Scismi sommersi, ma non troppo

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tradizionalismo

Nella logica della sinodalità, che è la caratteristica connaturale della Chiesa, risaltano come stonature certi fenomeni che pullulano nel suo sottobosco. Lo sguardo e lo stile ecclesiale devono mantenere un profilo alto che viene intaccato in qualche maniera, spesso in modo evidente e plateale, da realtà che oscurano la vocazione all’unità del popolo di Dio, caratteristica che lo rende «come un sacramento o segno o strumento non solo dell’intima unione con Dio, ma anche dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). La pluralità è una cosa, ma presentarsi al mondo in certi modi significa venir meno alla missione di essere luce che attira e orienta a Cristo.

Il sogno del cardinale Martini

Il giusto senso critico e il dibattito interno ovviamente non fanno parte del sottobosco, ma hanno piena legittimità in una Chiesa sinodale e aperta al dialogo, nella dinamica interna di ogni organismo destinato a non restare un monolite immutabile. Il Vaticano II, suscitato dallo Spirito, è stato un evento capace di trasformare la Chiesa perché potesse svolgere la sua missione in un mondo in continua evoluzione.

Come lo spirito critico di vescovi e teologi lungimiranti e illuminati impresse al Concilio una svolta sorprendente così, fatte le debite proporzioni, il senso critico di tanti cristiani può essere la spinta a un continuo rinnovamento.

Nella Chiesa c’è comunque un fermento di rinnovamento auspicato e vissuto sia da pastori nella concretezza della pastorale a contatto con la gente, sia da teologhe e teologi che, con le loro riflessioni, supportano l’azione pastorale e aprono coraggiosamente orizzonti nuovi nei loro profili e i loro blog con competenza unica, lungimiranza, finezza e spirito critico costruttivo. A loro ben si addice la visione del card. Martini: «C’è stato un tempo in cui ho sognato una Chiesa che concede spazio alla gente che pensa più in là».

Le loro aspettative avranno trovato una risposta sia nel Documento finale del Sinodo universale che in Lievito di pace e di speranza, sintesi dei lavori del Cammino sinodale italiano. In quest’ultimo documento sono presenti le legittime richieste dei suoi rappresentanti rilanciate dopo il rimando al mittente del Documento finale. Esse riguardano alcuni punti critici che, se non affrontati e gradualmente risolti, impediscono alla Chiesa di dare la sua testimonianza di stile missionario nell’attuale contesto culturale.

Quelli della Chiesa del no

A suo tempo, Marco Politi, vaticanista, si fece interprete di un’impressione generalizzata nei confronti della Chiesa in riferimento a temi scottanti allora come oggi. Molte cose sono cambiate nel frattempo, anche se ci sono posizioni che, ai più, suonano come dei no. J. Werbick descrive bene questo disagio:

«La prima cosa che sentono da lei [dalla Chiesa] è: non sei buono! L’elementare bisogno umano che qualcuno mi trovi buono e si interessi alle mie esperienze viene vanificato dalla comunità di comunicazione ecclesiale se questa rimane prigioniera del suo pessimismo: no, tu e le tue esperienze non siete buoni! Solo Dio può renderti buono, darti buone esperienze. Solo nella Chiesa si può diventare buoni se la si segue in tutto! Quando si sente così, la Chiesa non è più pronta all’incontro per quando amichevole si presenti, non è pronta alla sorpresa, al cambiamento. Allora è estranea all’elemento umano che entra in modo imprevedibile, estranea alle persone che cercano di entrare con le loro esperienze o si allontanano con rassegnazione. Allora le diventa estraneo anche Dio, il Dio di oggi, che è sempre novità, che spinge continuamente a ripartire» (Contro le false alternative, p. 159).

Queste sensazioni inducono una frangia di fedeli laici e preti ad avere un atteggiamento critico nei confronti della “gerarchia” e del clericalismo, considerati come un mondo fatto di gente poco aperta e autoritaria. In certi casi, non hanno tutti i torti, ma nemmeno si può generalizzare.

Su Facebook ci sono profili attivati da singoli o da gruppi: in alcuni di essi si nota che ad ogni esternazione iniziale segue un coro di messaggi che rinfocolano la polemica a volte con sfumature di astio. Si tratta, tuttavia, di critiche spesso dettate da amore sincero per la Chiesa, nonostante i toni a volte risentiti specie da parte di persone che, deluse, hanno preferito defilarsi silenziosamente.

C’è un testo di K. Rahner che vorrei sottoporre all’attenzione di questi cristiani risentiti, animati comunque da un anelito di autenticità in nome del vangelo e di un amore deluso. Si tratta di parole profetiche rivolte a problematiche presenti comunque già nell’immediato dopo Concilio:

«Quando parliamo di critica e di opposizione, pensiamo molto spesso un po’ troppo ovviamente alla gerarchia ecclesiastica e ai suoi vari rappresentanti: parroci, vescovi, conferenze episcopali, papa… Non bisogna, infatti, pensare che soltanto i membri della gerarchia assumano atteggiamenti e prendano decisioni esposte alla critica: da una parte, una gerarchia reazionaria con le sue strettezze di vedute e, dall’altra, un popolo di Dio illuminato con la sua tensione al futuro. Al contrario, abbiamo almeno altrettanto spesso e con altrettanto successo dei detentori del ministero che, nonostante l’autorità da loro invocata, nella loro mentalità e nelle decisioni che ne derivano riflettono la mentalità presente di una gran parte del popolo ecclesiale» (Opposizione nella Chiesa, pp. 15-16).

Pensiamo alla spinta innovativa delle encicliche e delle esortazioni apostoliche di papa Francesco e a quella recente di papa Leone XIV.

Agli antipodi… il sottobosco

Sempre su Facebook, su un versante opposto, sono presenti profili e blog di singoli e di gruppi nei confronti di quali Von Balthasar scriveva a suo tempo: «Ci sono minorenni fanatici (in quanto integralisti) che insistono su un’autorità papale esercitata in maniera decisa ed erigono a dogmi delle cose che non lo sono affatto, come, ad esempio, la comunione in bocca o Dio sa quali apparizioni della Madonna o cose del genere» (Il complesso antiromano, p. 204).

Sul profilo di una parrocchia, ad esempio, si legge un’ampia perorazione a favore della comunione solo in bocca supportandola come segue: «La Comunione si riceve sulla lingua, in ginocchio. Non in altri modi. Lo sottolinea un alto Prelato nella prefazione ad un libro che denuncia un attacco diabolico multiplo all’Eucaristia».

Riferendosi alle apparizioni di Fatima, vi si parla di un angelo che in una sua terza apparizione, tenendo nella sua mano sinistra un calice sul quale era sospesa un’ostia avrebbe dato «la santa ostia a Lucia, e il sangue del calice a Giacinta e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».

Questo messaggio delirante rivela scenari sconcertanti in cui sono coinvolti spesso anche quelli che dovrebbero fungere da guida, persone che, a volte, vantano più lauree, ma che probabilmente non hanno assimilato un’autentica cultura teologica.

Troppi profili fanno proprie quelle parole a proposito della comunione nella mano e cose del genere, esibendo un apparato iconografico fatto di angeli alquanto vistosi, immagini sentimentali e doloranti della Madonna e un armamentario caratteristico, diavoli compresi, che li contraddistingue.

Sono gruppi che non accettano il Concilio, ignorano il cammino sinodale, contraddicono l’essere sacramento di unità del popolo di Dio. Non siamo però ancora nello scisma, bensì in presenza di patologie bisognose di aiuto, come suggerisce T. Halík:

«Se qualche forma di Chiesa sta diventando più una comunità di paura che una comunità di fede, amore e speranza, è necessario che Gesù risorto entri in quell’ambiente e svuoti quell’inferno per liberare quelle persone dalla paura… Non mi riferisco ai rituali degli esorcisti, ma a una testimonianza ordinaria di fede sana, libertà interiore e coraggiosa resistenza ai mercanti di paura» (Il sogno di un nuovo mattino, p. 152)

Nessun papa va bene

Capita di imbattersi in gruppi ai quali nessun papa sta bene. Come quelli che, dal 2013, si schierarono contro papa Francesco e continuarono a farlo con lo slogan non è Francesco, che apparve subito all’indomani dell’elezione su una testata di estrema sinistra e, qualche mese dopo, come titolo di un libercolo sul versante opposto: gli estremi finiscono sempre col toccarsi.

Altri gruppi integralisti e sedevacantisti rifiutano i successori da Giovanni Paolo II in poi, mettendosi fuori della comunione ecclesiale.

C’è poi la schiera di quelli dal confronto facile, superficiale e prematuro. Al solito non ci si premura di leggere a fondo i discorsi di papa Leone, come pure avveniva con Francesco. Se si seguisse attentamente il magistero di papa Leone ci si accorgerebbe della profonda sintonia di vedute con Francesco. Dilexi te è il rilancio del progetto del suo precessore con aggiunte personali di Leone a cui non è estranea la profezia della teologia della liberazione.

Il discorso di Leone XIV alla FAO del 16 ottobre è una denuncia senza mezzi termini: «Nel mondo ci sono circa 673 milioni di persone che vanno a dormire senza aver mangiato e altre 2,3 miliardi che non possono permettersi una dieta adeguata». Questo, ha affermato, non è un «inevitabile destino dell’uomo», bensì «un fallimento collettivo, un’aberrazione etica, una colpa storica». Ha denunciato l’economia globalizzata, i modelli di sviluppo attuali e la distribuzione delle risorse come «un’economia senz’anima, un sistema ingiusto e insostenibile».

Prima di fare valutazioni avventate, vanno tenute in giusta considerazione due premesse importanti: dare tempo al tempo e lasciare che ognuno abbia il diritto ad avere il suo temperamento e il suo carattere. Un papa non può essere la fotopia del predecessore: ognuno ha suo carisma particolare al servizio della Chiesa e papa Leone lo sta rivelando attraverso i suoi discorsi sempre correlati con l’attualità, le sue visite, il suo viaggio, il suo stile.

Scismi ibridi e proteiformi

Qui di seguito non sono esaminate forme di patologie, bensì gravi involuzioni che sfociano in scismi che non offrono un bello spettacolo al mondo, pur trattandosi di fenomeni ben limitati. Si tratta di un versante ambiguo caratterizzato dalla convivenza di spinte ultra-progressiste su base tradizionalista e approdato a una sorta di cattolicesimo scismatico.

Mi riferisco a tante aggregazioni che pretendono di conservare l’etichetta di «cattoliche» ritenendosi al contempo scismatiche, creando così un ibrido e una sorta di ossimoro. Mi riferisco a Chiesa del Magnificat, Apostoli dell’Amore infinito, Chiesa cattolica Palmariana, Chiesa novella di Gaviniana, Ordine di san Charbel e altre aggregazioni del genere disseminate su Facebook: Chiesa cattolica ecumenica di Cristo, Chiesa cattolica ecumenica d’Italia

Queste aggregazioni, dichiaratamente scismatiche, spesso formate da poche centinaia di seguaci, sono caratterizzate dall’incrocio ibrido fra tradizionalismo e posizioni molto avanzate ma arbitrarie e già realizzate in proprio: abolizione del celibato per i preti, sacerdozio alle donne, matrimoni tra persone omoaffettive. Le loro celebrazioni eucaristiche vanno da quelle molto solenni del tipo «vecchio rito», ormai abrogato, a celebrazioni intime informali e disinvolte attorno a un tavolo.

L’ultimo censimento CESNUR 2024 punta l’obiettivo sulle prime quattro sopra elencate, con una descrizione accurata delle loro posizioni attuali. C’è la presenza di un presunto papa Clemente XV nella prima e, in successione, di due Gregorio, XVII e XVIII nella seconda. La Chiesa Palmariana, invece, può contare sulla successione di ben quattro papi: Gregorio XVII, Pietro II, Gregorio XVIII e Pietro III.

Il censimento CESNUR resta una fonte di ulteriori notizie più dettagliate su queste realtà in cui c’è tutto un mondo di invenzioni fantasiose: nuova liturgia con messale proprio, libri aggiunti al Canone biblico, presunte rivelazioni e altre assurdità farneticanti.

Alcuni gruppi hanno un seguito che conta, al massimo, nel mondo, 2.000 aderenti; in Italia poche centinaia e anche meno. Possiamo supporre che, nel tempo, potranno esaurirsi per mancanza di seguaci: ad un certo punto, la gente potrebbe anche capire che ci sono problemi più seri, urgenti e concreti nella loro vita e nella società.

Comunque, queste neoformazioni finiscono col ridursi a gruppi sulla difensiva che mostrano di ignorare la svolta conciliare e una serena visione della storia della salvezza nell’oggi, così come ne parlava a suo tempo J. Ratzinger:

«Dio certamente non divide l’umanità nei pochi e nei molti, per gettare questi nell’abisso e per salvare gli altri; nemmeno per salvare i molti più facilmente e i pochi con più difficoltà; egli si serve dei pochi come punto archimedico per sollevare i molti dai cardini, come della leva con cui attirarli a sé. Ambedue hanno il loro posto nella via della salvezza, un posto che è diverso senza che venga meno l’unità della via» (Il nuovo popolo di Dio, p. 363).

Estraniandosi dal mondo, lungi dall’essere leva e lievito, si riducono a una ridicola autorefenzialità che può trovare adepti solo fra menti fragili, impressionabili e plagiabili, non certo in una società comunque evoluta culturalmente.

Visione serena alla luce della fede

F. Antonioli e L. Verrani ne Lo Scisma emerso hanno così intitolato una loro ricerca che parla non tanto di scismi, quanto invece di «conflitti, lacerazioni e silenzi nella Chiesa del Terzo Millennio», come recita il sottotitolo.

Anche solo leggendo l’indice si comprende il tenore del libro che auspica una Chiesa in uscita a fronte di realtà che, uscite da una prospettiva evangelica, finiscono col divenire terreno di coltura di poca trasparenza, di manipolazioni e di tante altre situazioni poco edificanti. La prospettiva degli autori è chiaramente ispirata al Vangelo di fronte al quale «ci troviamo tutti come in una stanza in cui improvvisamente si accende la luce. Tanto vale guardare come siamo disposti, come ci collochiamo, come reagiamo. Per poi muoverci, lì dove quella luce ci fa strada» (p. 29).

Gli autori segnalano, tra l’altro, anche certe nostalgie del passato in cui è necessario il discernimento alla luce del Vangelo. In alcuni casi, infatti, può succedere che «ogni volta che un nuovo presbitero, magari ordinato da poco, arriva in una parrocchia portando con sé tutta la dotazione del vetus ordo, in poco tempo in quella chiesa si producono divisioni, frazioni inconciliabili, incomprensioni ed esclusioni. Non accade solo nelle nostre storie, ma un po’ dovunque, laddove arriva un prete in talare. Non è la talare il problema, ovviamente, ma tutto ciò che in essa è condensato come mentalità che punterà su una pastorale di esclusione, di divisione, di allontanamento di chiunque non si riconosca in questo stile (pp. 216-217).

Al riguardo, sarebbe auspicabile la possibilità di correttivi mirati fin dal tempo della formazione sia nelle parrocchie sia nei seminari, per evitare di preparare non preti per il futuro, ma persone in cui spesso, dietro i paramenti sontuosi, ci potrebbe essere il vuoto o la paura della realtà.

Al termine di questa carrellata veloce bisogna continuare a nutrire una visione serena della Chiesa, nonostante i limiti umani: Chiesa del dialogo che cerca di liberarsi dalle false alternative. Una Chiesa delle aperture senza il timore di essere o apparire umana, nella consapevolezza serena che nulla di umano le è estraneo.

Non l’umano, ma il troppo-umano va chiarito, per prenderne le distanze e vivere così la vocazione di essere nel mondo, ma non del mondo, per essere Chiesa sinodale e testimoniante, aperta al dialogo e alla missione, non ripiegata su sé stessa. Come Werbick la descrive, in conformità con il magistero di papa Francesco:

«Dio vuole riscattarci dalla nostra coscienza isolata e dalla autoreferenzialità per innescare una dinamica dell’esodo che deve portare alle periferie, laddove nessuno vuole stare perché tagliati fuori dalla partecipazione alla bontà dell’umanità; laddove le persone non possono trovare accesso alle fonti di gioia e di speranza che sgorgano dal Vangelo. Abbandonare la rigidità autodifensiva, aprire le porte, uscire e condividere la gioia del Vangelo, mettersi in cammino per offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Questa è la visione del papa per una Chiesa che, a stento, fa i conti con sé stessa e con la sua impotenza. La fatale alternativa dentro/fuori non può essere superata più chiaramente» (Contro le false alternative, p. 163).

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7 Commenti

  1. Non credente 8 gennaio 2026
  2. Teodora Tosatti 8 gennaio 2026
  3. Marco C. 7 gennaio 2026
  4. Mauro 7 gennaio 2026
  5. Ginepro 7 gennaio 2026
  6. Pietro 7 gennaio 2026
  7. Fabrizio Mastrofini 7 gennaio 2026

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