nell’esperienza della comunione ecclesiale. Questo è uno dei temi all’ordine del giorno» (risposta ripresa e tradotta dal blog Messainlatino dal libro intervista León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI curato da Elise Ann Allen pubblicato il 18 settembre 2025 in Perù).
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La scelta dunque è rischiosa e non è difficile leggere di esultanze per la dalmatica sotto la casula, la talare in un tessuto ritenuto adeguato (come per il tronetto pontificio quando sarebbe richiesto). Tutto questo appartiene a un mondo, dunque ha un peso. Comunica, ma non quanto la prossimità, che ritengo evidente nel presepe. I cosiddetti «pizzi e merletti» nei presepi non ci sono, a differenza di una forza universalmente percepita.
Analogamente rivolgersi agli uomini in una lingua che comprendono è diverso dal rivolgersi loro in una lingua che non comprendono, opzione possibile ma che più facilmente restringe, non apre. Infatti, sebbene molti definiscano la messa in latino “quella di sempre”, è stata notoriamente introdotta tra la fine del III e la fine del IV secolo, sostituendo quella in greco, man mano che quell’ idioma risultò meno dominante a Roma e nelle comunità cristiane. Il criterio seguito con l’introduzione della messa in latino sembra seguire la stessa logica seguita con la riforma che ha scelto le «lingue volgari».
Inoltre, come è a tutti noto, il sacerdote nel vecchio rito dava le spalle ai fedeli, come una guida che da sola indica la strada che conduce a Dio, mentre nella nuova liturgia tutti, come concelebranti, si trovano introno alla mensa eucaristica, parlando in una lingua che tutti capiscono. A mio avviso il vecchio rito, proprio per i motivi citati, favorisce l’idea di una Chiesa che si ritiene un giudice eterno, al di sopra e al di là della storia.
Trovare una composizione tra le diverse posizioni non sarà facile e allora, come suol dirsi, «prendere il toro per le corna» può essere la scelta giusta. È poi interessante il riferimento sinodale nel testo di Leone: sembra dirci che non si escluderà il laicato cattolico. Io riterrei importante un qualche coinvolgimento di quella «zona grigia» che tale non è e che dovrebbe sempre più urgentemente essere un territorio da abitare (cf. qui su SettimanaNews). I residenti in queste aree non sono pochi e questa non è solo una constatazione statistica, o aritmetica.
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La questione a mio avviso è più importante di quanto appaia. Ha scritto il 2 gennaio 2026 su La Stampa Franco Garelli che «la Chiesa di Roma- nonostante tutti i suoi limiti o scandali interni-viene vista come uno dei pochi punti di riferimento etico e spirituale in un globo sempre più frammentato e diviso». Se fosse così sarebbe merito di chi parla o anche di chi ascolta? Se sussiste anche questa seconda opzione, essa andrebbe capita: sono le «istituzioni» ad ascoltare (nel caso del messaggio papale per giornata della pace non sembra) o la citata «zona grigia»? E in moltissimi casi non siamo in presenza di battezzati?
L’esito di questo Concistoro dunque riguarda anche chi non può prestare molta attenzione a questioni che gli sono meno accessibili, ma che con diversa intensità e attenzione comprende rilevanti. Da questo esito potrebbe dipendere, a mio avviso, anche la possibilità che abbia luogo un secondo Concistoro straordinario nel tempo pontificale di Leone. Nel suo lungo pontificato papa Giovanni Paolo II ne convocò sei ed oggi questa iniziativa appare in sé di enorme rilevanza essendo la Chiesa l’unica istituzione globale evidente e solida in questo mondo frammentato.
Ma nell’epoca di Francesco c’è stato uno solo Concistoro straordinario, convocato ad una distanza temporale dall’inizio del pontificato non molto diversa dall’attuale. È stato il Concistoro straordinario del 2014 e che probabilmente indicava una scelta di uso del Concistoro favorevole alla valorizzazione della collegialità, come era stato nel tempo di Giovanni Paolo II.
La scelta del tema principale, la famiglia, con la relazione d’apertura affidata al cardinale Walter Kasper, non diede però gli esiti auspicati. Nel 2015, come molti ricorderanno, arrivò la famosa fuga di voci infondate sulle condizioni di salute di Francesco, che secondo alcuni «pettegolezzi» ripresi da media avrebbe avuto un tumore al cervello. Era falso, ma su questa voce si fondò la tesi del «papa pazzo». La quale presto deragliò, o si chiarì, in quella del «papa eretico». Fino a produrre, nel 2016, i famosi «dubia» dei quattro cardinali (cf. qui su SettimanaNews).
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L’auspicio per il dopo-Concistoro del 7 e 8 gennaio è che le cose vadano diversamente, che non venga preclusa a Leone la via che potrebbe condurre alla convocazione di altri Concistori straordinari. La principale questione è poter seguitare a considerare la Chiesa un riferimento, o un amico da ascoltare e con il quale interloquire, oggi.
Infatti, del testo di Amoris laetitia, frutto del lungo cammino di riflessione sinodale sul tema della famiglia, trovo da sempre di particolare rilievo questa frase contenuta nel capitolo che tocca più da vicino il tema dei divorziati risposati: «È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi”, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi» (n. 300).
Credo che anche i temi liturgici possano offrire spunti che trovano nel Concilio e nei suoi insegnamenti il modo più opportuno per un nuovo incontro, sempre più urgente, anche con chi vive in quella che molti continuano a chiamare «zona grigia», che è una terra dove abitare con chi, battezzato, si è allontanato o si è sentito allontanato.






E’ rilevante quello che Zeno Carra scrive sulla liturgia in uno dei commenti qui sotto. Raramente trovo pronunciamenti critici sull’aula liturgica, il cui assetto (altare da un lato, comunità dall’altro) ha condizionato e continua a condizionare/plasmare negativamente la mentalità di tanti, ovviamente del tutto inconsapevoli (anche presbiteri non avvertiti del problema). Eppure si tratta di un aspetto cruciale. La comunità dovrebbe disporsi attorno alla mensa (famoso un passo del Crisostomo) e il presbitero non dovrebbe essere isolato sull’altare. Capisco che le aule liturgiche all’indomani del Concilio non potevano essere rifatte ‘ex novo’. Ma si poteva intervenire almeno in parte e, per il resto, fare più attenzione in sede di realizzazione di nuove chiese. Quindi la situazione si è complicata ed è oggi complessa per varie ragioni. Senza formazione e preparazione difficilimente le persone supereranno abitudini mentali assorbite inconsapevolmente in questi decenni. E questo è un problema. Di qui comunque anche l’utilità di uno strumento conoscitivo come Settimananews.
Sulla convocazione di concistori straordinari sono d’accordo (magari anche sulla necessaria riforma del Codice di diritto canonico). Sulla liturgia non vedo come si possano superare le attuali polarizzazioni, anzi temo che si possano inasprire e il Papa, che sembra avere a cuore l’unità della Chiesa, possa riprestinare il vetus ordo alla maniera di Ratzinger.
La vera emergenza della Chiesa, e qui si gioca la credibilità del cattolicesimo odierno, è quella della (in)giustizia in Vaticano. Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito a una scandalosa malagiustizia in cui una persona è stata condannata senza un briciolo di prova da parte di un giudice indagato per favoreggiamento alla mafia e che addirittura ha comprato delle case in nero da mafiosi, il quale ha permesso al pdg di occultare le prove dell’innocenza dell’imputato, solo perché il Papa l’aveva già condannato alla gogna mondiale il 24 settembre 2020: uno scandalo epocale, una macchia indelebile sulla storia della Chiesa! Ma ormai il complotto, manovrato da una pregiudicata con l’avallo (la complicità?) di vertici vaticani è alla luce del sole: bisogna solo riconoscerlo e ammettere la realtà ormai manifesta. Ma intanto abbiamo assistito alla vergognosa passività (e complicità) della stampa, anche di quella cosiddetta cattolica, che – fatte salve rarissime eccezioni – ha manifestato un servilismo e un clericalismo mai visti prima. Gesù, oggi, verrebbe nuovamente appeso a una croce, in Vaticano; ma non se ne parlerebbe nemmeno, se non come di un impostore. Per chi vuole informarsi in modo serio, io tengo aggiornata la rassegna stampa sull’argomento: https://andreapaganini.ch/CASO_BECCIU.html
“Inoltre, come è a tutti noto, il sacerdote nel vecchio rito dava le spalle ai fedeli, come una guida che da sola indica la strada che conduce a Dio, mentre nella nuova liturgia tutti, come concelebranti, si trovano intorno alla mensa eucaristica”.
La realtà dell’adeguamento della maggior parte delle chiese italiane è ben diversa: il presidente sta dietro un tavolo da cui, come maestro o conferenziere, fronteggia l’assemblea. La quale non “sta attorno” ma davanti, nella stessa posizione passiva di una platea. Con l’esito di una centratura sul ministro che presiede altrettanto (se non più) forte di prima. Esperimenti virtuosi per cambiare questo ci sono, ma pochi, troppo pochi. Credo che un esempio della ricezione “ideologica” della liturgia stia anche qui: presentare l’esito de facto della riforma liturgica per come vorremmo che fosse o come avrebbe dovuto essere, senza permetterci una verifica critica di come è in realtà.
Tra gli effetti collaterali della posizione frontale e bipolare prete-assemblea credo ci sia anche quella percezione implicita della liturgia come dialogo tra loro, dimenticandone la struttura fondamentale di parole e azioni rivolte al Padre, nello Spirito, da parte del Corpo del Figlio. Lo si legge qui: “Analogamente rivolgersi agli uomini in una lingua che comprendono è diverso dal rivolgersi loro in una lingua che non comprendono”. Posto il valore della lingua parlata nelle sezioni eucologiche, essa non funge nella liturgia solo a rivolgerci gli uni gli altri (o meglio tra presidente e assemblea) ma a rivolgerci assieme al Padre. cosa che nella percezione comune passa inosservata.
La questione liturgica va quindi ben al di là della questione posta dal vecchio rito, ma sta in una verifica seria della realizzazione del nuovo.
Dispiace tantissimo che la “questione femminile” non sia stata considerata come argomento da discutere.
Quindi la prudenza di evitare scismi e polarizzazioni si applica al solo tema dell’ ordinazione femminile…
Anche se i fautori della Messa Tridentina sono noti scomunicati e scismatici.
A mio parere, nulla c’entra la fede in questo, ma solo la politica.
E pensare che Gesù ha sempre condannato i “precetti di uomini”… chissà cosa direbbe, vedendo che oggi la Dottrina è la Tradizione sono considerate addirittura divine…
Tutto giusto. Ma c’è un dettaglio: la Chiesa non è capace di “governare” il dissenso interno. Ne ha paura. Vedasi Paolo VI spaventato, Wojtyla-Ratzinger condanne di teologi, Francesco ignorava ma poi si è dovuto ricredere, Leone XIV crede ancora di poter appellarsi al buon senso. Non pratica i social, il Dicastero preposto non sembra in grado di analizzare le situazioni. Il dissenso sta esplodendo, basta vedere su X che succede, la proliferazione di account e di temi quanto meno fantasiosi con cardinali che si prestano a dire con disinvoltura di tutto e di più. E quanti sono gli interessi economico-politici sottostanti. Il Concistoro non farà niente, due giorni sono pochi e non esiste una mobilitazione interna coesa e coerente. Il Papa dovrebbe spiegare a Curia, cardinali, conferenze episcopali, dove vuole andare. Ma nessun Papa lo fa. Così non si governa.
La proliferazione di account su X nel 2026 dovrebbe essere ignorata, è triste ma così. Nel migliore dei casi sono persone particolarmente litigiose, nel peggiore bot. Non c’è più un aggancio solido con la realtà.
Non è così. Sono i “commentatori” di Ewtn che hanno decine di migliaia di followers e intervistano cardinali e arcivescovi che a loro volta sono contro il papa e hanno migliaia di followers. Poi ci sono gli account dei repubblicani Usa e legati alla politica religiosa di Trump. È una galassia complessa e organizzata, sottovalutarla è miope.
Si ok, ma è un sistema del tutto fuori controllo, non ha davvero senso soffermarsi troppo su di esso. Come entrare in un bar e riportare le innumerevoli chiacchiere. Un mesetto fa molti commentatori accusavano Leone di paganesimo e idolatria solo perché stava benedicendo una statua. Non saprei nemmeno dire a quale denominazione protestante appartenessero. Senza contare che ci sono pure attivisti di segno opposto. Che spesso passano le giornate a scornarsi tra loro. Che cosa dovrebbe fare il Papa, se non richiamare alla responsabilità e alla comunione? Chi vuole lo ascolterà e chi non vuole non lo farà che si tratti di X, della Curia o di una parrocchia del paesello. Esiste il libero arbitrio e ognuno risponderà per il proprio.