
Ali Larijani, il vero uomo forte di Teheran oggi.
Per il futuro dell’Iran c’è un nuovo giorno della verità: giovedì 26 febbraio. Giovedì a Ginevra – con la mediazione dell’Oman visto che i colloqui sono indiretti e le parti comunicano tramite il ministro degli esteri omanita che fa la spola tra di loro, presenti ma in stanze separate – Stati Uniti e Iran discuteranno di come risolvere il nodo all’ordine del giorno.
Il negoziato
Che certamente riguarda il progetto nucleare iraniano, punto caldo delle discussioni in corso, sebbene tutto sia iniziato per la brutale repressione messa in atto dal regime di Teheran davanti alle nuove proteste che hanno sconvolto l’Iran nel mese scorso.
Washington ha chiesto una proposta chiara e dettagliata da parte del regime iraniano, sulla quale confrontarsi e questa proposta potrebbe essere portata oggi dall’uomo forte del regime, Ali Larijani, agli omaniti. La sua visita è stata annunciata ufficiosamente dall’Oman, non da Teheran.
Le voci che si accavallano sul possibile contenuto del testo iraniano sono tante, compresa quella che Teheran penserebbe ad un’apertura agli investimenti americani in settori nevralgici dell’economia iraniana, nella possibile convinzione che quello possa essere ciò che maggiormente apprezzerebbe Donald Trump.
Difficile che possa essere vero, che con Khamanei possa essere possibile. Anche le altre voci non sono verificabili, ma la partenza per l’Oman di Larijani in persona, il vero uomo forte di Teheran oggi, dice che a Teheran al di là della retorica si vorrebbero evitare scenari da resa dei conti finale.
Le proteste degli studenti
Ciò che è certo è che le proteste degli studenti iraniani non si placano: per il secondo giorno consecutivo, con l’apertura del semestre universitario, sono riprese in tantissimi campus in tutto il Paese. A riprova che la repressione e le sue migliaia di morti non ha avuto ragione della protesta e della rabbia. Le immagini giungono da tante città iraniane.
I più sostengono che le forze di sicurezza, i pasdaran e i basij, non sarebbero entrate nei campus, delegando alle organizzazioni degli studenti favorevoli al regime. Il campo dell’opposizione appare dividersi in due macro aree: quella favorevole al figlio dell’ex scià Pahlavi; e quella del movimento “Donna, vita, libertà”, che invece propugna una repubblica democratica che sostituisca quella islamica senza alcuna forma autoritaria.
La polarizzazione riguarda anche l’intervento straniero: c’è chi lo sostiene come chi lo avversa. Il movimento “Donna, vita, libertà” è meno forte nella diaspora iraniana, ma avrebbe un peso rilevante all’interno.
Le minoranze
Ma non può sfuggire all’attenzione anche la questione delle minoranze: l’Iran è un Paese composito, non ci sono solo i persiani, spesso identificati come parte con il tutto; ma anche i curdi, gli azeri, gli armeni, gli arabi, i beluci – tutte minoranze che, per altro, hanno i luoghi ancestrali lungo i confini del Paese.
E proprio i curdi hanno ricordato in queste ore questo dato a volte trascurato, visto che è stato reso noto, con una certa irritazione dei padroni di casa, che cinque gruppi politici di curdi iraniani presenti nel Kurdistan iracheno si sono federati per favorire la caduta del regime e ottenere la massima autonomia possibile – un’idea che forse potrebbe uscire dai confini curdi.
Comunque le autorità del Kurdistan iracheno, regione autonoma, hanno subito fatto sapere che non consentiranno a gruppi armati di destabilizzare Paesi vicini. Non è un atto d’amore per il regime iraniano, ma di timore per il proprio ruolo futuro e la propria stabilità.
A non surriscaldare i territori vicini al bollente Iran non ci ha pensato l’ambasciatore statunitense in Israele, che con una sua intervista – poi definita decontestualizzata – sulla legittimità di ben più ampi confini israeliani, biblicamente giustificati, non ha aiutato a rasserenare gli alleati arabi del suo Paese, non certo amici degli ayatollah.
Quali le mosse di Washington?
Cosa farà Washington? La diplomazia della forza cara a Donald Trump prevede la minaccia dell’uso delle armi, la guerra psicologica, per indurre l’interlocutore a minori pretese. È quello che con schiettezza ha fatto capire il negoziatore americano Witkoff, che ha detto che Trump non comprende perché i leader iraniani non abbiano scelto di capitolare sui temi bellici, cioè nucleare e missili, scegliendo la rinuncia.
Posta così la questione sembra arrogante, ma con quel che Trump ha schierato nel Golfo Persico e dintorni, la frase di Witkoff sembra dire che Trump non può certo richiamare la sua “armada” senza un risultato tangibile, evidente.
Dall’altra parte c’è ovviamente il famoso “orgoglio”, che in questi casi viene chiamato “amor patrio!”, che tanto peserebbe per chi dice che non si farà imporre le proprie scelte “sovrane”. Questo discorso è così riassumibile: “il nucleare civile e i missili a scopi difensivi, sono diritti ai quali non si può rinunciare per un diktat del più forte”.
Ma la storia ha indicato che l’arma nucleare era un obiettivo, sebbene ufficialmente negato. La nuova proposta iraniana troverà la formula per garantire che si rinuncia davvero al nucleare bellico?
Ma la storia ha detto anche altro. Ha detto che molto spesso le operazioni militari internazionali, per Washington, vanno lette anche come conseguenza o causa di tensioni e di problemi interni – e che se queste operazioni si protraggono divengono controproducenti.
Pesa anche questo oggi nello studio ovale oltre all’imprevedibilità di Trump? E quanto peseranno, se fossero vere, le spaccature nell’inner circle trumpiano tra fautori e avversari dell’attacco? Ci sono anche i citati timori tra le loro cause?
Impossibile non pensare che il richiamo statunitense del personale d’ambasciata non strettamente necessario presente in Libano, dove operano i filo iraniani di Hezbollah, e il ritiro di altri soldati dalle basi in Siria, dove potrebbero essere esposti a ritorsioni in caso di conflitto da parte di gruppi estremisti, insieme ad altre mosse simili verificatesi proprio in queste ore non indichino che l’ora X sta per arrivare, o forse che la guerra psicologica arriva così al suo massimo, essendo prossime le ore decisive.
Le voci di una possibile azione orientata ad eliminare l’ayatollah Khamenei e forse suo figlio, l’eterno ipotizzato delfino, hanno portato a galla organigrammi, designazioni, triunvirati per il possibile domani senza il capo. Tutte ipotesi che comunque confermano la centralità di Larijani. Ma anche questo può rientrare nella guerra dei nervi: oltre all’attacco, altre azioni limitate potrebbero essere allo studio.
I giovani e il movimento “Donna, vita, libertà”
Ma il punto più rilevante restano i giovani iraniani che nei campus hanno bruciato la bandiera della repubblica islamica, invocato la democrazia, dopo essere stati in prima linea per tanti anni, fino al grande movimento brutalmente represso a gennaio.
“Donna, vita, libertà”, nell’attesa dell’ora della verità, appare la notizia più interessante, più incalzante, sulla quale sarebbe proprio importante saperne di più in termini di peso e di organizzazione.
Aspettando che i negoziatori, giovedì, ci dicano quale sarà il futuro, sulla base di quel che ci sarebbe nella missiva che Ali Larijani porta oggi con sé nella capitale dell’Oman.





