
Il catholicos della Chiesa armena Karekin II.
Si ritroveranno a St Pölten (Austria, 16-19 febbraio) i 56 vescovi della Chiesa armena e il loro catholicos, Karekin II, per un concilio che può rilevarsi decisivo per il futuro di quella Chiesa. In un paese che corre sul filo sottile di una sopravvivenza incerta, la Chiesa apostolica armena deve ritrovare la sua unità per garantire un futuro alla nazione.
L’anomalia di un concilio che, invece di riunirsi nella sede storica di Etchmiadzin (Erevan) – era previsto per il 10-12 dicembre 2025 –, trova ospitalità in Europa è solo l’indizio del drammatico confronto fra gerarchia e mondo politico (fra Karekin II e il primo ministro Pashinyan) e di una spaccatura interna senza precedenti.
L’Armenia, arrivata all’indipendenza nel 1991, stretta fra le pretese egemoniche della Turchia e quelle espansionistiche dell’Azerbaigian, con una popolazione che supero di poco i tre milioni è disfunzionale nell’attuale geopolitica. Anche il tradizionale protettore, la Russia, si è sfilato per il filo-occidentalismo di Pashinyan (cf. qui). La pace “dei vinti” firmata a Washington l’8 agosto 2025 non ha appianato lo scontro. La gerarchia addebita al governo di aver gestito male la guerra del 2020, la perdita del Nagorno-Karabak, l’esodo di oltre 100.000 persone, il successivo abbandono di altri paesi di quell’area senza ottenere il rilascio dei prigionieri di guerra.
Le accuse di Pashinyan a Karekin II sono quelle di essersi schierato con l’opposizione politica sostenendo alcuni suoi vescovi per l’impresa e, inoltre, di essere infedele ai suoi voti monastici, perché avrebbe una figlia segreta violando le regole morali del monachesimo. Da mesi sta chiedendo le sue dimissioni (cf. qui).
Profonda irritazione ha provocato nel governo il viaggio di Karekin II in Bielorussia (primavera 2025), dopo che Lukashenko ha inneggiato alla vittoria azera e, per ritorsione, Pashinyan ha deciso che non avrebbe più inviato ambasciatori a Misnk. Gli onori riservati al catholicos sono apparsi come uno schiaffo al governo armeno che si appresta ad un passaggio elettorale nel prossimo giugno.
Arresti e censure
Nel giugno scorso, è stato arrestato il vescovo Bagrat Galstanyan, il più esposto nella lotta contro il governo. Rischia dieci anni di carcere.
Poi è successo per un secondo vescovo, Micael Adspayan, condannato il 3 ottobre a due anni di carcere.
Il 15 ottobre è arrestato l’arcivescovo Mkrtch Proshyan con altri 12 ecclesiastici. Stessa sorte per un fratello e un nipote di Karekin II, accusati di essere agenti della polizia segreta russa.
Infine, all’inizio di dicembre, è toccato al vescovo Arshak Khachatryan, capo della cancelleria della curia.
Per questo, il portavoce Y. Artenian ha giustificato il trasferimento in Austria del previsto concilio.
Un passaggio ulteriore del conflitto è avvenuto il 3 gennaio, quando il primo ministro, Nicol Pashinyan, pubblica una dichiarazione firmata da dieci vescovi per invocare una riforma della Chiesa armena dopo il fallimento della gestione attuale.
Il 5 gennaio Karekin II e il sinodo rispondono accusando i vescovi ribelli di essere usciti dall’obbedienza canonica, di aver rifiutato ogni contatto e di essere stati vittime di ricatti. Fra i media favorevoli ai dissidenti ci sarebbero quelli più vicini alla moglie del primo ministro.
Il 10 gennaio Karekin II rimuove dall’incarico il vescovo ribelle Gevorg Saroyan per abuso di ufficio e indebite pressioni sul suo clero. Il vescovo si rivolge al tribunale locale che lo reintegra nelle sue funzioni, sollevando un vespaio fra gli esperti del diritto ecclesiale che affermano l’incompetenza del tribunale civile in merito e giustificano l’eventuale ricorso al tribunale europeo dei diritti per dirimere la questione.
Al successore designato, Ruben Zargaryan, è stato impedito dalla polizia di entrare nell’episcopio.
Il 13 gennaio, l’intero sinodo, in una nota ufficiale, respinge le pretese dei dieci vescovi ribelli e denuncia la campagna anti-ecclesiale di incostituzionalità e di procedimenti illegali e illeciti. Difende l’onore del catholicos per le accuse diffamatorie di cui è oggetto e chiama tutti i vescovi a partecipare al concilio di St Pölten in Austria per una chiarifica a porte chiuse. Non si sa quanti dei ribelli parteciperanno. Nel conflitto, l’iniziale strategia di far dimettere Karikin II sembra cedere il passo alla volontà di dividere la Chiesa.
Anche il clero è in subbuglio e, dall’autunno 2025, sono cresciute le voci critiche verso la gerarchia e il catholicos. Il più noto fra questi, p. Aram Asatrjan, è stato ridotto dal suo vescovo allo stato laicale, ma lui non ha abbandonato il suo monastero e alle sue celebrazioni è arrivato anche il primo ministro Pashinyan. Diversi altri monaci e preti sono stati censurati.
Karekin II è entrato in funzione nel 1999. Si è molto dedicato alla qualificazione del clero fondando tre seminari e una facoltà teologica, spendendosi per l’animazione sociale e la cura della popolazione travolta prima del terremoto e poi dalla guerra. Mantiene buoni rapporti con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e con il mondo ecumenico. È stato in udienza da papa Leone il 16 settembre scorso. La sua formazione teologica è avvenuta al seminario di Etchmiadzin ma si è perfezionato a Bonn, a Zagorsk (Mosca) e a Vienna. Forse il trascorso austriaco gli ha aperto le porte di St Pölten.





