Groenlandia: terra collettiva

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E se fosse la Groenlandia a conquistare l’America? Anzi, se fosse tutto il resto del mondo a lasciarsi conquistare dall’isola artica? Questa idea provocatoria mi è venuta in mente seguendo i recenti fatti di cronaca internazionale. Donald Trump, da quando si è insediato alla Casa Bianca, ha ripetuto più volte che vuole impossessarsi dell’isola oggi controllata dalla Danimarca.

La compravendita di territori

La valenza strategica della Groenlandia è innegabile. Con lo scioglimento dei ghiacci, diventa più facile estrarre le ricchezze dal sottosuolo. Inoltre, il fatto che il mare Artico diventi sempre più navigabile lo rende strategico per il controllo delle rotte del nord. Quindi, paradossalmente, è il cambiamento climatico – che Trump ha sempre negato – la causa del crescente valore strategico della Groenlandia.

Se pensiamo poi alle reiterate minacce di invasione militare comprendiamo l’assurdità della questione: gli Stati Uniti ipotizzano di aggredire un alleato? Sembra follia ma ormai la cronaca ha superato la fantasia.

Tuttavia, in questa vicenda, ciò che ha colpito la mia attenzione è stata l’idea di poter acquistare una nazione. Le ultime notizie ipotizzano un costo di 700 miliardi di dollari per questo “passaggio di proprietà”.

La compravendita di territori ha dei precedenti storici. Diversi degli stati federali vennero acquistati dagli USA: l’Alaska dall’Impero Russo e la Louisiana dalla Francia. La compravendita di territori, quindi, non è un’idea nuova, sebbene, nell’ultimo secolo, sia stata abbandonata perché legata a dinamiche dell’epoca coloniale che si credevano superate.

Ho provato comunque ad immaginare questo tavolo delle trattative dove siederebbero l’amministrazione USA, da una parte, e il governo di Nuuk, dall’altra.

Qui si scontrerebbero non tanto gli interessi di due nazioni quanto piuttosto due visioni antropologiche opposte. Nella società americana, patria del capitalismo globale, è radicata l’idea che ogni cosa abbia un prezzo. All’opposto, nella cultura degli Inuit, che rappresentano il 90% della popolazione groenlandese, non esiste il concetto di proprietà privata della terra. L’utilizzo del suolo è gestito collettivamente e l’idea di recintare o vendere la terra è estranea alla cultura locale. Con la colonizzazione danese la situazione ha subìto dei cambiamenti ma, in generale, la proprietà della terra rimane in capo allo Stato.

Ancor oggi in Groenlandia quasi tutta la terra è pubblica. Non è possibile possedere privatamente il suolo, ma si possono avere diritti d’uso a lungo termine. Le case, ad esempio, possono essere di proprietà privata, ma non il terreno sottostante. Di fronte a questa filosofia di vita comunitaria suonano ancor più stridenti le parole di Rubio: «Trump vuole comprare la Groenlandia».

Questo è quanto intendo per provocazione: quella iniziale. Lasciarsi conquistare dalla Groenlandia significherebbe farsi contaminare da questa idea della Terra quale bene comune. Servono, dunque, gli indigeni dell’Artico per insegnarci che siamo una comunità? Abbiamo forse dimenticato che esistono legami molto più significativi dei rapporti monetari?

Il saggio di Karl Polanyi

Riflettendo sul rapporto degli Inuit con la terra mi è tornato in mente il bellissimo saggio La grande trasformazione scritto, nel 1944, da Karl Polanyi. In quel libro l’economista di origine ungherese dimostrava che l’idea del mercato autoregolato, ovvero separato dalla società, è un’invenzione recente e intrinsecamente distruttiva: quando l’economia viene sganciata dai rapporti sociali, genera crisi, disuguaglianze e reazioni autoritarie.

Secondo Polanyi, la Rivoluzione industriale inglese fu favorita dalle enclosures nell’Inghilterra del XVI secolo. Con il fenomeno delle “recinzioni” si indica quel processo di privatizzazione delle terre comuni (common lands) che erano sempre state usate collettivamente dai contadini. Le terre comunitarie vennero recintate (enclosed), con siepi o muri, e assegnate a proprietari privati, soprattutto grandi latifondisti.

Questa privatizzazione di un bene che, fino ad allora, era sempre stato considerato comunitario fu la molla che avviò l’accumulazione capitalistica ma, allo stesso tempo, rappresentò anche un elemento di rottura dirompente per il tessuto sociale.

Nel suo libro Polanyi dimostra come, nelle società preindustriali, l’economia fosse incastonata (embedded) nelle relazioni sociali, politiche e culturali. In nessuna delle società umane, precedenti all’era industriale, i principi regolatori della comunità erano basati sullo scambio di mercato (merce contro denaro), bensì – sostiene Polanyi – vigevano piuttosto principi regolatori basati sulla reciprocità e sulla redistribuzione. Un esempio è l’economia del dono studiata da Marcel Mauss.

Con il capitalismo industriale dell’Ottocento, a partire dall’Inghilterra, si tenta di creare un mercato autoregolato, in cui tutto è trattato come merce e governato esclusivamente da domanda e offerta. Tale idea però, secondo Polanyi, si fonda su un gigantesco inganno. Una simile economia di mercato può esistere solo se si considera il lavoro (ovvero gli esseri umani), la terra (ovvero l’ambiente) e la moneta come merci. Si tratta però di una mistificazione, perché questi tre fattori (lavoro, terra e moneta) non sono propriamente merci, dato che non nascono per essere scambiati.

Questa visione del mercato autoregolato provoca effetti devastanti come la disintegrazione delle comunità, lo sfruttamento del lavoro, la distruzione dell’ambiente e l’instabilità finanziaria.

Polanyi conclude il suo saggio sostenendo che, quando una simile idea si impone, la Società reagisce per cercare di mitigare i danni causati dal mercato: vengono emanate leggi protettive, lo Stato interviene nell’economia, si formano le organizzazioni dei lavoratori ecc. In quest’ottica, la stessa nascita dei regimi fascisti e comunisti fu, all’inizio del ‘900, l’estrema reazione difensiva della Società contro i danni devastanti del mercato autoregolato.

L’economia ha una funzione sociale

La cultura Inuit della Groenlandia e le idee di Polanyi possono sembrare molto distanti tra loro, nello spazio e nel tempo, e dalla nostra vita quotidiana. Tuttavia, a me piace individuare qualche piccola traccia di quei concetti anche nella nostra Costituzione.

L’articolo 41, ad esempio, parla dell’iniziativa economica privata e dichiara che essa è libera. Però, viene precisato nel secondo comma, essa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

 Il terzo paragrafo chiude dicendo che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali».

Anche l’articolo 42, quello dedicato alla proprietà privata, è molto interessante. In particolare, nel passaggio ove richiama «la funzione sociale» della proprietà.

Questi due articoli sono sempre stati invisi a Silvio Berlusconi che, nel lontano 2004, prese spunto da quelle parole per bollare la nostra Carta come una «Costituzione sovietica».

A mio avviso, invece, questi articoli sono tra i più significativi di tutto il testo costituzionale. In queste parole è racchiusa l’idea che gli elementi costitutivi dell’economia (l’impresa, la proprietà privata, il mercato) sono radicati (embedded) nella Società e non il contrario. L’economia ha una funzione sociale e deve quindi sottostare alle dinamiche che regolano la vita degli esseri umani e il loro rapporto con la natura.

Ma, ormai, la politica internazionale ci mostra che anche l’idea più assurda può realizzarsi. Dunque, Trump potrebbe, in teoria, pure riuscire nel suo intento di acquistare la Groenlandia col suo popolo. Di certo questa sarebbe una sconfitta epocale, non solo per la cultura degli Inuit ma per l’umanità tutta.

Un vecchio spot diceva «ci sono cose che non hanno un prezzo», e a me piace pensare che, tra queste, ci siano ancora gli esseri umani e l’ambiente in cui questi vivono.

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