
In appena 48 ore da quanto è apparso on line, il documentario sulla famosissima attrice iraniana Taraneh Alidousti, vincitrice del premio Oscar con Asghar Farhadi, ha già raggiunto 2 milioni di visualizzazioni.
Il suo contenuto, con numerosi flashback, può essere riassunto in poche parole, quelle che lei dice all’inizio: “non reciterò più indossando l’hijab, in qualsiasi circostanza”. È il suicidio artistico di un’attrice acclamata nel mondo.
Taraneh Alidousti torna ad apparire senza velo in questa intervista realizzata dalla collega Pegah Ahangarani, e dice subito una cosa impressionante: “il nostro cinema è scomparso”. Poi, tornando ai giorni in cui in Iran è divampata la più ampia e prolungata protesta popolare dall’inizio dell’epoca khomeinista, afferma: “Dal primo momento ho pensato che la rivoluzione di Masha (Masha Amini, la ragazza iraniana uccisa in carcere a Teheran nell’autunno del 2022 perché non indossava correttamente l’hijab) era un’esplosione nazionale. Come era possibile che non avessi un ruolo in questo? Sono rimasta bloccata a lungo pensando cosa si potesse dire. Poi ho realizzato, la cosa più semplice, donna, vita, libertà: è sufficiente”.
Non parla subito dell’arresto per essersi tolta il velo in una precedente apparizione, annuncia che non reciterà mai più con l’hijab. Poi si vedono le immagini di quando preparò il cartello con la scritta “donna, vita, libertà”. E racconta come tutti i suoi successi professionali, cinematografici, culturali, alle volte sociali, siano stati come una strada, che ha condotto sino a questo punto.
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La BBC ha rilanciato il documentario, in lingua farsi, con i sottotitoli in inglese: “mi sento sicura perché non ho nulla da perdere e nulla da nascondere”.
Poi si torna indietro, alla sua giovinezza, partendo dalla difficile ricerca di quando è diventata una femminista; una data precisa non c’è, si arriva presto al racconto dei giorni del ricovero e della morte, dopo il lunghissimo coma, di Masha Amini. È l’ora della rabbia. Queste immagini di Tehran sono impressionanti. L’esplosione, migliaia di persone che, come Taraneh, raggiungono il centro, le urla “morte al dittatore”.
Ma non finisce, le urla si espandono, tutta la città è coinvolta. Taraneh racconta di quando sono arrivate le esecuzioni, anche di chi non avesse commesso crimini punibili con la morte. Taraneh reagisce, va sui social senza hijab, e viene arrestata mentre è per strada, davanti alla figlia.
Segue il racconto della perquisizione e del trasferimento in prigione: incontra le altre detenute, che le dicono i loro nomi, pregandola di dare loro notizie ai familiari. Erano sicure che sarebbe stata rilasciata nel giro di poche ore. Anche lei ci sperava e passa intere giornate a memorizzare tutti i nomi che le hanno detto. Ma le cose vanno diversamente.
Detenuta in isolamento, una cella di un paio di metri quadrati. Poi sostiene di non aver avuto problemi ad affrontare la nuova vita, dopo la detenzione: facendo traduzioni o altri lavori simili; si era preparata. Ma la malattia l’ha colta impreparata: “in me si è innescata una reazione autoimmune che non si spegne più”. È una strana reazione a qualche medicina, la pelle sparisce, improvvisamente, dalla testa ai piedi.
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Taraneh Alidousti assicura che non ha paura di rimanere fuori dal mondo cinematografico. Non lo teme. Ha cominciato a fare l’attrice a 16 anni, usava il velo, certamente, ma impersonava in quel film una ragazza di 16 anni che rimane incinta.
Quella ragazza nel film dice di non sapere chi sia il padre e decide di tenere il figlio, da sola, contro il parere di tutti. In un altro di cui si vede qualche scena, lei impersona una ragazza che chiede al suo ragazzo una sigaretta, mentre lui fuma. Lui dice di no, che non gliela darà, perché non gli piacciono le donne che fumano. Allora apre la borsetta, estrae un pacchetto e ne prende una, dicendo: “a me sì”.
Taraneh conclude ribadendo che non la spaventa l’idea di non lavorare più nel cinema. Ha fatto tantissimi grandi film, ora da tre anni, da quando è stata arrestata, si è fermata. Qual è il problema? Cosa può significare per me e per il cinema iraniano se mi proibiscono di lavorare? “Siamo vivi. Esistiamo ancora”.
Poi, dopo l’affermazione tranquilla “non mi nascondo più”, ricorda che la prima protesta contro il velo obbligatorio risale al marzo del 1979, e il documentario mostra molti ragazzi che gridavano “morte alle donne senza hijab”. Ora, dice, tutto il Paese è sceso in strada per una ragazza, Masha Amini. “Forse dovevamo fare tutto questo percorso”.






Anche io nel mio piccolo ho parlato della genesi di questo movimento che grazie anche al suo slogan sta portando una ventata di freschezza in Iran, benché fortemente represso dal regime (https://youtu.be/JkYV19yqdyU?si=4dRo8pRY1rUufZAJ).