Leone XIV: ascoltare la voce dei popoli

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Davanti alle tante pulsioni che ci hanno portato fuori dalla legalità internazionale emerge, a mio avviso, un pontificato che riesce a indicare la strada non per tornare indietro, ma per diventare protagonisti dello scatto morale e politico indispensabile per riprendere il cammino andando avanti rispetto a dove esso si è inceppato, quando la giustizia ha perso di vista i popoli.

Intervenendo all’Onu, papa Francesco ricordò la celebre definizione di cosa sia la giustizia attribuita ad Ulpiano: «Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi», cioè «la giustizia è la costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto».

Di qui giunse al cuore del problema: «Il mondo chiede con forza a tutti i governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare lambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno dellesclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani, sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato, compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e crimine internazionale organizzato».  Pensai, «chi è senza peccato…».

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Era il 25 settembre 2015; credo che si possa dire che non è stato capito, non si è stati capaci di capirlo. La fine del multilateralismo, la sostituzione della forza del diritto con il diritto della forza sta nel nostro rifiuto di capirlo, e seguirlo come ci era possibile, dai nostri campi di appartenenza.

Come è evidente che la richiesta del papa era rivolta a tutti gli stati, per la loro parte di responsabilità o corresponsabilità. Francesco, a mio avviso, dimostrava la consapevolezza che occorreva una riforma della politica e quindi una riforma delle istituzioni; e questo processo sarebbe dovuto partire da noi, nell’elaborazione delle nostre priorità.

Qui entrano in scena gli usi decisivi delle religioni per legittimare la situazione attuale. Trump ad esempio ha scelto di dare una rappresentazione imperiale della guerra giusta. È lui l’imperatore – Pontifex Maximus, attorno al quale si raccolgono oranti i suoi devoti per vincere e così costruire la pace. Scegliendo il figlio di Khamenei come suo successore la Repubblica islamica ha fatto una scelta da «monarchia islamica».

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Tutt’altro è il discorso cattolico. Una novità nel complesso discorso sulle armi l’ha sottolineata benissimo il professor Daniele Menozzi su SettimaNews, quando ha fatto notare che ai cappellani militari papa Leone ha indicato come si possa contribuire a superare la violenza: «Tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire lordine».

E ha spiegato: «Si tratta di una posizione innovativa, perché il pontefice – pur senza ricordare la sacralizzazione della violenza bellica cui si sono talora abbandonati i cappellani militari nelle due guerre mondiali – ha accuratamente evitato ogni possibile legittimazione di quel nazional-cattolicesimo che ha costituito lideologia di riferimento per lOrdinariato militare in Italia e nei vari paesi del mondo. I cappellani sono ora posti al servizio degli interventi umanitari guidati dalle Nazioni Unite».

Il discorso andrà approfondito. Ma questo mi ha fatto pensare a quale possa essere il senso della frase che il papa ha pronunciato all’Angelus dell’8 settembre 2026: «Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore, perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli».

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C’è un qualcosa di utilmente forte in queste parole di papa Leone? Sta nel sintagma «voce dei popoli». Da tempo non si parla più dei popoli, tanto che l’espressione «politica internazionale» è stata ormai sostituita, non accompagnata, dall’analisi «geopolitica».

Questa forza l’ho trovata anche nella parola scelta dal cardinale statunitense Cupich per qualificare il filmato diffuso dalla Casa Bianca che unisce immagini di un videogioco con immagini di distruzioni ed esplosioni in Iran: «Disgustoso».

Alcune parole prescelte dal cardinale Pierbattista Pizzaballa hanno analoga forza da tempo, ricorderei la definizione di colonialista riferita al Board of Peace di Donald Trump. Questa forza a noi «piccoli» è sembrata chiarirsi con il cardinale Pietro Parolin, che del Board of Peace di Donald Trump ha detto: «Pensiamo che queste controversie vadano discusse e risolte a livello delle Nazioni Unite».

Ma il filo che le unisce è questa «voce dei popoli» di cui ha parlato Leone. Dunque servono anche le voci degli altri mondi: iraniane, libanesi, e tanto ancora ovviamente. Non è un semplice tornare lì dove ci siamo smarriti, ma per cercare di ripartire, procedendo, occorre affrontare il problema che indicò Francesco, lì all’Onu.

Nel 2015 l’ONU aveva bisogno di una riforma per disincagliarsi dal sistema dei veti, superato dalla fine della guerra fredda, come fece capire Francesco già allora.  Dunque, non potendosi limitare a tornare indietro, io colgo nelle parole del papa l’urgenza di andare noi avanti, ascoltando la voce dei popoli, non dei regimi, recuperando questa priorità dentro di noi. Il discorso dunque parte dalla giustizia, da Ulpiano.

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Sentire la voce dei popoli vuol dire sentire, o risentire, tante voci non ascoltate, soprattutto dissidenti: ognuno per la sua attenzione potrebbe fare esempi diversi. Il confronto nell’Occidente è importante, ma anche gli altri lo sono e sovente cito Beirut perché è una città araba che vive di compromessi, del riconoscimento del pluralismo della verità, che l’Occidente non incarna il Male; chi non vede questo nel nome di qualche ideologia cade in un complesso di superiorità, in fin dei conti simile al colonialismo.

«L’amicalità» dei bombardamenti dell’Iran, sbandierata ufficialmente con proclami ufficiali da Trump e da Netanyahu, si è mostrata nel bombardamento di raffinerie che ha avvolto Teheran in nubi tossiche, in piogge di petrolio, piogge acide. «L’amicalità» del regime verso l’ampia parte di Paese che lo rifiuta però si è mostrata da decenni nei brogli, nelle torture, in tante ondate di repressione spietata, fino all’ultima. E la solidarietà?

Solo una vera solidarietà con i popoli, tutti i popoli, non con i regimi, può guidarci, partendo dalle scelte di ciascuno di noi. È questa la forza che a mio avviso anima l’appello del papa. Utopia? Io direi tendenza indispensabile, da raggiungere con passi costanti, ma che indica un cammino importante che sta a noi intraprendere.

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