Il pensiero di Rosmini per una riforma della giustizia

di:

rosmini

Analizzare il pensiero di Antonio Rosmini applicandolo alla riforma della giustizia attuale richiede di calarsi nella sua Filosofia del diritto[1], che vede nella persona e nella sua dignità spirituale il fondamento di ogni legge. Per Rosmini, il diritto non è un’invenzione dello Stato, ma una proprietà inerente alla persona.

Ecco cosa direbbe probabilmente della riforma della giustizia, basandosi sui suoi principi cardine.

***

  • La Giustizia come Diritto della Persona

Rosmini criticherebbe aspramente ogni riforma che riduca la giustizia a pura efficienza burocratica o statistica. Per lui, il fine della giustizia non è quello dello smaltimento delle pratiche (anche se in Italia, una maggiore celerità sarebbe auspicabile), ma riconoscere ciò che è dovuto a ogni singolo individuo-persona.

«La persona – scrive Rosmini – è la potenza di affermare tutto l’essere (il che involge un parteciparne, un compiacersene), quale e quanto esso viene da lei appreso intellettivamente. La necessità di far ciò non è la persona che la s’impone, ma a lei viene imposta dalla natura dell’essere […]. La natura dell’essere oggettivo, dunque, quella onde viene alla persona la necessità di riconoscerlo»[2].

Sulla durata dei processi, apprezzerebbe il tentativo di velocizzare i tempi (fondamentale per non negare il diritto), ma avvertirebbe: la velocità non deve mai andare a discapito della verità oggettiva e della tutela del debole.

Perché: «Convien dunque dire, volendo parlare esattamente, che la persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anche l’essenza del diritto […]. Ora la persona per la stessa sua essenza a tutti i costitutivi che entrano nella definizione del diritto. A vederlo si ricorra alla definizione della persona. La persona è un soggetto intellettivo, abbiamo noi detto, in quanto contiene un principio attivo supremo. Or chi non s’accorge che questa definizione coincide con quella del diritto stesso?»[3].

  • Separazione dei poteri e indipendenza [4]

Nella sua opera La Costituzione secondo la giustizia sociale [5], Rosmini teorizzava un’estrema attenzione all’equilibrio dei poteri.

Sulla separazione delle carriere, Rosmini vedrebbe probabilmente con favore una distinzione netta che garantisca l’imparzialità del giudice. Il giudice deve essere un «organo della legge» e non un attore politico o di parte.

Contro la «politicità» della magistratura denuncerebbe con forza ogni deriva corporativa o ideologica, poiché il diritto deve essere universale e non piegato a interessi di fazione.

  • La tutela della libertà e della proprietà [6]

Uno dei pilastri rosminiani è il legame tra persona e proprietà (intesa in senso lato come «sfera di signoria dell’individuo»). Sull’abuso d’ufficio e le intercettazioni, Rosmini sarebbe molto sensibile al tema della riservatezza e della tutela dell’onore della persona. Guarderebbe con favore a riforme che limitano la gogna mediatica e l’uso arbitrario degli strumenti investigativi, poiché la dignità dell’uomo precede l’interesse inquisitorio dello Stato.

  • Il «Tribunale politico» [7]

Rosmini propose l’istituzione di un «Tribunale Maggiore» per vigilare sulla costituzionalità delle leggi. Oggi sosterrebbe riforme che rafforzano il controllo di legittimità e che impediscono al potere legislativo di varare norme confuse o ad personam che violano l’equità naturale…

  • Il sorteggio come «difesa della libertà» [8]

Nella sua visione, il potere deve essere limitato. Se l’elezione dei magistrati al CSM è manipolata da accordi sottobanco, l’elettore (il magistrato stesso) non è libero. Il sorteggio, paradossalmente, potrebbe essere visto da Rosmini come un modo per restituire indipendenza al magistrato estratto: non dovendo la sua nomina a una corrente, egli risponde solo alla propria coscienza e alla legge, non a un «capobastone».

  • Il rischio: la perdita del «merito» e della «sapienza» [9]

Qui Rosmini solleverebbe un’obiezione filosofica. Per lui, l’autorità deve essere fondata sulla ragione e sulla virtù.

Il sorteggio è affidato al «caso», che è l’opposto della scelta razionale basata sul merito. Rosmini temerebbe che un organo così cruciale possa essere composto da persone non all’altezza del compito solo per un colpo di fortuna.

La sua soluzione ideale non sarebbe il caso, ma una rigenerazione morale dei magistrati. Tuttavia, essendo un pensatore realista, potrebbe accettare il sorteggio come misura temporanea di «igiene istituzionale».

Oggi, probabilmente, Rosmini proporrebbe un modello misto. Selezione per merito: una base di candidati scelti per l’altissimo profilo scientifico e morale. Sorteggio tra i meritevoli: per impedire che, tra i migliori, si scelgano «gli amici degli amici». Così facendo, la «giustizia sociale» sarebbe garantita sia dalla competenza che dall’imparzialità.


[1] A. Rosmini, Filosofia del diritto (introduzione) a cura, M. Nicoletti e F. Ghia, Città Nuova, Roma 2013-2015, voll., 27 (tomo I), 27/A (Tomo II), 28 (tomo I), 28/A (tomo II).

[2] Ibidem, vol. 27, tomo I, p. 130.

[3] Ibidem, vol. 27/A, tomo II, p. 25 (49 e 51).

[4] A. Rosmini, Scritti politici (introduzione di Mario D’Addio) a cura di Umberto Muratore, Stresa, Edizioni Rosminiane, 1997, p. 60.

[5] A. Rosmini, Scritti politici, Stresa, Edizioni Rosminiane, 2010, pp. 37-245, seconda edizione accresciuta a cura di Umberto Muratore.

[6] A. Rosmini, Scritti politici (introduzione di Mario D’Addio) a cura di Umberto Muratore, Stresa, Edizioni Rosminiane, 1997, p. 98.

[7] Ibidem, pp. 232-242.

[8] A. Rosmini, Scritti politici, Stresa, Edizioni Rosminiane, 2010, pp. 37-245, seconda edizione accresciuta a cura di Umberto Muratore.

[9] Ibidem, Scritti politici … 2010.

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