
La Giornata Mondiale della Pace 2026 rinnova l’impegno dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà, credenti e non credenti, affinché si metta fine nel mondo a guerre e genocidi. C’è una molteplicità di forme con le quali questo impegno, in coscienza e secondo l’orientamento espresso da papa Leone XIV ne La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, può essere declinato.
Personalmente, anche alla luce della Nota pastorale della CEI Educare a una pace disarmata e disarmante, vorrei soffermarmi su un tema centrale e dirimente, rafforzativo dell’argomentazione, come quello della “produzione e commercio di armi”, affinché l’auspicio dei vescovi relativo a “La difesa, mai la guerra”, diventi lo spartiacque etico per valutare le scelte politiche e militari delle istituzioni statali, europee e internazionali”.
Guerre che aumentano
A seguito del moltiplicarsi delle guerre nel mondo (oltre 60 secondo il Peace Research Institute di Oslo), sia interstatali sia intra-statali, con gradi diversi di internazionalizzazione dei conflitti, la questione di quale produzione e controllo del trasferimento delle armi dovrebbe tornare decisiva ai fini di “preservare la pace” e la sicurezza: il contrario della frenesia bellicista che da tempo ha contagiato le istituzioni della UE e la maggioranza dei singoli Stati europei aderenti alla NATO.
La corsa al riarmo, oltre ai paesi del “fronte occidentale”, coinvolge in modo speculare Cina e Russia, i paesi con ambizioni di potenza a livello regionale, quelli già coinvolti in conflitti armati o che si “preparano” alla guerra contro i loro vicini.
Sullo stato dell’arte, il Sipri – Stockholm Internationale Peace Research Institute – con i suoi rapporti annuali sulle spese militari (in valore assoluto e in rapporto al PIL) dei diversi paesi e sul trasferimento mondiale di armamenti (importazioni ed esportazioni), ci consegna, in modo indipendente, un insieme di dati che ci permettono di farci un’idea autonoma e consapevole.
La spesa militare mondiale ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% in termini reali rispetto al 2023, il più forte incremento annuo dalla fine della Guerra Fredda, in un contesto di più lungo periodo che vede l’incremento per il decimo anno consecutivo. Fra qualche mese sapremo se nel 2025 avremo superato la cifra folle di 3 trilioni di dollari. La maggior parte dell’aumento della spesa militare globale è dovuta al continuo rafforzamento militare in Europa, trainato dalla guerra tra Russia e Ucraina.
La guerra di Israele a Gaza, estesa anche verso altri paesi medio-orientali, ha avuto inoltre un altro impatto chiaro e significativo sulle spese militari nella regione. Altre guerre altrove, in Africa ed Asia, hanno portato a tali risultati.
Le grandi potenze
In valore assoluto il paese che spende di più sono gli Stati Uniti con 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa globale. Al secondo e terzo posto troviamo la Cina con 314 miliardi di dollari e la Russia con 149 miliardi di dollari, pari rispettivamente al 12% e al 5,5% della spesa globale. Seguono la Germania, che ha aumentato dal 2023 le spese militari del 28%, raggiungendo gli 88,5 miliardi di dollari, equivalenti al 3,3% delle spese globali. L’India, superata dalla Germania, è quinta in classifica con 86,1 miliardi, seguita dalla Gran Bretagna con 81,8 miliardi, Arabia Saudita con 80,3 miliardi, Ucraina e Francia entrambe con 64.7 miliardi. Al 10° posto il Giappone con 55.3 miliardi, mentre Polonia e Italia sono al 13° e 14° posto, entrambe con 38 miliardi di dollari, precedute da Corea del Sud con 47,6 miliardi di dollari e Israele con 46,5.
È, interessante notare, al fine del confronto tra grandi potenze, che i paesi europei della NATO (che includono anche Norvegia, Regno Unito e Turchia) coprono, complessivamente, il 28% delle spese militari globali, superando di molto la somma di Cina e Russia, e, questo nel 2024, ossia prima del piano ReArm Europe e del folle obiettivo di giungere a una spesa militare pari al 5% del PIL; dimostrando quanto sia falso e retorico parlare di un’Europa “disarmata” e indifesa di fronte all’orso russo. E se, comunque, tale assunto fosse “vero”, avremmo il diritto di sapere, quantomeno, in che modo si sono volatizzate le centinaia di miliardi di euro spese in armamenti negli ultimi dieci anni. Così come dovremmo sapere dove e a chi, in Ucraina, sono finiti 491.426 pezzi, tra fucili d’assalto, carabine, pistole, mitragliatrici e lanciagranate.
L’Ucraina con il 34% è al primo posto, in assoluto, tra i paesi che spendono di più in campo militare in rapporto al PIL, indicatore usato per misurare quanto della propria ricchezza economica prodotta sia destinata alla Difesa. Il secondo è Israele con 8,8%, terzo l’Algeria (8%), quarto l’Arabia Saudita (7,3%), quinta la Russia (7,1%), sesto il Myanmar (6,8%), settimo l’Oman (5,6%), ottava l’Armenia (5,5%), nono l’Azerbaijan (5,0%), decima la Giordania (4,9%). Seguono poi Kuwait (4,8%), Burkina Faso (4,7%), Mali (4,2%), Polonia (4,1%), Burundi (3,8%). C’è un filo rosso che li lega: sono tutti paesi in guerra o coinvolti in conflitti armati o che si preparano a nuovi e potenziali conflitti.
Il commercio di armamenti
In questo contesto di guerre e riarmo si inserisce il commercio internazionale di armamenti.
Il rapporto del Sipri sui trasferimenti di armamenti di grandi dimensioni, relativo al periodo 2020-2024 registra un aumento delle importazioni del 155% in Europa rispetto al periodo 2015-2019, compensato da una diminuzione complessiva delle importazioni in tutte le altre regioni. A produrre questo incremento, oltre alle politiche di riarmo dei paesi NATO, è sicuramente la guerra in corso con la Russia, che ha costretto l’Ucraina ad aumentare di 100 volte le sue importazioni di armi di grandi dimensioni nel 2020-2024 rispetto ai cinque anni precedenti. L’Ucraina risulta, di conseguenza, al primo posto al mondo con l’8,8% delle importazioni globali, seguita da India (8,3%), Qatar (6,8%), Arabia Saudita (6,8%), Pakistan (4,6%), Giappone (3,9%), Australia (3,5%), Egitto (3,3%), Stati Uniti (3,1%), Kuwait (2,9%) e Emirati Arabi Uniti (2,6%). Israele è al 15° posto con l’1,9%.
A livello, invece, di esportazioni il primato degli Stati Uniti resta indiscusso. La sua industria militare copre il 43% dell’export mondiale. Tra i principali paesi destinatari degli armamenti made in Usa troviamo, in ordine di importanza, l’Arabia Saudita, l’Ucraina, il Giappone, Israele, il Qatar, l’Australia, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti. Ma anche molti paesi europei come Regno Unito, Polonia, Olanda, Norvegia, Italia, Danimarca, Romania, Germania ecc.
La Russia, viceversa, impegnata nello sforzo bellico in Ucraina ha diminuito le esportazioni del 64% rispetto al periodo 2015-2019, diventando il 3° esportatore di armi al mondo con il 7,8% dell’export globale, scavalcata al 2° posto dalla Francia cresciuta al 9,6%; al 4° posto la Cina con il 5,9%, seguita da Germania (5,6%), Italia (4,8%), Regno Unito (3,6%), Israele (3,1%), Spagna (3,0%), Corea del Sud (2,2%), Turchia (1,7%). Se consideriamo l’insieme dei paesi UE + Norvegia, Regno Unito e Turchia un unico aggregato, gli armamenti made in Europe coprono il 34% dell’export mondiale, non lontano dalla quota coperta dagli Stati Uniti.
L’Italia è il Paese che ha fatto il salto maggiore, passando dal 2,0% al 4,8% di export globale nei due periodi considerati. Teniamo conto che, se dal 1991 al 2005 l’esportazione media annuale di armamenti dal nostro paese è stata di un miliardo di euro, la media annuale si è quintuplicata (5 miliardi di euro) nel periodo 2006-2024. In questi ultimi 5 anni i principali destinatari degli armamenti italiani sono stati il Qatar con il 28%, l’Egitto e il Kuwait entrambi con il 18%. La Leonardo è il maggiore esportatore italiano di armamenti. Circa il 30% dei suoi ricavi consolidati nel militare (13,8 miliardi di dollari nel 2024) derivano dall’export.
Come ha scritto Giorgio Beretta nel suo saggio “L’esportazione italiana di armamenti nel contesto europeo e internazionale”, pubblicato da Sbilanciamoci nell’ebook 2025“L’Europa a mano armata, nell’elenco dei primi 40 paesi destinatari delle autorizzazioni di armamenti italiani dal 1991 al 2024, «figurano le monarchie assolute dei paesi arabi (Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman), regimi autoritari come l’Egitto e il Turkmenistan e paesi con gravi deficit economici e di sviluppo umano che riportano livelli di spese militari superiori alla media internazionale (Pakistan, Algeria, India)». Tutte condizioni che rientrano nei divieti contenuti dalla Legge 185/90 per l’esportazione e il transito di armamenti dal nostro paese.
Alcuni di questi Stati, a cui va aggiunto Israele, sono coinvolti direttamente o indirettamente in guerre e/o genocidi (Gaza e Sudan) o sono responsabili di gravi violazioni di diritti umani fondamentali. Motivi per i quali – per legge – le istituzioni italiane preposte non avrebbero dovuto rilasciare né le licenze di esportazione, né consentire il transito dai nostri porti e aeroporti di materiali d’armamento verso quei paesi. In realtà per quanto concerne il transito di armamenti e munizioni nessuna operazione è stata autorizzata e documentata negli anni, perché nessun transito “chiede” di essere autorizzato.
Come ha dichiarato Carlo Tombola, presidente di The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei – «questa è una cosa gravissima perché non solo viene aggirata e svuotata la nostra legge, ma anche il trattato internazionale sul commercio delle armi, Arms trade treaty (Att) al quale l’Italia ha aderito dal 2013, che vieta il transito di armamenti a Paesi in violazione del diritto umanitario».
Istituzioni irresponsabili
È stata, in questi anni, l’azione diretta dei portuali di Genova e degli altri porti italiani come Livorno, Ravenna, Trieste ecc. contro il traffico di armi, a fare emergere questo “buco nero”, raccontato perfettamente da Linda Maggiori nel dossier di “Altreconomia” La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani.
Lo scarica-barile da parte delle istituzioni preposte al controllo è esilarante. Il MEF (ministero economia e finanze) a cui fanno capo le Dogane, dichiara di non disporre di informazioni in quanto i transiti di materiali di armamenti non risponderebbero alla legge 185/1990. Il MAE (ministero affari esteri) sostiene che l’autorità nazionale per il rilascio delle autorizzazioni (Uama) «non ha alcuna competenza sui materiali di società straniere che transitano sul territorio nazionale e che l’attraversamento del materiale è sottoposto al rispetto delle disposizioni di pubblica sicurezza, che rimettono tale compito al Ministero dell’Interno tramite le Prefetture territorialmente competenti». In effetti quest’ultimi conoscono con anticipo i traffici di armi e hanno il compito di predisporre misure ad hoc per la sicurezza. Con il paradosso che questi carichi, pur non disponendo di autorizzazione, non solo sono lasciati passare, ma sono persino scortati da polizia e carabinieri.
Come può essere credibile qualsiasi ragionamento sulla Difesa, soprattutto sul piano militare, che non metta mano alla “libera” circolazione di armamenti, munizioni, esplosivi, come se si trattasse di una merce qualunque? Allo stesso modo, se si persegue veramente “la difesa della pace”, come si può continuare ad esportare nel resto del mondo una quota così rilevante delle armi e dei sistemi d’arma prodotti in Italia e negli altri paesi europei?
Le maglie del commercio di armi vanno ristrette, non il contrario, come prevede la reformatio in peius della Legge 185/90: questa riforma, se approvata, costituirebbe una grave concessione ai fabbricanti e trafficanti d’armi, in un contesto di forte crescita dei rischi umanitari derivanti dal massiccio aumento della produzione e commercio di armamenti.
Cosa fare?
Lo ha capito bene anche la CEI che, nella sua Nota pastorale, rilanciando l’esigenza di rafforzare la normativa in materia: «È un’istanza da promuovere anche a livello di Unione Europea, la cui normativa in tal senso è meno forte di quella italiana e potrebbe essere ulteriormente allentata dal piano ReArm Europe. Occorre invece che l’Unione Europea si faccia promotrice di una rinnovata cooperazione in tal senso, sostenendo la costituzione di un’agenzia unica per il controllo dell’industria militare interna e del commercio di armi con il resto del mondo».
L’idea di un’agenzia indipendente europea, per il controllo delle esportazioni, importazioni e transito di armamenti, anche con poteri sanzionatori, è una proposta formulata e sostenuta da tempo da Raul Caruso, economista all’Università Cattolica di Milano. Ciò sarebbe coerente sia con una politica industriale coordinata a livello europeo per il settore aerospaziale e della difesa, sia con l’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea (non ancora abrogato) secondo cui l’azione sulla scena internazionale deve fondarsi su principi quali: il mantenimento della pace, il sostegno alla democrazia e il rispetto dei diritti umani.





